mercoledì 22 gennaio 2020

Recensione di AADAM ED EEVA di Arto Paasilinna - Ed. IPERBOREA -




AADAM ED EVA
Aarto Paasilinna
Ed. IPERBOREA 29 novembre 2019
Prima pubblicazione 1993 ad Helsinki
Pag. 243
Coperitina semirigida goffrata
Traduzione dal finlandese di Marcello Ganassini
€ 17,00


CONOSCIAMO L'AUTORE

Aarto Pasilinna - foto dal web-

Aarto Paasilinna (20 aprile 1942 - 15 ottobre 2018) è stato un ex guardaboschi, ex giornalista ed ex poeta. In Finlandia è diventato uno scrittore di fama grazie alla capacità di raccontare ogni storia tragica ridendo. Dopo L'anno della lepre, che in Italia ha superato le 120.000, Iperborea ha pubblicato altri suoi diciassette romanzi tra i quali Piccoli suicidi tra amici, Il bosco delle Volpi Impiccate e Il miglior amico dell'orso.

TRAMA

Aadam Rymättylä è un piccolo imprenditore svedese che si giostra tra una fila interminabile di crediti, debiti e pignoramenti e una squadra di figli da mantenere: sette figli con tre diverse madri, a dimostrazione della sua passione inarrestabile per l'amore, che ovviamente, come tutte le cose, ha il suo prezzo.
Costretto a vivere nel magazzino della ditta di Tattarisuo a Helsinki, non si lascia abbattere dagli eventi e, continuando i suoi esperimenti esplosivi, spera di riuscire un giorno, a mettere a punto una nuova batteria ultra leggera in grado di rivoluzionare il sistema energetico mondiale. Ma la malasorte sembra accanirsi contro di lui facendolo finire dietro le sbarre.
Spesso, nei romanzi di Paasilinna, la resilienza dei suoi personaggi viene aiutata dall'arrivo di una donna che salva la situazione. Così accade allo sfortunato Aadam: un'intraprendente avvocatessa, Eeva Kontupohja, crede nella sua innocenza e nella potenzialità del suo genio inventivo. Lassù, finalmente, qualcuno li ama: il prototipo della batteria miracolosa inventata da Rymättylä funziona veramente, dando il via alla rivoluzione energetica, proiettando l'improbabile coppia Aadam-Eeva nella scalata ai vertici della ricchezza mondiale. 
Ma quali sono le conseguenze di un'invenzione che minaccia  gli affari dei potenti della terra e mette a rischio gli equilibri politici ed economici del mondo?
Precursore dei temi scottanti e dei protagonisti  del presente, Paasilinna accompagna insieme al fidato tassista Sorjonen, il suo Adamo novello tra riunioni segrete dei petrolieri, reginette del latte innamorate e sicari professionisti, fino ai confini del mondo con una domanda: può una ricchezza senza limiti convivere con le migliori intenzioni?

IMPRESSIONI

Per questa allegra e colorata copia cartacea di Aadam ed Eeva di Paasilinna ringrazio infinitamente Irina per avermela gentilmente offerta. Non conoscevo Paasilinna, nemmeno di fama, l'ho scoperto grazie all'uscita di questo romanzo e me ne sono innamorata, dispiacendomi di averlo conosciuto solo ad un anno dalla sua morte. Ma voglio leggere tutti i suoi romanzi, è una promessa che faccio a me stessa. Di Aadam ed Eeva mi ha catturatto fin da subito la copertina dai colori accesi, divertenti e dal disegno naif che mi ricorda un baobab con un grosso serpente attorcigliato al tronco, sulla riva di un assolato fiume. Psichedeliche zampette di passerotto fanno da sfondo, fluttuando in una cornice dai toni arancio e azzurro. Insomma, una bellissima copertina che cattura lo sguardo incuriosendo il lettore. La trama poi, esilarante e originale, mi ha richiamato alla memoria le tragicomiche avventure del Marcovaldo di Calvino, pur nella loro diversa unicità.

Aadam Rymättylä capì che aveva fatto la scoperta del secolo. Quando un uomo si mette in gioco anima e corpo, la vittoria finale non è mai impossibile.

Adam Rymättylä (Rumattula) è una persona resiliente, un uomo che nonostante le insidie del destino non si è mai lasciato abbattere. Un po' per  indole, un po' per gran botta di fondo schiena, è sempre caduto in piedi, trovando, ogni volta, il lato buono in ogni cosa, anche la più spiacevole.
Aadam, con una grande passione per l'amore, caduto in disgrazia dopo vari divorzi e sette figli con tre mogli diverse, vive e lavora nel capannone di una ditta di Tattarisuo, in Finlandia,  producendo batterie.
Da qualche tempo sta cercando di mettere a punto una batteria ultrapiatta e leggera, ma con un buon potenziale di durata e resistenza a scarso impatto ambientale. Un prototipo in grado di rivoluzionare il mondo delle batterie e il sistema energetico mondiale, apportando grandi benefici anche al pianeta.
Dopo vari tentativi saltati letteralmente in aria, sembra che il suo prototipo sia finalmente riuscito, potente e leggero, pronto per essere lanciato sul mercato.
Messo alle strette dal marito dell'ex moglie, un professore di educazione fisica, che pretendeva il saldo degli alimenti per i figli affidati alla madre, e dai debiti con il gestore della telefonia che gli aveva tagliato i fili del telefono per bollette insolute, l'inventore decide di provare a mettere sul mercato la sua invenzione in modo da racimolare qualche soldo. Preparò due prototipi, li caricò al massimo della loro potenza e andò a sperimentarli di persona su dei veicoli in una fabbrica della vicina Järvenpää. 
L'invenzione suscitò meraviglia e stupore e l'uomo, soddisfatto, ripresi i suoi prototipi e le sue formule, tornò a Tattarisuo. Ad attenderlo una spiacevole sorpresa. Il capannone della ditta, la sua casa, stava ardendo tra alte fiamme e nessuno ancora aveva chiamato i soccorsi. La spiegazione fu che al centralino dei pompieri era arrivata una chiamata con l'ordine di non spegnere l'incendio, su richiesta di Rymättylä stesso. 
Allibito il povero Aadam restò inerme a guardare il propagarsi delle fiamme. Era quella una ventosa estate e il fuoco si spinse alla foresta, così il Vigili del fuoco dovettero intervenire per forza.

Quando tutto va male ci si consola al pensiero che peggio di così non può andare.

L'incendio fu domato, ma Aadam aveva perso tutto: la ditta, la casa, i pochi risparmi e il lavoro. Ma il peggio era in agguato. Una denuncia anonima alla polizia lo aveva incastrato come responsabile dell'incendio. Il fatto che fosse in grave crisi economica e che la ditta fosse sull'orlo del fallimento era un buon movente per appiccare l'incendio e raggirare le assicurazioni. Qualcuno lo aveva incastrato, chissà forse proprio Lottoperä, il marito dell'ex moglie, approfittando del fatto che lui fosse fuori sede per provare le batterie. Poteva anche provarlo, i meccanici avrebbero testimoniato, ma la polizia sembrava non voler sentir ragione: prima le indagini e intanto in prigione!
Lo sventurato ometto, in realtà omone vista la stazza, si ritrovò dietro le sbarre nella prigione, a Tattarisuo nell'attesa delle indagini. Avrebbe dovuto trovarsi un buon avvocato per venire fuori dalle accuse di incendio doloso premeditato. Ma i soldi dove li avrebbe presi? Il suo portafoglio era bruciato nel rogo del capannone insieme alla sua auto. Poco importa, gli avrebbero dato un avvocato d'ufficio, ma al momento l'importante era che il carcere gli avrebbe offerto un tetto, un letto e del cibo. Arrivato nella sua cella, il buon carattere di Aadam riuscì a trovare il buono della situazione: una piccola cella con letto e coperte, del cibo, un bagno privato e tanto tempo a disposizione per rifinire e migliorare la sua batteria, tutto gratis. Aveva con se i prototipi e le formule, chiese carta e penna e si mise all'opera. Passò alcuni giorni nell'attesa che le indagini facessero il loro corso e lo scagionassero, gli venne anche affidato un avvocato: una strampalata rossa, molto appariscente e dalla parlantina spigliata: Eeva Kontupohja. 
La donna, all'inizio un po' reticente per questa "causa persa" , fece un passo indietro quando Aadam le raccontò della batteria miracolosa: quell'uomo non era uno sprovveduto! Avrebbe fatto i suoi controlli e perorato la sua causa e poi chissà, magari avrebbe potuto mettersi in società con lui per il lancio della batteria miracolosa.
Intanto ne avrebbero potuto parlare davanti ad un bicchiere di vino, di birra, di cognac...
Eeva era un avvocato scaltro, con una spiccata furbizia ma, come Aadam amava l'amore per le donne, lei amava l'alcool. Non era un'etilista, no. O forse si? Non era importante, se la batteria avesse funzionato e fosse riuscita a mettersi in società con Aadam, l'alcool sarebbe stato l'ultimo dei suoi problemi.
Per Aadam la ruota cominciò a girare dalla parte giusta: lasciato l'alloggio provvisorio sul divano dell'ufficiale giudiziario che gli aveva pignorato tutto, si ritrovò a vivere, mantenuto, nello spazioso appartamento di Eeva. Avrebbe voluto tanto farsi aiutare dal suo amico tassista con la passione per la medicina, Sorjonen, ma al momento era in viaggio, quindi la soluzione ideale era accettare l'invito dell'avvocato. Avrebbe avuto una bella camera tutta per lui, un grande bagno con tutto il necessario per la toelette, qualche soldino nel portafoglio e del cibo fresco, oltre a tanto alcool. Ma non solo, la casa, quasi sempre vuota, era il luogo ideale per proseguire nella messa a punto della batteria. Ancora una volta la resilienza del personaggio viene a galla. Delicatamente, in maniera bonaria, tipica del carattere bonaccione di Aadam. 

Era chiaro che se quella batteria fosse entrata in produzione avrebbe inferto un colpo mortale al mercato del petrolio.

Ubriaca di manie di grandezze e di shortini, Eeva, all'insaputa di Aadam, decise di testare sul campo il potere della batteria. Il bosco intorno al capannone bruciato sarebbe stato l'ideale in quella serata piovosa. Eeva fece arrivare una grossa betoniera, attaccò la batteria e, sotto la pioggia torrenziale e il vento si gongolò allo sprigionarsi della potenza. Lasciata la betoniera in funzione per tutta la notte, fece ritorno a casa. Quella notte, Eeva e la piccola batteria scatenarono l'inferno. Con la complicità della tempesta, lo sferragliare della betoniera, richiamò alcuni curiosi. Nessuno osò avvicinarsi a quella strega coi capelli rossi che sembrava stesse giocando coi feroci demoni atmosferici.
Da quel momento in poi si costituì la società di Aadam ed Eeva per la produzione di batterie ultraleggere e super potenti.
Dopo un tragicomico viaggio  con tappa a Nuova Delhi, dove Eeva in preda ai fumi di diversi drink voleva mettersi in società con un ingegnere  che voleva costruire dighe sul fiume sacro, la coppia fece finalmente scalo in Nuova Zelanda. Sceso dall'aereo dopo una notte insonne a causa della sbornia di Eeva, il povero Aadam salì sull'autobus che li avrebbe portati all'hotel dove si sarebbe tenuto il congresso sull'energia, e si addormentò. Disastro!
Arrivato in hotel si accorse di aver perso l'avvocatessa. Dove era finita? L'autobus aveva fatto una sosta e lei era scesa per una sigaretta e poi? Svanita nel nulla e l'autobus ripartì con un assonnato Aadam.
Il giorno dopo la polizia consegnò una recalcitrante avvocatessa in piena sbornia e in uno stato pietoso al perplesso inventore. L'avevano ritrovata che stava cantando a squarciagola  canzoni sulla tosatura delle pecore, bevendo insieme a degli operai che l'avevano aiutata a rialzarsi quando era caduta in una buca fangosa, ad Auckland.
Mentre la donna smaltiva la sbornia al fresco di un pascolo tra placide mucche, Aadam partecipò come conferente al congresso, annunciando la sua invenzione e tutti i benefici che avrebbe apportato all'umanità.
In molti erano interessati alla batteria, Russi, Giapponesi, Europei. Gli arabi no. Per i magnate del petrolio, la messa in commercio della batteria avrebbe rappresentato un'ingente perdita nell'estrazione e vendita petrolifera. 
Questa cosa non s'aveva da fare. Qualcuno avrebbe dovuto fermare Rumattula prima che la batteria finisse sul mercato.
Da quel giorno la vita di Aadam ed Eeva subirà una svolta positiva: la coppia strampalata si fidanzerà, e per festeggiare inizierà per loro un tour alcoolico in giro per il mondo. 
Intanto i Giapponesi, dopo un ennesimo  trgicomico viaggio d'affari con Aadam ed Eeva, firmeranno un miliardario contratto per la produzione delle batterie che sbancheranno il mercato mondiale dell'energia.

Il sicario professionista Luigi Rapaleore aveva i piedi congelati. Non che ci fosse da stupirsi: dovevano esserci quaranta gradi sotto zero.

Ma c'era qualcuno che stava tramando alle spalle di Aadam. Gli arabi, con lo spettro di un'imminente crisi petrolifera, vogliono far fuori Rumattula ed assoldano un infallibile killer italiano, il siciliano Luigi Rapaleore. 
Killer spietato e infaticabile, si mise presto sulle tracce dell'inventore, sapendo che non avrebbe dovuto fallire se avesse voluto guadagnare una cospicua ricompensa.
Eeva però aveva messo in preventivo la loro tutela, ora che erano diventati miliardari, perciò assoldò due anonime guardie del corpo giapponesi. Avrebbero svolto il loro compito sino a che le batterie non avessero sfondato nel mercato.
Durante il viaggio in Lapponia coi Giapponesi Rapaleore si nascose nella foresta innevata aspettando che Rumattula gli capitasse a tiro per sparargli. La morsa del freddo polare si impossessò del suo corpo e quando vide Aadam che sfrecciava su una motoslitta rincorrendo una renna impazzita che trainava i giapponesi, non riuscì nel suo intento. Il freddo lo aveva paralizzato, non sentiva più una gamba e i piedi e si risvegliò in ospedale senza una gamba e tre dita dell'altro piede.
Ma non si sarebbe dato per vinto, avrebbe portato a buon fine il suo incarico, anche se il contratto era stato firmato. Dotato di una protesi, presto si rimise in piedi pronto a far fuoco sul suo bersaglio, adesso era una questione personale...
Rumattula, oltre ad essere un resiliente amante dell'amore, aveva anche l'ingenuità dei buoni di cuore. Suo desiderio, ora che le possibilità finanziarie non gli mancavano era quello di aiutare chi si fosse trovato in difficoltà come lui. In fondo anche lui aveva ricevuto aiuto: l'amico tassista, l'ufficiale giudiziario, Eeva... Decise quindi, dopo aver finanziato gli studi in medicina dell'amico tassista, di aiutare un'anziana bisognosa che si era impossessata di un cimelio appartenente allo Stato. Scovata la donna, partì per portarle il suo aiuto, seguito dalle guardie del corpo e da Rapaleore, pronto a farlo fuori alla prima occasione. Ma l'impresa del killer finì in tragedia: dopo un conflitto a fuoco dove ebbe la peggio finendo le munizioni, fu costretto alla fuga dalle guardie del corpo di Aadam e, nel darsi alla macchia nella foresta perse la protesi che si spezzò, facendolo nuovamente finire in ospedale... Ora più che mai la questione era diventata veramente personale...
Nel frattempo le batterie stavano facendo impazzire il mondo, tutti le volevano, tutti volevano Rimättylä, che diventava ogni giorno più ricco. Mentre la coppia si arricchiva, Eeva, dopo una lite col fidanzato,  passò le sue giornate  alcoliche  da un locale etilico all'altro  comprando appartamenti in ogni parte del mondo. Aadam, molto più oculato e pratico, dopo aver aiutato chi si trovava in difficoltà, aveva solo un desiderio, quello di essere lanciato in orbita e vedere alba e tramonto della sua amata Finlandia dallo spazio. I soldi, si sa, aprono tante porte, e organizzare un lancio spaziale non fu poi così difficile e proibitivo per Aadam. 
Ma prima del lancio bisognava portare a termine una spedizione di lavoro in Russia. La coppia, fatta pace in Portogallo, nel nuovo vigneto di Eeva, insieme  alle fidate guardie del corpo, l'amico tassista diventato medico e un gruppetto di mogli di diplomatici con servitù al seguito ed altre persone, partì su un treno che sfrecciando lungo i binari della Transiberiana li avrebbe portati in Siberia. Durante il viaggio, però, ci fu un incidente. Il vagone sul quale viaggiavano si staccò improvvisamente dal trattore fermandosi in mezzo al nulla, con pochi viveri ed un povero cameriere  fortemente claudicante che prestava servizio per la moglie di un diplomatico.
E adesso come avrebbero fatto ad arrivare in Siberia o a tornare indietro? Erano dispersi, fermi su un binario ed  esposti al pericolo di un incidente ferroviario col prossimo treno che avesse compiuto quella tratta. Ma pensandoci bene una possibilità di salvarsi esisteva, Aadam doveva portare a termine la sua missione e partire per lo spazio...

Il romanzo, diviso in due parti, scorre veloce come il treno sulla Transiberiana trasportandoci al colpo di scena finale, inaspettato e "resiliente". 
Tra una risata in sordina e una a squarciagola, in una notte, sono arrivata alla fine con le lacrime agli occhi. 
Lo stile semplice, coinvolgente e comico trascina il lettore dentro alle pagine senza permettergli di uscirne. I personaggi catturano, diventano membri della famiglia e la loro storia viene presa a cuore dal lettore. Non si può non amare Aadam, un omone buono, fiducioso ed ingenuo, generoso e riconoscente, che ricorda tantissimo il Marcovaldo nell'ingenuo entusiasmo di fare, ma a differenza sua, è proprio l'ingenuità bonaria che lo farà arrivare molto lontano. Eeva è più schiva, avida di potere e denaro, ma non venale, generosa a modo suo e sotto una corazza rigida forgiata dall'alcool si nasconde un cuore grande e sentimentale, capace di vedere al di la delle apparenze.
Il libro, pubblicato per la prima volta ad Helsinki nel 1993, precursore dei tempi per l'argomento trattato, ad oggi è un ottimo spunto di riflessione sui passi fatti dalla tecnologia e sull'impatto ambientale.
Il mio consiglio è quello di passare qualche ora all'insegna del buon umore in compagnia di Aadam ed Eeva, perché come ci ricorda il nostro protagonista, la vita va vissuta con un pizzico di leggerezza e tutto si sistemerà. 
O quasi ...

Buona lettura,

Tania C.




martedì 14 gennaio 2020

Recensione NADIA TOFFA NON FATE I BRAVI La testimonianza che ci ha lasciato - Ed. Chiarelettere -




NADIA TOFFA
NON FATE I BRAVI
La testimonianza che ci ha lasciato

Nadia Toffa
Ed. Chiarelettere 2019
Pag. 177
Rilegato con sovracopertina
€ 16,00
Ebook disponibile

NADIA TOFFA

Nadia Toffa - foto Vaniti dal web - 

Non sono sbagliata, sono solo diversa dagli altri. Ho sempre lasciato il certo per l'incerto senza paura. L'istinto ha ragione e bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro e seguirlo. Si soffre nella separazione ma si inizia a vivere per davvero.

Per questa copia cartacea di NON FATE I BRAVI La testimonianza che ci ha lasciato,   ringrazio infinitamente Tommaso e Valeria di Chiarelettere che me la hanno gentilmente inviata. Ci tenevo particolarmente e, come sempre disponibili, mi hanno accontentata anche questa volta.
Peccato solo che il portalettere, durante la consegna nella  piovosa giornata della Vigilia di Natale, abbia pensato bene di non suonare il campanello né di allungare un braccio sotto la tettoia e di depositare il piego libri sotto la pioggia. Per fortuna me ne sono accorta in tempo e non si è rovinato molto. Che nervoso! Ad ogni modo l'ho fatto asciugare bene  ed ho cominciato la lettura subito dopo Natale. 
Questa mia recensione non è strutturata secondo gli schemi che sono solita usare: presentazione dell'autore, trama, impressioni. Questo libro è una raccolta di pensieri, testimonianze, confidenze che Nadia ha scritto durante gli ultimi mesi di lotta all'attacco mediatico, subito dopo aver rivelato le sue condizioni di salute e la scelta di rimanere in silenzio per smontare ogni polemica. Ho scelto quindi di ricordarla tramite la sua vita e  i suoi pensieri su carta, che la madre Margherita ha voluto pubblicare, esaudendo il desiderio di Nadia di non nascondersi ed essere se stessa fino alla fine.

<<Non fate i bravi>> Se sei sul libro delle partenze  non incide fare o meno i bravi. 
Se non fumi e non bevi hai una settimana in più di vita, ma potrebbe essere che in quella settimana tu abbia l'influenza.

Chi è Nadia Toffa lo sappiamo tutti, anche se non l'abbiamo seguita nelle sue indagini o nei suoi interventi in tv, la cassa di risonanza mediatica che ha avuto la sua lotta contro il cancro - mi piace chiamare le cose col loro nome - non è passata inascoltata. 
Nadia è nata il 10 giugno, come me, anche se a Brescia e  quattro anni dopo, nel 1979. Questa cosa di condividere il giorno di nascita mi ha sempre incuriosita, soprattutto per quanto riguarda il carattere di una persona, l'aspetto psicologico e umano, spingendomi a cercare quel sottile fil-rouge che lega le persone accomunate dalla data di nascita. Chissà se pure lei aveva questa curiosità?

Disimpari a stare al mondo se non leggi libri, arrugginiscono gli ingranaggi del tuo cervello. Interroga i libri e vedrai che risponderanno; accendi le orecchie e fagli una domanda. La tua forza è modellabile come la creta, puoi fare tesoro dei viaggi altrui.

Probabilmente si, visto che mi ritrovo in questa sua riflessione sui libri e sulla lettura. Sull'amore verso la lettura e nel trovare le risposte che cerchiamo chiedendo al libro che stiamo leggendo. Immedesimandoci nei personaggi, viaggiando in loro e con loro nella storia, all'infinito. 

Un libro contiene sempre una parte di te.
L'amore ha preso ispirazione da altri 
ma tu assorbi ciò che ti risponde.
Leggi senza fine;
viaggerai per sempre.


Diventata un'eroina suo malgrado, Nadia Toffa è stata una giornalista che ha condotto numerose inchieste scottanti per la trasmissione televisiva Le Iene, dalle inchieste sulle truffe al S.s.n da parte delle farmacie, alla proliferazione delle slot-machines e gioco d'azzardo, passando per la diffusione incontrollata dell'A.i.d.s. fino ad arrivare alla Camorra e lo smaltimento dei rifiuti tossici. 
Scabrosi i servizi sull'inquinamento prodotto dall'Ilva  sulla Terra dei fuochi. 
Molto forte la sua intervista a Roberto Mancini, agente della Polizia di Stato che con l'aiuto della sua squadra ha dato il via alle indagini sullo smaltimento dei rifiuti tossici nella Terra dei fuochi, ammalatosi così di linfoma 
non-Hodkin e venuto a mancare dopo una lunga lotta nell'aprile 2014. 
Un destino simile, dal 2017, quello di Nadia.
Una ragazza verace sempre sorridente e solare, dalla simpatia spontanea e amata dal pubblico di ogni età.

Un uomo ferito scappa; una donna ferita non la trovi più nemmeno se ti è al fianco. Le storie che finiscono sono amori mai iniziati; lasciamoli andare; le vere storie d'amore non finiranno mai; non si possono cancellare; sono parte di noi.

Questo inno alla vita di Nadia raccoglie anche pensieri sull'amore per un uomo che ha amato tantissimo, verso gli animali e in particolare sull'amore che la legava a mamma Margherita e verso tutte quei genitori che sopravvivono ai figli. L'amore più importante e più forte, quello per il quale Nadia si struggeva al pensiero di staccarsi dalla madre. 

<<Viviamo in una fotografia con contrasto: e più lo scuro è scuro e più la luce sarà luminosa.>>

Nadia era coraggiosa, ma anche fragile e della sua fragilità di giovane donna che vede la sua vita spegnersi dopo aver lottato con tutte le sue forze, non ne fa un mistero: sceglie di condividere con i suoi fans, gli amici e chi le sta intorno, il male che la sta spegnendo. 

Guardo i problemi che ho
specchiandomi negli occhi di chi ho di fronte.
Osservo i loro sguardi che mi riflettono 
e vedo me stessa limpida;
dipinta in un laghetto puro d'alta quota.
Se hai occhi aperti guarda con fiuto sincero.
Il loro riflesso ti dirà la verità.

Sceglie di farlo avvicinandosi soprattutto a chi, come lei, sta vivendo una situazione simile, cercando di portare un sorriso e alleviare quella solitudine dell'anima che si prova nel decorso di una malattia. 
Nadia è mancata il 13 agosto 2019, ma non si è arresa, non ha ceduto fino alla fine, raccontando il suo male e le sue battaglie come "occasione di rinascita", rimanendo  immortale tra noi grazie ai suoi libri e a questa raccolta di pensieri, poesie e riflessioni. 

Compatti e fedeli l'un l'altro vinsero la loro battaglia, conquistando la città quartiere dopo quartiere.
Uniamoci e vinciamo insieme la battaglia.

Per volere di Nadia, il suo funerale è stato celebrato da don Patriciello, parroco di Caivano, conosciuto per l'operato di sensibilizzazione sulla Terra dei fuochi.  Ad un mese circa dalla sua morte, grazie all'esito di una petizione on-line che ha raccolto più di centomila firme, si è arrivati alla decisione che il reparto di oncoematologia pediatrica dell'Ospedale Santissima Annunziata di Taranto verrà intestato a Nadia Toffa.

Ho imparato a non odiare il dolore per imparare ad amare la vita.

Nadia aveva tutto il diritto di sentirsi "arrabbiata", di provare odio verso quel destino che ha deciso per lei, ma ha saputo incanalare tutta la negatività del dolore trasformandola in amore verso la vita in tutte le sue forme. C'è troppo odio gratuito al mondo che tenta di piegarci e farci diventare automi anaffettivi, non serve aggiungerne altro. Questo Nadia lo aveva capito ed ha fortemente voluto, con la pubblicazione di questo libro, farlo capire anche a noi. 
Non dobbiamo avere paura del futuro, sarebbe come togliere ossigeno al presente. Il presente lo stiamo vivendo adesso ed abbiamo il dovere di viverlo ricordandoci che siamo vivi nella "stupenderia" che ci circonda.

"Per l'umanità, la carica vitale e l'esempio che Nadia ci ha lasciato, abbiamo verso di lei un debito di riconoscenza." 

Don Maurizio Patriciello - Brescia 16 agosto 2019 -

Grazie Nadia.

Questo è il messaggio che mi è arrivato tramite le parole di un'amica, una donna che potrebbe essere la nostra compagna di scuola, collega o vicina di casa. Una persona che con la sua umiltà e il suo sorriso rimarrà nei cuori di chi l'ha amata.
Non perdete l'opportunità di conoscerla un po' di più leggendo Non fate i bravi. 
È un regalo che farete a voi stessi, uno di quelli che durerà per sempre!

Buona lettura,

Tania C.





venerdì 10 gennaio 2020

Recensione GHIACCIO E ARGENTO di Stina Jackson - Ed. Longanesi -




GHIACCIO E ARGENTO

Stina Jackson
Ed. Longanesi 2019
Pag. 351
Rilegato
Collana la Gaja Scienza
€ 19,50
Ebook disponibile

CONOSCIAMO L'AUTRICE

Stina Jackson - foto dal web -

Stina Jackson, nel 2019 si è consacrata tra le stelle della letteratura trhiller nordica grazie al suo attesissimo primo romanzo: Ghiaccio e Argento. Ad un anno dall'uscita, solamente con le copie vendute al nord, ha raggiunto una tiratura di 290.000 copie. Nata e cresciuta a Skellefteå, al nord della Svezia, si è trasferita in Colorado, a Denver, dando vita al suo romanzo, pubblicato in Italia ad ottobre 2019 da Longanesi.


TRAMA

Ormai da tre estati Lennart Gustafsson, Lelle, padre di una bella ragazza adolescente, non vive più. Passa ogni notte guidando la sua auto lungo i cinquecento km della Via d'Argento alla ricerca della figlia Lina, scomparsa nel nulla un giorno come tanti proprio lungo la strada che si snoda tra gli alberi secolari dell'antica foresta nel nord della Svezia. Di quella strada, che il sole di mezzanotte non riesce ad illuminare, ma che in estate sembra un nastro d'asfalto sulla luna, Lelle conosce ogni segreto, ogni specchio d'acqua e ogni paese che incontra lungo il percorso. Da tre lunghi anni sua figlia si nasconde lungo quella strada, nelle sue foreste, ma il padre può svolgere le sue ricerche solo in estate: in autunno ricomincia l'anno scolastico e si vede costretto ad interrompere le ricerche. Consapevole di non avere speranze, Lelle fa della speranza l'unica ragione di vita che gli resta.  
Meja un'adolescente che, costretta dalla madre, si ritrova a vivere in una sorta di fattoria sperduta lungo la Via dell'Argento. Lontana dai suoi affetti più cari, con la solitudine nell'anima, Meja incontrerà qualcuno con cui potrà finalmente parlare più di quanto abbia fatto sino ad allora, una nuova famiglia. Con l'arrivo dell'autunno un'altra ragazza scompare nel nulla e il destino di Meja e Lelle si intreccerà in maniera sconcertante e inscindibile.
Scavando nelle ombre più buie dell'animo umano, Stina Jackson ha saputo plasmare il carattere di ogni personaggio incontrato nel romanzo, esordendo in modo geniale come nuova stella della suspense nordica.

IMPRESSIONI

Grazie alla cortesia di Elena di Longanesi che mi ha gentilmente offerto una copia digitale di questo intrigante romanzo, ho avuto la possibilità di conoscere una nuova autrice emergente. Mi sto avvicinando alla letteratura nordica, misteriosa ed affascinante e non potevo non leggere anche questo nuovo gioiello della suspense.
Le aspettative che avevo riposto nel romanzo sono andate ben oltre ogni previsione, facendomi piacevolmente scoprire l'accattivante genialità della Jackson. 
Un romanzo corposo, 350 pagine, scivolate placidamente nella prima parte, velocemente una dopo l'altra come i km percorsi da Lelle, nella seconda parte. 
Insieme a lui mi sono spinta lungo il nastro d'Argento, alla ricerca di Lina, tra mille domande senza risposta e col tormento dell'anima per quella scomparsa inspiegabile. 

<<Accidenti>>, disse Lelle. <<Ma che cosa mi resta per cui valga la pena vivere?>>
Quando lei lo guardò, aveva gli occhi velati dall'ombra di un rimprovero.
<<Devi trovarmi. Sei l'unico che può riuscirci.>>

Lennart Gustafsson ha quarant'anni, è un insegnante di matematica e padre di Lina, una studentessa adolescente che, in una giornata qualsiasi, cosparsa di unguento anti zanzare, sta accompagnando alla fermata dell'autobus. Su quell'autobus Lina non salirà mai e non farà mai più ritorno a casa. Nessuno ha visto e sa nulla di quella ragazzina, sembra che la foresta secolare abbia inghiottito in un buco nero Lina e non permetta a nessuno di trovarla.
Lelle si ritrova a lasciarsi sopravvivere alla perdita della figlia. 

Se gli alberi potessero parlare, avrebbero avuto migliaia di testimoni. 

In balia di giornate vuote e infinite, stanco e trascurato, sa che dopo tre anni non ci sono più speranze di ritrovare Lina, ma sente che non deve mollare laddove le autorità competenti hanno gettato la spugna. Si ritrova così ogni notte, sorretto dalla compagnia del "fantasma" di Lina, a percorrere la lunga Via dell'Argento, la statale del nord della Svezia che percorre l'immensa e cupa foresta. Non può mollare proprio adesso, la sua piccola deve essere ritrovata e l'unico momento buono è adesso, con la luce e il calore estivo, prima che l'inverno stenda la sua coltre gelida a paralizzare anche la sua anima tormentata. 
L'autrice, descrivendo la foresta e le stagioni che si alternano, ha saputo creare una geniale poesia per descrivere l'animo in perenne tormento di Lelle. La lunga strada come l'infinita ricerca, il calore della luce e del sole estivo a rappresentare Lina e la sua adolescenza, il gelo invernale come il tormento che lo attanaglia ogni volta che la speranza sembra venir meno. Delicata e geniale, la Jackson ha dato vita a sentimenti puri e genuini, quelli che nessun genitore dovrebbe mai provare, quelli che si innescano quando si sopravvive ai propri figli. 

Meja annuì. Lo beveva da quando aveva memoria. Caffé o alcol, ma questo non avrebbe potuto confessarlo, non a un estraneo. Il pane era bianco e morbido, si scioglieva sulla lingua; ne mangiò una fetta dopo l'altra, aveva così fame.

Delicatamente, la Jackson interseca la strada di Lelle con quella di Meja, una ragazzina tanto bella quanto sola e bisognosa del calore di una famiglia vera. 
Per seguire la madre dedita all'alcol e antidepressivi, e alla ricerca della tranquillità finanziaria, Meja si ritrova controvoglia, in un punto sperduto, probabilmente inesistente in qualsiasi carta geografica, della Via dell'Argento. 

Non voleva seguire Silje, ma d'altro canto non aveva il coraggio di restare indietro.

La madre Silje, dopo aver conosciuto on line l'ennesimo uomo, molla tutto per andare a vivere nella casa Torbjo, forte bevitore molto più anziano di lei ma che sembra passarsela bene nonostante lo squallore della casa in cui viveva, dispersa nel nulla della foresta. Ma almeno avrebbe avuto una stanza tutta per se e del cibo da mettere sotto i denti. Anche la sua era una fame atavica di sentimenti, di calore e affetto che nessun cibo ma solo una vera famiglia poteva donare. Meja è una ragazzina cresciuta troppo in fretta, che ha imparato a badare a se stessa e alla madre sempre fatta di alcol e medicinali, ma come tutti gli adolescenti ha voglia e bisogno di sentirsi tale, viva e di essere amata.
Meja ancora ignara della svolta che la sua vita sta per intraprendere, si ritroverà a percorrere la stessa strada di Lelle, trovando l'incastro giusto per far venire alla luce la verità insabbiata dagli strati polverosi del tempo. Consapevole che la bella ragazzina non è  Lina, Lelle farà di tutto per starle vicino e  darle l'aiuto di cui ha bisogno. Non l'abbandonerà nuovamente a se stessa, soprattutto ora che anche Hanna Larsson, una diciassettenne così somigliante, non solo nell'aspetto, a Lina, è scomparsa in circostanze misteriose dalla tenda che condivideva con l'amica in un campeggio della Via dell'Argento.

Erano rimaste dieci sigarette dall'estate. Il tabacco era secco e aveva perso l'aroma. Sfrigolò recalcitrando quando gli accostò l'accendino e fece un tiro. Non riusciva a sentire le proteste di Lina, non riusciva nemmeno a vederla. La pelle sempre più flaccida, là dove la barba non era ancora ricresciuta. A volte si chiedeva se lei lo avrebbe riconosciuto, quando fosse tornata a casa. O se entrambi fossero ormai irrimediabilmente cambiati.

La scomparsa di Hanna, diciassette anni, proprio come Lina bionda e con un sorriso dolce, si abbatte come un tornado nella vita di Lelle, spingendo ancora più a fondo la lama nel suo dolore infinito. 
L'aiuto di Meja sarà fondamentale per far luce sul mistero, ma riuscirà a salvare e riportare a casa Lina e Hanna?
Lennart riuscirà a placare le fiamme che ardono la sua anima quasi ridotta alla sterilità?
Dopo una prima parte dall'avvio placido come il lungo nastro  d'argento sulla luna, l'adrenalina inizierà a scorrere dall'inizio della seconda parte del romanzo in un crescendo sempre più emozionante e carico di curiosità.
Non lasciatevi quindi scoraggiare dal numero delle pagine e dallo scandire lento e voluttuoso delle prime pagine, superata la prima serie di curve della Via d'Argento , una giostra di emozioni e sentimenti vi travolgerà sino alla fine, non così scontata come potreste supporre.
Non vi racconto di più, lascio a voi scoprire se l'anima travagliata di Lelle ritroverà il luminoso sorriso sorriso di Lina e se la fragile Meja riceverà, finalmente, l'amore di cui ha da sempre avuto bisogno.
Stina Jackson è un'autrice ricca di sorprese, da non perdere di vista perché ci regalerà ancora tante nuove avventure, che scopriremo solo leggendo.
Buona lettura

Tania C.




domenica 29 dicembre 2019

LE SOTTIGLIEZZE DELLA VITA di Emilio Fenice - Ed. Cinquantuno.it -






LE SOTTIGLIEZZE DELLA VITA
Emilio Fenice
Ed. Cinquantuno.it 
Pubblicato il 23/05/2019
Pag.60
Formato Brossura

€ 10,00



CONOSCIAMO L'AUTORE

Emilio Fenice, classe 1956 dalle umili origini del sud italia, sin da ragazzo è sempre stato attratto dalla saggezza e dalla filosofia antica, moderna, esoterica sino a quella dei giorni nostri.
Le sottigliezze della vita è la sua prima opera letteraria, nella quale incoraggia il lettore ad una sottigliezza unica. "Aprire il palcoscenico in una unicità ai misteri della vita".



TRAMA

Nella vita tutto ha un senso... dipende tutto dal senso che diamo noi alla vita!

IMPRESSIONI

Auguri amici della Valigia, spero abbiate passate un buon Natale e che sotto l'albero abbiate trovato tanti bei libri.
Questo piccolo libricino mi è stato gentilmente inviato da Cinquantuno.it che ringrazio per il pensiero. È la prima opera  di Emilio Fenice, un uomo umile, dai forti valori e forgiato dal sole del sud Italia. La sua passione per la filosofia lo ha spinto a mettere su carta i suoi pensieri sulla vita e il suo senso, dando forma ad un piccolo "saggio filosofico" che, nell'umiltà di un uomo che ha contato solo sulle proprie forze ed ha cercato di scavare nel profondo della propria vita, invita il lettore a riflettere su ciò che noi rappresentiamo per noi stessi e  nel mondo. Non tanto come persone fisiche, quanto come il frutto di ogni nostra azione seguita da una  conseguenza. 

Ora io mi domando e dico perché parlare delle sottigliezze della vita? Forse perché non tutti ci arrivano o ci hanno mai riflettuto su questo argomento, di quanto sia importante e fondamentale.

Le sottigliezze della vita mi è arrivato la settimana scorsa, alla Vigilia di Natale; un gradito regalo! 
L'ho letto in poco meno di mezz'ora, ma ho aspettato volutamente questi giorni per raccontarvi le mie impressioni. 
Siamo alla fine dell'anno, per molti e per me, un altro anno difficile, che spesso ci ha piegati e messi all'angolo, ma contando soprattuto sulla nostra forza siamo riusciti ad andare avanti a testa alta, proprio grazie alle piccole "sottigliezze" che quotidianamente viviamo. 
È usanza, in questo periodo, fare bilanci sull'anno che sta per finire e su quello che sta per iniziare, riflettere sui nostri errori e come rimediare, sulle cose buone e belle che ci sono capitate, che abbiamo fatto e che faremo. Questa opera di Fenice mi è quindi sembrata un ottimo spunto per aiutarci a  riflettere.

Nella vita frenetica di tutti i giorni ci si distoglie da tutte queste riflessioni si fa davvero fatica a "catturare" l'attimo!

Desiderio dell'autore è quello di invitarci a riflettere su quanto piccoli gesti quotidiani, ai quali spesso non diamo importanza, siano l'innesco di una reazione a catena di azioni che scandiranno le nostre giornate e il senso.

Noi solo noi decidiamo di cambiare la direzione non per apparire più buoni ma per diventare più saggi.

Molto spesso compiamo dei gesti e delle azioni che ci possono sembrare banali, di routine, ma che nel tempo ci si ripresentano sotto forma di ricordi spingendoci a pensare al perché di quella determinata situazione, di quel gesto o di quel pensiero in quel determinato momento. Sono queste le sottigliezze della vita: piccoli momenti all'apparenza insignificanti, ma che giorno dopo giorno hanno costruito il nostro Io, "l'essere" che siamo oggi e che scegliamo di "essere" domani. 
Le riflessioni di Fenice fanno pensare ad un testo "lento", quasi flemmatico, ma la lettura si è invece rivelata veloce, scattante. Lo stile dell'autore, strutturato sulla sua personalità, è impetuoso e travolgente. Pensieri su carta, eviscerati direttamente dalla purezza di un'anima in continua evoluzione, forse a scapito della punteggiatura e  con  qualche piccolo lapsus, ma di grande saggezza e di una consapevolezza conquistata giorno dopo giorno. Perché come dice lui stesso "nessuno nasce maestro", ogni cosa ha il suo tempo e fortunati sono quelli che ci arrivano prima.

Consiglio questo libricino, dalla copertina carismatica, a chi è alla ricerca di se stesso, a chi si è perso durante le difficoltà e a chi vuole capire come apprezzare ogni piccolo istante della vita. Non è un manuale da prendere alla lettera, ma uno spunto alla presa di coscienza di se stessi, un invito ad agire con saggezza in ogni cosa che facciamo.

Augurandovi un buon Anno Nuovo, ricco di tante belle nuove letture, vi lascio per qualche giorno, subito dopo l'Epifania. 

A presto e buona lettura
Tania C.


lunedì 2 dicembre 2019

Recensione di LA MALEDIZIONE DI PIAZZA FONTANA Guido Salvini e Andrea Sceresini - Ed. Chiarelettere -



LA MALEDIZIONE DI PIAZZA FONTANA

Guido Salvini, Andrea Sceresini
Ed. Chiarelettere
Pag. 640
Brossura
Collana PRINCIPIO ATTIVO
€ 22,00


CONOSCIAMO GLI AUTORI

Andrea Sceresini . foto dal web su autorizzazione dell'autore-

Andrea Sceresini nato a Sondrio nel 1983, è un giornalista freelance. Attualmente lavora per La7. Autore di numerose inchieste e reportage di Guerra per "La Stampa", "Il foglio", "Il fato quotidiano", e "L'Espresso", ha vinto importanti premi, quali "Igor Man" e "Ivan Bonfanti" grazie alle sue corrispondenze dall'Ucraina. Per Chiarelettere, nel ha curato il libro di Vittorio Dotti "L'avvocato del diavolo"nel 2016 "Mai avere paura", storia del legionario Danilo Pagliaro. Sempre per Chiarelettere ha scritto insieme a Giuseppe Borrello e Lorenzo Giroffi "La seconda vita di Majorana", uscito nel 2016.

Guido Salvini - foto dal web -

Guido Salvini, giudice presso il Tribunale di Milano, è uno dei pochi magistrati che, per ragioni di indipendenza personale, ha deciso di non aderire a nessuna corrente organizzata dalla magistratura. Durante gli anni Novanta, in qualità di giudice istruttore, ha condotto le indagini sui disordini di destra e sulla strage di Piazza Fontana, i cui dati sono incanalati nell'ultimo processo, il terzo, riguardante la vicenda. Durante l'espletamento delle indagini è stato sottoposto a un procedimento aperto dal Csm, con la conseguenza del suo trasferimento a Milano. Curò personalmente sino allo stremo la propria difesa dalle accuse, uscendone indenne e riuscendo a dimostrarne l'infondatezza. Nel 2005, data dell'ultima archiviazione, Slavini ha continuato a procedere le sue indagini sul caso. In questo libro, La maledizione di Piazza Fontana, sono spiegati i risultati di un lavoro decennale, arricchito di rivelazioni inedite. Nel 2013 pubblica la raccolta di scritti sulla giustizia Office at night e nel 2019 il libro di riflessioni personali Domenica mattina presto, edito da Pendragon.


TRAMA

2005, giugno: gli ultimi neofascisti imputati per la strage del 12 dicembre ricevono la conferma della loro assoluzione dalla Corte di cassazione. Nel settembre 2008 il giudice Guido Salvini, autore dell'istruttoria che sfociò nell'ultimo processo sulla strage, riceve la lettera di un ex ordinovista padovano. "La prego contattarmi personalmente per novità su Piazza Fontana". Queste le parole, scritte nella lettera, furono il primo passo di una lunga e scrupolosa inchiesta privata, pubblicata per la prima volta in questo libro scritto con la collaborazione  del giornalista Andrea Sceresini. Un dettagliato atto d'accusa, senza riserve sui nomi dei terroristi neri sfuggiti alla giustizia che farà discutere, contro una parte della magistratura e delle sue responsabilità e inadempienze. In dieci anni di indagini Salvini ha ripercorso i suoi passi ascoltando nuovamente le sue vecchie fonti e trovandone di nuove. Ha smontato bugie e alibi che avevano tentato di ostacolare le accuse, raccogliendo elementi e riscontri a carico di soggetti mai presi in considerazione durante le indagini. Chi era quel giovane neofascista che in quel pomeriggio invernale sarebbe entrato in azione alla Banca nazionale dell'agricoltura? Cosa doveva raccontare la "fonte Turco"  del Sid, che i servizi segreti insabbriarono in gran fretta? Qual è la liaison tra un ex legionario morto suicida nel Sud della Francia e la morte di un ricco imprenditore padovano in Angola?
Ma soprattutto: perché i magistrati non sono stati in grado di compiere sino in fondo il loro dovere?
A più di cinquantanni  dalla strage, la vicenda più drammatica della nostro Repubblica ce la raccontano Salvini e Sceresini,  arricchendola di elementi inediti , come un grande giallo italiano. 


IMPRESSIONI

Nel 2016 ho avuto l'onore e il piacere di conoscere Andrea Sceresini, grazie ad una intervista che Chiarelettere mi aveva concesso per la recensione di un suo testo. Molto disponibile e alla mano mi ha dedicato un po' del suo tempo ascoltandomi e leggendo quello che avevo scritto. Negli anni a venire ho continuato a seguire le sue interessanti pubblicazioni, curate con uno stile semplice ed esaustivo.
Qualche giorno fa ho chiesto a Chiarelettere una copia di La maledizione di Piazza Fontana e, gentilmente, mi hanno omaggiato una copia ebook. Ringrazio quindi la Casa Editrice e Tommaso Gobbi per l'invio.
Non avevo mai avuto occasione di leggere nulla di Guido Salvini, pensando di non avere la pazienza e la capacità di comprendere spaccati di storia italiana da lui raccontati. 
Leggendo sono rimasta piacevolmente sorpresa dall'accuratezza dei particolari, dallo stile non proprio facile da seguire per chi fosse digiuno della storia trattata, ma  con un po' di pazienza, qualche domanda a chi più competente di me  e grazie alla minuziosa descrizione dei fatti accaduti dalla strage ai dieci anni di indagini, sono riuscita ad arrivarne in fondo. 
Leggendo cresceva in me la convinzione che la Storia d'Italia non è solo Impero Romano, Garibaldi, Motti Carbonari e le Grandi Guerre. Oggi dovrebbe essere materia scolastica la storia moderna, quella dagli anni di piombo ai giorni nostri. Abbiamo il diritto di conoscere ciò che è stato così come ciò sta succedendo. Un buon punto di partenza ce lo forniscono Salvini e Sceresini mettendo a nudo i fatti e i retroscena della Strage di Piazza Fontana, uno dei più grandi e gravi atti terroristici messi a segno a Milano il 12 dicembre 1969, nei pressi della Banca Nazionale dell'Agricoltura. Durante l'attentato persero la vita 17 persone e 88 rimasero ferite.

Questo non è un saggio ma una narrazione. Racconto, e solo io potevo farlo, senza rancore ma anche senza censura quello che è accaduto in quegli anni. 

Milano. 12 dicembre 1969, Ore 16.37. La mezzanotte della storia repubblicana. L’ora zero di quella che venne definita “La notte della repubblica”
Ombre nere che si allungano nel passato di una nazione uscita da una guerra civile dilaniata da contrasti mai sopiti.
Quella  di Piazza Fontana viene ancora oggi definita come la “Madre di tutte le stragi”, il primo capitolo di una storia insanguinata, scritta con il sangue delle vittime di Brescia, Bologna, Ustica, San Benedetto Val di Sambro.

È una serata livida e gelida, con la nebbia fitta che ingoia i palazzi. L'Italia scivola, dentro questa nebbia, nel periodo più buio dal dopoguerra. Tutti a Milano si addormentano chiedendosi: <<Chi è stato?>>.

Cinquant' anni di indagini, inchieste, misteri, bugie, depistaggi, intrisi di connivenze tra servizi segreti, massoneria e criminalità comune ed organizzata.
Sentenze della Corte di Cassazione ci restituiscono quella che dovrebbe essere la verità definitiva ma senza cancellare quella sensazione di dubbio che si insinua di fronte alle mille sfaccettature di una vicenda ancora oggi al centro dei dibattiti storici, politici e giudiziari.
Un libro, quelle scritto da Guido Salvini e Andrea Sceresini, che affronta una attenta disamina di mille fonti, alcune delle quali inedite anche al pubblico più attento, alcune sensazionali come i memoriali frutto delle audizioni di appartenenti all’entourage dei Servizi Segreti, da sempre al centro dell’orbite delle trame oscure.
Oscure come i personaggi che animano il mondo dell’avanguardismo di destra veneto, un cosmo che ruota attorno alle figure emblematiche dei cattivi maestri di Ordine Nuovo una delle sigle più tristemente note dell’estrema destra.

Di quello che si poteva dire è stato detto, per ora, detto tutto. Rimane la piazza.


Uno spaccato della storia recente ma al tempo stesso così lontana nelle nostre memorie, una delle pagine più dolorose, sullo sfondo della quale si dipanano, buio canovaccio intriso di sangue, tragedie quale la morte dell’anarchico Pinelli, indiziato della strage, che ebbe come teatro la Questura di Milano, evento che portò a quel processo al culmine del quale il Commissario Luigi Calabresi venne assassinato, figura tratteggiata come quella di un capro espiatorio sacrificato su un altare di convenienze e convenzioni.
La sensazione finale che se ne ricava è di un vuoto, di una grande opera incompiuta, di una verità di comodo, di facciata, che non è andata oltre l’ovvio, le evidenze.
L’ennesimo mistero che proietta le sue ombre sul passato e sul futuro di un popolo, di una nazione, avvezzi ai pochi chiari e ai mille oscuri. 

Certamente una storia oscura e forte, probabilmente non di facile comprensione per chi si approcciasse per la prima volta ai fatti, ma di sicuro è un buon punto di partenza per chi volesse conoscere o sapere di più sui fatti del 12 dicembre 1969. Io non ero ancora nata, ne ho sempre sentito parlare in sordina, tra il detto e non detto, come se una cosa accaduta nel passato fosse destinata a restare intrappolata in quel maledetto giorno. Ringrazio il mio fidanzato per avermi aiutata e sostenuta durante la lettura e la stesura della recensione. Quasi digiuna di informazioni che mi aiutassero a comprendere meglio la situazione, il suo aiuto mi è veramente prezioso.
Ringrazio Andrea Sceresini per la disponibilità che mi ha concesso anche stamattina, e ringrazio, anche se non lo conosco, Guido Salvini per aver dato all'Italia la possibilità di conoscere i retroscena della "madre delle stragi" italiane. Spero di aver colto il cuore di questa scrupolosa testimonianza, con la speranza di invogliare alla lettura tutte quelle persone che hanno voglia di sapere. 
Buona lettura, 
Tania C.





       




giovedì 28 novembre 2019

Recensione I CANI E LA NEBBIA - Matteo Olivieri - AltroMondo Editore


I CANI E LA NEBBIA
Matteo Olivieri
Ed. AltroMondo 
Pag. 169
Copertina flessibile
Collana Mondo di Sotto
€ 14,00

CONOSCIAMO L'AUTORE

Matteo Olivieri - foto dal web -

Matteo Olivieri, nato a Lanciano (CH) nel 1984, è un medico veterinario specialista in medicina erpetologica (rettili e anfibi) e PHD: inseminazione e riproduzione artificiale dei rettili a Brno (Bruno), in Repubblica Ceca dove ha una Cattedra all'Università..
Sin da adolescente la passione per la letteratura classica, fantasy e fantascientifica lo sprona a scrivere. Pubblica il suo primo libro nel 2015. Il suo passato lo ha portato a vivere in varie parti del mondo: Portogallo, Spagna, Taiwan, Indonesia e Repubblica Ceca. Ogni paese nel quale ha vissuto è stato uno spunto per ogni sua storia. Fin dalla prima infanzia pratica boxe e arti marziali.

TRAMA

Sergio Diaz, studente fuoricorso alla facoltà di medicina veterinaria di Teramo, si sente un fallito: un esame ostico lo sta bloccando da mesi. Dopo l'ennesima bocciatura, Sergio conosce Claudia, una ragazza nella quale cercherà amore e conforto. Giulia, studentessa eccellente ed impeccabile, si ritrova però bloccata dallo stesso esame che ha lo aveva messo con le spalle al muro. Senza la possibilità di poter proseguire gli studi, cade in una profonda depressione che sfocerà nella tipica rabbia colpevole degli studenti fuori corso.
Sergio e Giulia vivono una storia comune a molti altri, ma sotto l'apparente normalità del quotidiano, sembra stia succedendo qualcosa di sinistro a sconvolgere le giornate. Qualcuno sta seminando orribili manichini lungo le strade di Teramo, avvolti dalla nebbia inquietanti cani si aggirano per la città, il tempo non scorre più: gli orologi hanno smesso di funzionare. Sotto un cielo latteo e pesante, tra misteriose scomparse di persone e una città che cambia continuamente volto sino a distruggersi, Sergio e i suoi amici si ritrovano intrappolati in una giornata interminabile.  Nel grigio di questa follia distopica una domanda li martella: chi è Giulia Piccirilli? Chi si nasconde dietro Sergio Diaz? È veramente un assassino?


IMPRESSIONI

Questo romanzo, dalla copertina inquietante, che rende appieno l'idea del contenuto e del titolo, mi è stato gentilmente offerto da Alice di AltroMondo Editore e per questo li ringrazio di cuore. La possibilità di conoscere nuovi autori e nuovi "mondi" è vasta e interessante ed è un onore, per me, la fiducia che mi rinnovano ogni volta. 
Il romanzo di Olivieri, dal retrogusto gotico, mi ha preso molto più di quanto mi aspettassi. Classificato come romanzo di fantascienza, si colloca bene anche nel genere horror anni '80, distopico e noir. Insomma un mix di stili diversi e simili che accontentano un po' tutti gli appassionati del mistero. Un romanzo che si legge velocemente, lettura agevolata anche dal clima grigio e cupo che ultimamente sta avvolgendo l'Italia, costringendoci a passare più tempo in casa con la compagnia di un buon libro. 

Mentre guardo il fumo che scompare contro il cielo di cotone ripenso a Simone, a Vito, a Claudia e a Mario. Sono tutti morti adesso, ma io, Sergio Diaz, non sono un assassino.

Il romanzo comincia dalla fine, con un pensiero di Sergio Diaz, il protagonista, italiano e non Erasmus, che riflette su quanto gli è accaduto alla fine di una terribile giornata, conclusasi con la morte dei suoi amici. Ma non li ha uccisi lui, non è un assassino!
Sergio è uno studente fuori corso, e ci tiene a precisare che è italiano e non uno studente Erasmus, alla facoltà di veterinaria di Teramo. Da tempo un esame rognoso e a quanto pare insuperabile, gli sta dando filo da torcere, tanto da bloccare i suoi studi. Il nervosismo e l'ansia sono alle stelle, le sigarette invadono i suoi polmoni una dopo l'altra in un crescendo di agitazione. 
Il mostro, così era chiamato l'esame da molti studenti che, come lui, provavano e riprovavano senza riuscire a superarlo e tra i tanti c'era Giulia Piccirilli. Un'etereo scricciolo, maniaca della perfezione, sempre così puntuale e impeccabile. Eppure, sotto il cipiglio severo del professore monatto di veterinaria che la stava interrogando, anche lei sembrava una marionetta incapace di esprimere il suo sapere, finendo per aggiungere altra ansia e sigarette a quelle già presenti. Pazienza, ci sarà il prossimo il appello, così come decise Sergio.
Tornato a casa, Sergio saluta Namidà, una cagnolona pitbull che viveva nella sua villetta, poi dopo aver fumato una meritata sigaretta, decise di dormire. Era quasi ora di pranzo, ma un sonno ristoratore lo avrebbe aiutato a non pensare a quel maledetto esame, tanto il tempo a Teramo contava quasi nulla.  Invece di un sonno ristoratore, ci furono incubi a tormentarlo, ma non li ricordava, aveva solo il cuore in tumulto, così forte da svegliarlo. Tanto valeva alzarsi, scambiare due parole con Vito, proprietario di Namidà e suo coinquilino e poi uscire a fumare e comprar vino. La serata l'avrebbe passata in giro coi soliti amici. 

"E tu Sergio. Hai sentito del manichino?" Mi chiese Massimo con la cantilena ascolana e il sorriso largo. "No, non ne so nulla."

In una mattina grigia e fredda, Sergio arrivò in facoltà dove ad attenderlo c'erano i compagni di corso, tutti presi ed incuriositi dai fatti appena accaduti. Massimo gli chiese subito se fosse lui l'artefice del macabro ma goliardico scherzo. Qualcuno, rubando garze e pezzi di pelle, aveva creato un manichino e lo aveva lasciato in giro per la città. Le garze e la pelle erano suturate così sapientemente che erano in molti a credere che l'artefice fosse stato qualcuno di veterinaria. 
Sergio liquidò il compagno dicendo che a Teramo, se la gente si divertiva a quel modo, significava non avesse altro da fare. La lezione di un nuovo corso stava per iniziare, meglio pensare al professore. Ma per Sergio non andò come aveva sperato. Si era iscritto a quel corso senza aver superato gli esami adatti e il professore glielo stava poco carinamente ricordando, insieme al fatto di essere parecchio fuori corso, tanto da essere considerato vecchio e si trovava nel posto sbagliato. Il ragazzo provò a spiegare che non poteva seguire altri corsi, ma il professore sembrava aver preso di mira una ragazzina poco lontano da lui. Più tardi si ritrovò a rimuginare al bar davanti ad un caffè al ginseng, quando una ragazza catturò la sua attenzione. Goffamente si presentarono: Sergio e Claudia. Lei gli era seduta vicina durante l'ultimo esame non passato il mese scorso, e si ricordava di come fosse scappato e di quanto succedesse spesso. Claudia si interessò al libro che Sergio aveva tra le mani. Il libro del maledetto esame che entrambi avrebbero dovuto sostenere di nuovo. Chiese al ragazzo quali fossero le cose più importanti da studiare e Sergio la avvisò che il professore pretendeva tutti i capitoli. Se le avesse fatto piacere, l'avrebbe accompagnata a parlare col professore stesso per vedere se fosse cambiato qualcosa. Ma il professore monatto, col suo modo sgarbato, mise entrambi alla porta ribadendo che l'esame avrebbe riguardato tutto il libro.
Delusa e amareggiata, ma anche indispettita dall'atteggiamento del professore, Claudia si trascinò fuori dall'ufficio. La sua aria triste e malinconica colpì Sergio che non poté fare a meno di chiederle il perché di quella tristezza. Una vecchia storia d'amore finita male, fu la risposta. E da quel momento, Sergio e Claudia, tra una sigaretta e un bicchiere di vino, si supportarono a vicenda. 

Tutto sembrava invecchiato all'improvviso, come se il tempo fosse una voragine nella quale si cade da un momento all'altro. 

Il racconto scorre, nella grigia lentezza di un'utopia velata, quasi distopica. La surrealtà delle situazioni si intreccia con la realtà di un tempo che sembra aver fatto un improvviso balzo in avanti per poi fermarsi all'improvviso, calando un velo opaco e degenarativo sopra ad ogni cosa. 
Namidà se ne era improvvisamente andata, in solitudine, dopo aver inviato segnali che nessuno aveva colto. Il dolore per la perdita è forte e sconfortante. E da quel momento le cose sembrano andare tutte per una direzione sinistra. Locali dove Sergio e gli amici erano entrati il giorno prima, sembravano abbandonati da tempo, i cellulari non avevano campo, e segnavano un orario improbabile per quel preciso momento, anche gli orologi non funzionavano. I ragazzi, per capirne di più, provarono ad entrare in una Chiesa, magari c'era qualcuno che avrebbe potuto indicargli l'ora esatta. Ma con orrore, entrati in Chiesa, scoprirono che anche quella sembrava abbandonata da tempo e sul Crocifisso c'era un altro manichino, perfettamente cucito, fatto di bende e pelle animale. Decisi a denunciare il fatto alle forze dell'ordine, i ragazzi uscirono dalla navata principale facendo un'altra macabra scoperta: una bara aperta, abbandonata in mezzo al livore della foschia scesa sulla città e un secondo manichino, seduto su una panchina, anch'esso di pelle animale e bende, ma in abiti talari e col volto lacerato. Proseguendo verso la stazione, avvolti da un fetido odore di zolfo e marcio, i ragazzi trovarono altri manichini nella sala d'attesa, creati ad immagine e somiglianza di una famigliola in attesa del treno: padre, madre e bambino. Otto manichini, scherzo di cattivo gusto...
Un cielo latteo sembrava aver ingoiato e paralizzato la città. C'erano solo dei cani che si stavano aggirando intorno ai manichini, quasi impauriti da quelle figure indecifrabili di pelle e garze. Mentre uno dei cani ringhiava ad un manichino, quest'ultimo, alimentato da un'energia aliena, lo morse, strappandogli carne e mandibola come fosse indemoniato. Il povero animale fu scaraventato a terra dalla forza assassina del "mostro", mentre i ragazzi si diedero alla fuga.
Il retrogusto del maestro King aleggia nella mia mente, la calma placida, la tranquillità angosciante che regna prima di una catastrofe. Matteo Olivieri ha saputo creare quell'atmosfera rassicurante dell'horror, come il più esperto regista sul genere. Il fiato che si spezza, il sudore freddo che mi immobilizza sul divano, la paura di scoprire cosa  succederà nella pagina dopo...

Non so cosa successe a Teramo, ma la notte smise di arrivare, un giorno lungo, eterno, sotto un cielo bianchissimo. Le persone, erano cambiate, trasformate. Anche i cani erano diventati...

Dopo quella giornata infinita, dove il tempo sembrava non passare mai, Giulia si ritrova in una sorta di clinica psichiatrica asettica e bianca. E poi c'era Mara  che cercava di calmarla, di convincerla che a Teramo non era successo proprio nulla. La città non era distrutta, esisteva ancora e  c'era il sole, era una bella giornata. La donna la lasciò sola, consigliandole di leggere il quotidiano: le avrebbe fatto bene. Ma, una volta letto un articolo sul sindaco di Teramo, la confusione sembrò risucchiare Giulia in un pianto convulso che la lasciò apatica, persa nel vuoto oltre la finestra della sua stanza bianca. 
Cosa sta succedendo in città? Perché qualcosa è successo e sta succedendo, non è fantasia.
Cosa sono quei manichini e chi li ha messi li? E Sergio Diaz? Tutto ciò che sta succedendo dipende da lei. Perché è lei la chiave di tutto...
In un susseguirsi di azioni surreali, il finale stupisce il lettore, quasi come il regalo sorpresa sotto l'albero di Natale, inaspettato e  allucinante...
Non vi resta che ripercorrere i passi di Sergio, Vito, Giulia, Sara e gli altri per scoprire il mistero di Teramo, non ve ne pentirete. Le premesse di qualche ora al cardiopalma ci sono tutte. Se amate il brivido, armatevi di una calda coperta nella quale avvolgervi e avventuratevi per le vie di Teramo. I manichini e i cani della nebbia sono li per mostrarvi la spettacolare storia di Matteo Olivieri.
Buona lettura,
Tania C.


Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

  TUTTO NASCE PER FIORIRE Autore: Demetra Costa Editore: IoScrittore Formato: Brossura Pag.: 503 Uscita: Giugno 2025 € 18 formato cartaceo F...