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domenica 14 gennaio 2024

Recensione LE MANI SULLA GUARDIA COSTIERA di NELLO SCAVO - Ed. Chiarelettere -

 



LE MANI SULLA GUARDIA COSTIERA

Nello Scavo

Ed. Chiarelettere

Genere Grandi Inchieste

Collana Principio Attivo

Pagine 176

Formato Brossura con alette

€ 15 

Formato ebook presente in tutti gli store digitali


CONOSCIAMO L'AUTORE

Nello Scavo - immagine dal sito Chiarelettere -


Nello Scavo, inviato speciale di "Avvenire", da anni indaga su criminalità e terrorismo globale.

Portano la sua firma molti servizi delle zone più calde come la ex Jugoslavia, il Sud Est asiatico, America Latina, paesi dell'ex urss, Corno d'Africa e Maghreb.

Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti spicca il Premio cidu per i Diritti Umani -  Ministero degli Esteri (2020) e il Premiolino 2020.


TRAMA


Una fitta e impenetrabile cappa di nebbia è calata sulla Guardia Costiera.

Malgrado le incalzanti domante dei giornalisti e magistrati riguardo le numerose stragi di migranti, il silenzio regna sovrano sulle responsabilità, sulle origini degli ordini e  sul potere dei mandanti.

Nonostante il costante ed eroico impegno nel salvare vite umane, si sta oggi combattendo una "guerra" politica finalizzata a destituire autonomia e potere solo per accordo elettorale.

Portare in luce questo affaire di corte è solo il primo anello di una maglia facente parte di una complessa catena nella quale tramano mafie mediterranee, oligarchi russi,  contrabbandieri di petrolio e trafficanti di uomini, impegnati a produrre giri di affari da miliardi di euro.

Nello Scavo ha minuziosamente ricostruito le prove, fino a oggi tenute nascoste, dei patti segreti tra Stati, raccogliendo testimonianze di ufficiali in pensione, gole profonde del sistema di accoglienza e infiltrati.

Grazie alle testimonianze inedite riportate, insieme a documenti ufficiali, Nello Scavo accende finalmente una luce sull'oscuro mondo dei loschi traffici mediterranei,  volti ad alimentare la sete di potere di chi  non si fa scrupoli a sfruttare la vita umana di qualsiasi età. 


IMPRESSIONI


<< C'è un principio non scritto che risiede nell'animo di ogni marinaio: quello di prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare >>.

"Le mani sulla Guardia Costiera - come la politica minaccia l'indipendenza di una grande istituzione italiana -", inchiesta di Nello Scavo, mi è stata gentilmente proposta e offerta, in versione cartacea  da Tommaso e Alice di Chiarelettere, sempre molto disponibili e attenti ai miei gusti letterari.

La copertina è accattivante e in tema col contenuto dell'inchiesta.

Un mare agitato, cupo, nebuloso, come tutto ciò che ruota intorno al "traffico umano" nel Mediterraneo. Ma presenta anche un'area di mare increspato più chiara, quasi come una luce. 

Quella luce che l'autore sta cercando di fare da anni, mettendosi in gioco per la causa.

Chi di noi non ha mai fantasticato guardando i film e le fiction dedicate a imprese eroiche della Guardia Costiera italiana?

Chi, da piccolo,  non ha mai fantasticato di indossare la candida divisa estiva, sostituita dall'eleganza di quella blu marine invernale?

Una delle istituzioni militari italiane più importanti e impegnate a 360° tra cielo, terra e mare durante le emergenze marine, fluviali e lacustri, formata da uomini forti, eroi coraggiosi e generosi che ogni giorno si impegnano per difendere la nostra Terra da pericoli di ogni genere e a salvare chi rischia di perdere la propria vita in mare. 

Nello Scavo, grazie a un'accurata e minuziosa indagine, ha raccolto dettagliate testimonianze, documenti e prove riguardo certi "ambigui traffici marini", avvolti in una spessa coltre di nebbia e silenzio dietro al cui operato poco chiaro sembrerebbe celarsi il glorioso Corpo militare nazionale, la Guardia Costiera.

Il giornalista rimarca anche i valori sui quali  era stata fondata e per i quali ha sempre lavorato la Guardia Costiera, sempre fedele al suo motto "Omnia vincit animus".

Da qualche tempo, però, qualcuno sta remando contro l'operato italiano di questa grande istituzione militare, muovendo accuse pesanti.

Ma quanto sono fondate queste accuse? Quanta verità si cela dietro ad alcune di loro?

Giochi di potere politico e di interessi geopolitici, che mirano al predominio del Mediterraneo, stanno cercando di "affondare" la G.C. nazionale, gettando fango e portando a galla fatti poco chiari avvenuti nel "Mare Nostrum",  riguardo la responsabilità di alcune operazioni di salvamento dei migranti, avvenute nelle acque del Mediterrane, dove pare che le Ong interessate alle manovre di soccorso, ignorando gli ordini superiori istituzionali di Marina Italiana, si siano inoltrate molte miglia marittime ben oltre il confine della costa libica col benestare della G.C. italiana.

Pesanti, sono state anche le accuse, poi smentite, che vedevano le flotte navali atte a seguire le operazioni di SAR (search and rescue n.d.r.)  come un incentivo, un velato invito, ad aumentare il traffico umano. 

Il giornalista rimarca anche i valori sui quali era stata fondata e per i quali ha sempre lavorato la Guardia Costiera.

Nonostante l'accuratezza e la precisione delle indagini, quando si cerca di portare alla luce la verità, chi si mette in gioco ogni giorno per la causa, diventa scomodo, soprattutto a chi la verità la vuole tenere celata, continuando a lucrare a scapito di innocenti vite umane, tra le quali quelle di tantissimi bambini.

<< "Da questo momento lei è sotto protezione".

Pausa. Silenzio. Addio alla vita di prima. Così, in sette parole. Non riuscii a dire null'altro. Il perché lo avevo capito da solo. >>

Oggi Nello Scavo, per aver "dato la caccia" a uno dei più crudeli trafficanti di umani, il libico Al Milad, si trova a dover vivere sotto scorta, con una minaccia di morte che pende come una Spada di Damocle sulla sua testa.

Al-Bija, lo spietato aguzzino libico a capo di una potente cupola mafiosa della Libia del nord, che si arricchisce approfittandosi della disperazione umana, sembrerebbe essere il diretto responsabile di pestaggi e torture avvenuti nei campi profughi libici, con tanto di immagini e video che lo incastrano, ma soprattutto è sospettato di essere l'artefice di  molti naufragi finiti in tragedia, al soldo del "padrino" Mohammed Kashlaf, capo della sicurezza di una importante raffineria e trafficante di esseri umani, dietro al traffico illecito di petrolio, come una sorta di scatole cinesi.

Nonostante le pesanti accuse, Al-Bija, nel 2017 è stato ossequiosamente ricevuto in Italia, con tutti gli onori del caso, come Capo della Guardia Costiera libica, ritenuto valoroso uomo degno di fiducia nei riguardi della regolamentazione dei numerosi esodi, ovviamente dietro lauto e tacito pagamento di ingenti somme di denaro.

Nel 2018, nonostante la manovra salviniana contro le Ong, Al-Bija vede rafforzare il suo potere, ricevendo la promozione militare al grado di Maggiore. 

In parallelo aumentava anche la crudeltà verso i disperati che dal "lager" di Ez Zauia, dopo aver versato i risparmi di una vita, venivano stipati come sardine in una scatoletta senza motore né riparo e lasciati in mano al destino, per essere poi catturati dalla Guardia Costiera libica e riportati nei campi, dove avrebbero subito nuove e atroci violenze prima di essere di nuovo buttati in mare in balia delle intemperie. 

Alla luce di queste innumerevoli atrocità, le sanzioni Onu, che già da anni venivano inferte alla Libia, non sono mai state solute.

<< Per venirne a capo, come vedremo, bisogna ficcare il naso a La Valletta, proprio dove nel 2017 venne uccisa con un'autobomba la giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia, la cui morte ha molto a che fare con gli affari sporchi lungo le rotte del Mediterraneo. >>

Scavo sostiene che il crimine peggiore non è quello delle inchieste giornalistiche, ma l'omertà dello Stato, che copre la discriminazione col silenzio, proprio come era accaduto a Malta.

<< Una storia che va raccontata dalla fine. >>

Nel 2017, a La Valletta, con l'ausilio di un'autobomba, venne tragicamente assassinata la giornalista maltese Daphne Galizia.

La donna, della quale Nello Scavo si ritrovò a seguirne le tracce tracce investigative, fu dipinta dai funzionari del governo maltese come una "strega pazza", proprio mentre stava indagando su diverse piste che spaziavano dalla mafia ai casinò maltesi, dal traffico di petrolio a quello del gas e, in particolar modo, su quella del traffico umano nelle acque mediterranee e il coinvolgimento  nelle  losche manovre di copertura del corrotto governo laburista maltese, manovrato dalla malavita.

Calunnie e diffamazione furono l'anticamera per la sua eliminazione, magistralmente passate sotto silenzio.

<< Di tempo ne è passato. Ma in parlamento anche quella volta prevalse la scelta di sempre, la solita. Il silenzio.>>

Non da meno Scavo, durante le sue indagini,  riuscì a  raccogliere materiale sufficiente a denunciare sordidi intrighi governativi riguardanti l'alternarsi di governanti e le loro prese di posizione per fermare il traffico umano, senza mai risolvere il problema dignitosamente e senza sacrifici di vita umana, finendo per essere lui stesso minacciato dalla mafia libica e senza avere risposte dalle istituzioni. 

Di orrori da raccontare ce ne sarebbero ancora tantissimi, ogni capitolo dell'inchiesta è un invito all'approfondimento, a saperne sempre di più, aprendo un "Vaso di Pandora" senza fondo. 

Se anche a voi interessa la cronaca nera nazionale e internazionale, se amate le inchieste o semplicemente se siete curiosi di sapere, "Le mani sulla Guardia Costiera" è una interessante lettura che fa al caso vostro.

Non tutto è di facile comprensione, non tanto per la narrazione, che è semplice e scorrevole, quanto per l'elaborazione di tutte informazioni e, soprattutto, per  cercare di capire il perché l'essere umano possa arrivare a tanta cattiveria e delinquenza. 

Esseno un'inchiesta, quindi una raccolta di articoli e testimonianze, richiede un po' di impegno nella lettura e un minimo di conoscenza politica e militare, che può essere tranquillamente soddisfatta approfondendo ciò che non è chiaro, sul valore e operato della Guardia Costiera  e del mondo militare italiano.

Chiedo venia se ho fatto confusione ed errori di comprensione (gradirei se me li segnalaste), anche se l'argomento mi interessa, non è proprio il mio forte e spesso ho avuto bisogno di rileggere alcuni capitoli.

Colgo l'occasione per augurarvi  buona domenica e tante belle letture.

Alla prossima,

Tania C.


lunedì 11 settembre 2023

Recensione LA BAMBINA DI ODESSA La battaglia di una madre la promessa fatta a un figlio di Tiziana Ferrario - Ed. Chiarelettere -

 




LA BAMBINA DI ODESSA

La battaglia di una madre la promessa fatta a un figlio


Tiziana Ferrario

Ed. Chiarelettere

Collanana Narrazioni Chiarelettere

Genere Testimonianze, narrazioni

Formato Brossura con alette

Pag. 250

€ 18

Formato Ebook presente in tutti gli store digitali



CONOSCIAMO L'AUTRICE


Tiziana Ferrario, giornalista, il suo volto è entrato nelle nostre case durante la lettura delle notizie del Tg1, documentando guerre e crisi umanitarie. Reportage sull'Afghanistan presidiata dal dominio talebano, sulla loro caduta e sulle infinite difficoltà che il paese ha cercato di superare per abbattere le leggi tribali che lo governano.

Questo è il suo primo romanzo, dove racconta la storia di Homarira, principessa afghana esiliata a Roma, conosciuta personalmente durante il suo lavoro come giornalista, diventandone una cara amica.

Come in tutti i suoi libri, anche in questo suo romanzo emerge la forza di un problema del quale ha sposato la causa: la difesa dei diritti delle donne.

Tra le sue opere: Il vento di Kabul ( Baldini Castoldi Dalai 2006 ), Orgoglio e pregiudizi ( Chiarelettere 2017 ) e Uomini, è ora di giocare senza falli! ( Chiarelettere 2020 ), La Principessa Afghana e il giardino delle giovani ribelli 

 ( Chiarelettere 2022 ).


TRAMA

TIZIANA FERRARIO

LA BAMBINA DI ODESSA

La battaglia di una madre, la promessa fatta a un figlio.


<< LYDIA FRANCESCHI, UNA VITA CHE SEMBRA UN ROMANZO. LA NASCITA A ODESSA, LA LOTTA PARTIGIANA, GLI SCONTRI STUDENTESCHI, LA PERDITA DI UN FIGLIO: UNA GRANDE STORIA ITALIANA, LA VICENDA STRAORDINARIA MA VERA DI UNA DONNA CHE HA LASCIATO UN SEGNO INDELEBILE. >>

 «Lungo la strada della vita si incontrano tante persone, alcune non lasciano alcun segno, altre ci prendono per mano e ci guidano per farci capire da che parte sta il male e per che cosa vale davvero la pena lottare. Sono stata fortunata a incontrare Lydia Franceschi quando ero all’inizio del mio cammino nella vita. È stata un esempio. Non finirò mai di ringraziarla.»

Tiziana Ferrario

La nascita negli anni Venti (da genitori italiani) in quella che oggi è ancora l’Ucraina, il ritorno in patria, la lotta partigiana, l’insegnamento a scuola, gli anni Settanta e poi il dolore più indicibile: la morte di un figlio, negli scontri studenteschi. E ancora, una battaglia di vent’anni per far emergere la verità: Lydia Buticchi Franceschi, donna, madre, insegnante e testimone di un Novecento attraversato a testa alta, è qui raccontata dalla penna di Tiziana Ferrario.

Nata a Odessa nel 1923 da Amedeo, comunista fuggito dall’Italia per non finire nelle carceri fasciste, e Lidia, italorussa che abbandona le proprie origini borghesi per sposare la causa della Rivoluzione, Lydia prende il nome dalla madre, morta misteriosamente pochi giorni dopo la sua nascita. Tornata in Italia col padre e rimasta orfana a dodici anni, dopo che questi è ucciso dal cognato in camicia nera, cresce in solitudine e partecipa alla Resistenza come staffetta partigiana, diventa insegnante e poi madre di due figli, fino al giorno che segnerà la seconda metà della sua esistenza. Il 23 gennaio del 1973, durante una manifestazione all’esterno della Bocconi, suo figlio Roberto, ventenne e tra i leader del movimento studentesco milanese, è colpito a morte alla nuca da un proiettile sparato dalle file della polizia. Per ricostruire l’accaduto e chiarire le responsabilità delle forze dell’ordine, Lydia inizia una battaglia che durerà oltre vent’anni.  Lo Stato – incapace di identificare i colpevoli – si assumerà l’intera responsabilità risarcendo la famiglia che devolverà tutto alla Fondazione Roberto Franceschi, costituita nel 1996 in memoria del giovane ucciso.

Lydia si è spenta a Milano il 29 luglio 2021.

I proventi della vendita di questo libro saranno destinati alla Fondazione Roberto Franceschi Onlus (www.fondfranceschi.it).


IMPRESSIONI


"La bambina di Odessa" mi è stata gentilmente offerta in formato digitale da Alice e Tommaso di Chiarelettere, che ringrazio. 

Avendo problemi col mio e-reader ho dovuto leggere da pc, impiegando più tempo del previsto ma, come direbbe una mia amica, le recensioni non scadono e non passano di moda, perciò eccomi qua con le mie impressioni su questo appassionante racconto di uno spaccato della storia moderna italiana.


Milano, Università Bocconi, 1973. 

Per molti questa data potrebbe non significare nulla, fino a poco tempo fa io stessa sapevo ben poco del suo significato. Quell'anno Roberto Franceschi, un brillante studente della Bocconi e attivista di un movimento studentesco antifascista, figlio di Lydia Franceschi, la protagonista di questa storia, venne ucciso da un proiettile sparato dall'arma di un cordone di polizia, durante gli anni più cupi della lotta al neofascismo.

L'episodio del brutale omicidio segnò ancor di più la vita di Lydia, già provata fin dalla nascita da mille colpi bassi.

Tiziana Ferrario ha avuto la fortuna di conoscere Lydia e diventarne alunna. 

Venuta a conoscenza della travagliata vita della sua insegnante, con questa testimonianza e grazie all'aiuto della figlia di Cristina, figlia di Lydia, la Ferrario ha voluto dare voce alla donna e madre che non si è mai arresa, nonostante i continui affronti della vita, ma ha sempre lottato con ogni sua forza, per amore della famiglia e della giustizia.


"Sarebbe stato un 1° maggio indimenticabile per Amedeo e Lidia, perché la loro bambina aveva deciso di nascere proprio in occasione della festa più importante della nuova Russia..."


Lydia Buticchi nacque a Odessa nel 1923. Ancora in fasce rimase orfana di madre, Lidia, della quale porta il nome, deceduta in durante una serie di circostanze poco chiare. Il padre, Amedeo Buticchi, un antagonista perseguitato e in fuga dalle carceri fasciste, si risposò  e rientrò in Italia con la piccola Lydia e la moglie.


"Preferisco affrontare i fascisti che restare a guardarmi le spalle tra i comunisti."


Il rientro in Patria non fu idilliaco per Lydia. La moglie del padre non fu mai un'amorevole figura materna, e durante i primi anni di scuola le fu anche fatta terra bruciata intorno, per via degli ideali di opposizione del padre.


" Non esiste nessun fascio che non si possa rompere."


Lydia, costretta a crescere senza il calore dell'amore materno, si ritrovò  anche senza amiche, col timore che qualcosa di sconveniente, ascoltato tra le mura domestiche, potesse uscire dalla sua bocca, "offendendo" le compagne, figlie di gerarchi fascisti. 

Per un macabro gioco del destino, anche il padre venne a mancare fin troppo presto, ucciso per mano del cognato, una camicia nera, quando era ancora ragazzina, durante il periodo di studi in uno dei migliori collegi. 

La piccola fu costretta a dover fare i conti col muro di una realtà infame, ritrovandosi a dover lottare per il diritto a un pasto caldo, piegata da ore di duro lavoro e di studio. 

Per dare un po' di tranquillità alla sua anima provata, si immerse anima e corpo negli studi, appassionandosi  alla resistenza e diventando "staffetta partigiana" ancora ragazzina.

Accolta da una zia a Napoli, Lydia riuscì ad avere una vita abbastanza spensierata, fatta di balli e divertimenti, ma col pensiero fisso di seguire il suo sogno, quello di potersi laureare anche in chimica.

Tornata a Milano, riuscì a mantenersi agli studi e a conseguire anche il diploma scientifico, che le avrebbe finalmente aperto le porte alla facoltà di chimica

Nonostante le avversità della vita e tutti i suoi impegni sociali, non si lasciò mai scoraggiare, continuò a studiare, laureandosi e diventando prima docente e poi preside di una scuola.


"Come non sei Roberto? E allora chi sei?"

"Mi chiamo Mario. Mario Franceschi."


Grazie allo "scherzo" di un'amica in comune, conobbe Mario Franceschi, che sposò e dal quale ebbe due figli, Roberto e Cristina, i suoi gioielli più preziosi, che crescerà amorevolmente insegnando loro ideali di giustizia e libertà.

Nonostante gli anni felici passati col marito e i figli, la vita di Lydia fu da sempre funestata da pesanti lutti violenti che la segneranno per sempre.

Il più becero e brutale, quello del figlio, colpito a tradimento alle spalle, davanti all'Università Bocconi di Milano, come finale di un macabro gioco studiato a tavolino nel periodo cupo dell'Italia,  durante una manifestazione contro il neofascismo che stava imperversando in quegli anni.


" Chicco, non penserai di andare in piazza lunedì! " era tornata alla carica Lydia.

" Certo che andrò in piazza! Non si può non esserci, mamma, dopo quello che è successo."


Quel giorno, martedì 23 gennaio 1973, darà il via alla battaglia più importante e ostica di Lydia e della storia italiana, quella della strage di Piazza Fontana a Milano, quella contro gli anni di piombo, fatti di insabbiamenti, di omertà, di "armadi girati contro il muro". 


" Il lunedì successivo a Milano, una giornata plumbea e fredda, con un cielo gonfio di pioggia, Saragat non aveva partecipato ai funerali delle vittime di Piazza Fontana. Chissà cosa avrà avuto di più importante da fare in una giornata come quella..."


Una estenuante lotta per portare alla luce la verità, per fare finalmente giustizia e dare un nome e un volto ai carnefici dei crimini più efferati di quegli anni bui, segnati da altre stragi terroristiche che avrebbero insanguinato altre città italiane.


" L'assassinio di Roberto Franceschi sarebbe rimasto senza nome, come affermava l'ultima sentenza civile, la verità su quella notte non si sarebbe mai saputa. Un altro dei tanti vergognosi misteri italiani. "


Lydia Franceschi è deceduta nel 2021, all'età di 98 anni, senza essere riuscita a dare un'identità a quei criminali, beffata da una crudele sentenza. 

Ma la sua lotta non è mai stata infruttuosa perché insegna da sempre a lottare fino alla fine e a credere fermamente negli ideali di giustizia e lotta per i propri diritti. 

La storia di Lydia si legge come un romanzo, scorre fluidamente sotto gli occhi del lettore incuriosendo e appassionando fino alla fine.

Scritto con spiccata empatia,  usando uno stile semplice e magistrale, preciso e scorrevole, il racconto è frutto dell'impegno e delle accurate ricerche di Tiziana Ferrario, sempre precisa e attenta ai dettagli.


" In quarant'anni la società si è trasformata e la scuola non risponde più alle esigenze dei giovani. "


Un libro storico, che mi sento di consigliare, in particolar modo, ai giovani, alle scuole, per comprendere il significato di giustizia e di lotta all'omertà e per aiutare a capire cosa sia stato in passato e cosa si oggi il fascismo, di cui molti ragazzini si riempiono la bocca.

Invitandovi a passare dalla libreria più vicina, vi auguro buona lettura.

Tania C.




martedì 9 maggio 2023

Recensione AGENTE COBRA La mia vita di cacciatore di criminali di Attilio Alessandri - Ed. Chiarelettere -

 






AGENTE COBRA

La mia vita come cacciatore di criminali


Attilio Alessandri

Ed. Chiarelettere

GENERE: GRANDI INCHIESTE

COLLANA: REVERSE

PAGINE: 208

FORMATO: Brossura fresata con alette

PREZZO: € 17.00 

Formato ebook presente in tutti gli store digitali




CONOSICIAMO L'AUTORE


 

Attilio Alessandri, nasce nell’hinterland romano nel 1962. 

Quasi per dovere finisce il liceo e, subito dopo, si arruola in polizia, facendo gavetta nel reparto celere alla squadra volante per passare, nel 1982, a soli vent’anni, alla mobile.

Alla mobile percorre tutte le tappe della carriera fino al grado di sostituto commissario coordinatore, il grado più al quale può aspirare un poliziotto non laureato.

Dopo aver fondato e capitanato la squadra Cobra, riceve quattro promozioni per meriti sul campo, frutto del duro lavoro sulle strade di Roma, affrontando una dopo l’altra le pericolose bande armate che miravano a banche e portavalori.

Criminali di ogni genere: rapinatori, narcotrafficanti, pedofili, assassini, mafiosi sono stati ammanettati durante le sue operazioni, portate a termine con successo.

Pur essendo in pensione dal 2022, continua a collaborare con le forze dell’ordine.


TRAMA


AGENTE COBRA

La mia vita da cacciatore di criminali

 

LA STORIA VERA DELLO SBIRRO PIÙ TEMUTO E PIÙ

DECORATO DELLA CAPITALE

 

Attilio Alessandri (conosciuto come Agente Cobra) è il poliziotto più decorato della squadra mobile romana. Ha prestato servizio per oltre quarant’anni, indiscusso protagonista di operazioni memorabili: l’arresto del cassiere della mafia Pippo Calò e quello del narcotrafficante Massimiliano Avesani, detto “il Principe di Malaga”; le operazioni speciali per combattere lo strapotere della banda della Magliana; la cattura di Massimo Carminati, “il Cecato”, per decenni il criminale più temuto di Roma; i sequestri di persona; l’esperienza nell’antirapina; la caccia ai terroristi dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) e molto altro, che per la prima volta in questo libro ha deciso di raccontare in prima persona.

Come e perché è nata la squadra speciale Cobra. Come si costruisce un’operazione di polizia che porta all’arresto di pericolosi criminali o latitanti.

Come si sventa una rapina a mano armata.

Le sue operazioni raccontano la sua vita condotta sempre al limite, all’interno del corpo della polizia di Stato, a cui ha dedicato tutta la vita, arrivando a sacrificare gli affetti più cari e rischiando ogni giorno, in prima persona, di essere ucciso.

Un corpo che, come lo stesso agente Cobra rimarca, è luci e

ombre.

Perché “se il mondo è malato, lo è anche il Corpo di polizia”.

 

«Non sono un profeta. Ho fatto tutto quello che ho potuto. 

Fra poco nessuno si ricorderà più di me.»

«Almeno scrivi un libro. Racconta la tua storia. La storia

dell’uomo che ha fondato la mitica squadra Cobra.»



IMPRESSIONI


Amici della Valigia buon pomeriggio, spero passato in compagnia di tante belle letture. La recensione di oggi è tratta da un'inchiesta biografica veramente molto interessante, trattando temi di cronaca nera italiana sempre attualissimi. Il testo che sto per recensire si intitola "AGENTE COBRA La mia vita come cacciatore di criminali", porta la firma di Attilio Alessandri, (aka agente Cobra), e mi è stato gentilmente offerto in copia cartacea da Tommaso Alice di Chiarelettere che sanno quanto io ami queste letture, per questo li ringrazio.

Ho sempre recensito inchieste e biografie che riguardavano la mia passione per l'Arma dei Carabinieri ma, nei giorni scorsi, ho sentito bussare la curiosità di chiarirmi un po' le idee al riguardo. Ho così deciso di allargare le mie letture e i punti di vista verso un mondo a me sconosciuto, quello della Polizia di Stato, rimanendone piacevolmente affascinata.

<< Mi era nata dentro una sete di giustizia. Fu in quel momento che in me cominciò a farsi chiaro il mio avvenire: sarei diventato un poliziotto. >>

Ero ancora molto piccola il 19 marzo 1978, ma ricordo l'orrore e lo scalpore che fece in casa mia, quel giorno, apprendere la notizia dell'omicidio della scorta di Aldo Moro e il suo sequestro, sfociato poi in omicidio circa due mesi dopo, il 9 maggio 1978  (proprio oggi ricorre l'anniversario), per mano di un commando delle Brigate Rosse. 

All'epoca era ancora piccolo anche Attilio Alessandri.

Aveva soltanto sedici anni, poco più di un ragazzino nel pieno dell'adolescenza, ma abbastanza grande da rimanere sconvolto ed essere  in grado di capire le conseguenze politiche che sarebbero sarebbero scaturite da quella tragedia. 

Il giorno del sequestro  fu la molla che fece scattare in lui l'idea chiara e precisa della strada che avrebbe preso la sua vita: quella della giustizia, entrando  in Polizia.

<< Ma io non volevo studiare, ormai avevo fatto un patto con me stesso. Difenderò il mio paese, sarò il migliore dei poliziotti, andrò per le strade a scacciare i criminali. E lo farò non dopo, non domani, non quando avrò finito gli studi. Lo farò subito. >>

I genitori non presero bene quella notizia e furono perentori, prima avrebbe finito il liceo, poi avrebbe pensato al da farsi. Spinto dalla sua caparbietà, il giorno dopo il sequestro Moro,  Attilio si recò al commissariato più vicino.

Apponendo le firme dei genitori sui moduli e mentendo sull'età,  consegnò tutti i documenti che servivano per arruolarsi, restando comunque consapevole che prima dei diciotto anni non avrebbe potuto seguire il suo sogno.

Fin dalle prime pagine del racconto si evincono la forza di volontà e i valori  di quel ragazzino destinato a diventare uno dei cacciatori di criminali più esperti nel settore.

Mi è subito piaciuto quest'uomo dallo spirito fermo e il cuore grande. Una persona con una spiccata empatia, ma capace di non cedere alla pressione che ogni indagine avrebbe comportato.

Come tutti gli esseri umani è formato da carne, ossa, cuore e soprattutto sangue freddo. Ce ne vuole tanto per fare il suo lavoro. Intere giornate di appostamenti, in luoghi e situazioni improbabili, con la consapevolezza che quello potrebbe essere l'ultimo respiro. 

Solo chi ama e crede profondamente nel proprio lavoro è disposto ad accettare certi ritmi, e Attilio ha sempre portato a termine ogni incarico per amore.

L'amore per la giustizia,  l'amore per quella divisa che avrebbe garantito alla sua famiglia e agli italiani di vivere in sicurezza ogni giorno. 

Ma per portare avanti i propri ideali bisogna anche essere ben consci, ed accettare, che a  qualcosa bisogna rinunciare. Alessandri lo  accettò, non senza sofferenze e pagando un prezzo alto, ma lo fece da padre e marito che sa quello che è giusto per aiutare la propria famiglia e svolgere bene il proprio lavoro. 

Posso solo immaginare la sofferenza provata nell'ammettere senza paura i propri errori e prendere  decisioni che segneranno per sempre la tua vita.

Durante un'operazione i rischi superano di netto le sicurezze, se la testa è occupata da pensieri e problemi personali, nella squadra si viene a creare uno stato di ansia generale che potrebbe compromettere non solo la buona riuscita del caso, ma la vita stessa di più persone, anche innocenti.

Mente lucida e corpo saldo sono stati il punto di forza che fin da subito lo hanno portato a svolgere il suo lavoro egregiamente, emergendo nella carriera ancora giovanissimo, fino a fondare, dopo un periodo produttivo nella squadra anti sequestri, la Squadra Cobra, un gruppo di agenti scelti, specializzati in anti rapine.

<<... Lì, forse per la prima volta, ho piena coscienza di quel tumulto interiore che attraversava un uomo in situazioni di pericolo estremo e immediato. Paura, ma anche determinazione. E capisco che la paura rallenta il tempo... >>

I primi anni '80, passati nella squadra anti sequestri, lo coinvolsero nelle operazioni di liberazione di ostaggi sequestrati dal Mas (Movimento armato sardo).

I sequestri mi hanno sempre colpito molto, chi non ricorda gli anni di agonia di Cesare Casella o l'atrocità dell'orecchio mozzato del piccolo Farouk Kassam?  Ho sempre sentito parlare dell'Anonima sequestri sarda o calabrese, ma mai del Mas. 

Dal momento che tutto mi affascina, ho voluto  approfondire, sapere di più su quella associazione  criminale indipendente sarda, e la mia sete di conoscenza mi ha portato a parlarne a lungo con chi, in Sardegna, ha combattuto  la criminalità ogni giorno per  trent'anni, vestendo un'altra divisa.

Il Mas, organizzazione criminale indipendente nacque negli anni '80 nelle zone più ostili e impervie dell'isola, crescendo sotto la protezione della popolazione locale, molto spesso consenziente, e dei pastori mercenari che si misero ben presto al soldo di criminali latitanti, grazie al loro stile di vita molto primitivo, ubicato in montagne impenetrabili e isolate. 

Considerato alla pari delle Brigate Rosse e dei Nar (Nuclei anti rivoluzionari), a differenza della più longeva Anonima Sarda che affondò le sue radici e agì, oltre che in Sardegna anche tra le campagne di Lazio, Toscana, Umbria e parte dell'Abruzzo, il Mas non operò mai fuori dall'isola, eccezione fatta per il sequestro Comper, la cui operazione di dissequestro coinvolse Alessandri.

A farne parte erano un gruppo di malviventi e latitanti locali, uomini disumani senza scrupoli, senza nulla da perdere e dediti, oltre che alle rapine, a brutali rapimenti a scopo estorsione. 

Il Mas, seguendo quasi fedelmente i paradigmi dell'Anonima Sarda, era strutturato su una gerarchia a base piramidale, fondata sul potere matriarcale e rispettosa di un preciso codice d'onore che non li avrebbe mai visti  collaborare con le mafie e non li avrebbe mai visti coinvolti in sequestri di donne e bambini. L'organigramma esecutivo dei rapimenti partiva dalla base della piramide, gestita da un latitante, vari carcerieri, un  "cameriere" addetto al rifocillamento, che doveva fare la spola tra le cucine, abbastanza distanti dalla "tana", dove venivano preparati i pasti per l'ostaggio e carcerieri, e il nascondiglio. C'era poi un favoreggiatore, destinato a raccogliere informazioni finanziarie dell'ostaggio e alcuni uomini che fungevano da portavoce con gli intermediari della contrattazione del riscatto. 

Dal basso verso l'alto, il gradino inferiore riceveva ordini dal gradino superiore. Nessuno scavalcava nessuno e nessuno dei gradini bassi poteva interagire col vertice. 

La cosa che più mi ha sconcertato è stato apprendere che al vertice della piramide, a dettare regole, fossero proprio le donne. 

Quelle stesse donne che hanno sempre dato l'immagine di chi vive tra casa e agricoltura.

Un altro fatto che mi ha sconvolto è stato venire a conoscenza del fatto che gli ostaggi venissero legati con pesanti catene, al collo o ai piedi, lunghe giusto quel poco per poter cambiare posizione durante la notte, costretti a vivere nei loro stessi escrementi.

Più di tutto, però, mi ha scombussolato l'anima sapere che se i riscatti non venivano pagati, gli ostaggi più fortunati sarebbero stati sotterrati dal cemento, altri dati in pasto ai maiali. 

Ai maiali... come rifiuti! Quella notte quasi non ci dormii.

Il sequestro Comper segnò anche l'inizio della fine dei sequestri in generale, grazie all'introduzione, da parte della magistratura, della procedura al congelamento dei beni degli ostaggi, atto ad evitare il pagamento dei riscatti, tramutata poi in legge numero 82 nel 1991.  

Alla fine di marzo del 1985, dopo lo smantellamento della squadra anti sequestri  ci fu la svolta che  fece capire ad Attilio di appartenere "alla squadra", di essere un membro effettivo e collaborante. 

Il clima che si respirava nella sezione quel 30 maggio, era quello di quando sta per accadere qualcosa di grosso, di serio.  C'era in corso un'importante operazione che aveva teso gli animi fino allo spasmo. Anche se non vi aveva preso parte attivamente, grazie all'ordine di un superiore, venne coinvolto nella scorta di un uomo che avevano appena arrestato insieme a un gruppo di malavitosi siciliani. 

Insieme ad un collega gli venne affidato il compito di scortare nei laboratori della scientifica, per le procedure di riconoscimento, un signore dall'aria molto distinta. Attilio, curioso di sapere chi fosse, durante il breve tragitto in ascensore, cercò di soddisfare la sua curiosità domandando direttamente all'uomo le sue generalità, tanto più che di li a poco la scientifica lo avrebbe identificato.

Con un luccichio indimenticabile che scaturì dai suoi occhi, l'uomo si rivolse ad Alessandri rispondendogli:

<< Picciotto, facisti tredici. >>

Quell'uomo, scortato dall'ignaro Attilio, era uno dei più potenti boss della mafia siciliana, Pippo Calò.

Da quel giorno il giovane agente continuò egregiamente il suo lavoro nell'anti rapina, diventando sempre più scaltro e preciso durante le operazioni coordinate con la collaborazione di una squadra affiatata e valida, avanzando velocemente nella carriera.

<< ... E allora Attilio scatta dal nulla e gli salta al collo. Un gatto! Anzi, no, un cobra!. >>

<< Cobra. Da quel momento sarà il mio nome e in seguito anche quello della mia squadra. >>

Nei primi anni '90, a trent'anni, già ricopriva il grado di sovrintendente e nel '95 quello di viceispettore, conosciuto e in certi casi anche rispettato a dalla malavita per il suo modo di agire sempre schietto e diretto. Durante gli arresti non era difficile che molti si arrendessero subito alle sue manette, riconoscendone la bravura.

Quell'anno durante una movimentata operazione sul traffico di merce rubata, che lo coinvolse in un rocambolesco quanto esilarante inseguimento finito tra i rovi dei giardini di Villa Pamphili a Monteverde, venne ufficialmente costituita la squadra dell'agente Cobra.

Agente Cobra, il temuto e stimato cacciatore dei più feroci rapinatori della capitale ma non solo, perché grazie alle sue doti partecipò anche a importanti operazioni sotto copertura oltre oceano...

Ma questa è un'altra storia che vi lascio scoprire leggendo questa avvincente inchiesta.

Questa lettura mi ha aperto mondi sconosciuti, portandomi a conoscenza di interessanti  aneddoti sulla storia criminale italiana, che desidero approfondire al più presto.

Il bello di certe letture è che non si fermano alla trama stessa, ma infondono il piacere, la voglia e la curiosità di saperne di più, di scavare a fondo e conoscere.

L'Agente Cobra ha portato a termine, onorevolmente, anche questa "operazione" e per questo, in particolar modo se amate il genere giallo/noir, vi consiglio vivamente questa lettura.

Scorrevole, incalzante, accurata (per quanto, ovviamente, sia lecito raccontare) e soprattutto leggera, pur affrontando temi impegnativi.

Ringrazio ancora Tommaso e Alice per questa nuova opportunità e ringrazio il mio "informatore" per aver condiviso con me parte della suo vissuto, spesso molto simile a quello raccontato nel testo, durante gli anni di servizio sull'isola. 

Augurandovi buona lettura vi invito a correre in libreria o a spolliciare negli store, sicura che non ve ne pentirete.

Tania C.


 


giovedì 27 aprile 2023

Recensione UN AUTUNNO D'AGOSTO di Agnese Pini - Ed. Chiarelettere -







UN AUTUNNO D'AGOSTO

Agnese Pini

Ed. Chiarelettere

Genere Grandi inchieste                                                  Collana Narrazioni Chiarelettere

Pag. 256

Formato Brossura con alette

€ 18

Formato ebook presente in tutti gli store digitali


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Agnese Pini (Carrara, 1985), giornalista, da agosto 2019 è direttrice de “La Nazione”, prima donna ad aver ricoperto questo ruolo in oltre 160 anni di storia del quotidiano. 

Da luglio 2022 ha assunto anche la direzione de “il Resto del Carlino”, “Il Giorno” e “Quotidiano Nazionale”. 

"UN AUTUNNO D'AGOSTO" è il suo primo libro.


TRAMA

Estate 1944. 

Lungo la Linea gotica che da Massa Carrara si snoda, per 300 km, fino alla provincia adriatica di Pesaro-Urbino, si combatte la parte più cruenta della guerra in Italia, causa di una serie di eccidi brutali, compiuti dai nazifascisti. 

A San Terenzo Monti, paesino di poche centinaia di abitanti, arroccato sugli irti colli tra Liguria, Emilia e Toscana, vengono uccise senza pietà e a tradimento, 159 persone, soprattutto donne e bambini, brutalmente crivellati dal fuoco nemico, col macabro e beffardo  sottofondo del suono di un organetto. 

Scavando nella storia della sua famiglia, con una scrittura intensa e delicata, Agnese riporta in vita una parte di personaggi che hanno vissuto su quelle colline il periodo più buio della storia italiana, persone dai tratti quasi romanzeschi proprio per la forza e l'umanità della sua narrazione. 

Agnese Pini ha scritto un importante romanzo civile, plasmato nel respiro universale dell'inchiesta-racconto che parla di noi e del presente. 

“Una storia così” dice l'autrice “lascia un segno indelebile nelle famiglie che l'hanno subita, e appartiene a tutti i sopravvissuti e ai figli dei sopravvissuti. È una storia di umanità e amore perché, soprattutto nei momenti in cui vita e morte sono così vicine, l'umanità e l'amore escono più forti che mai. 

L'ho sentita raccontare fin da quando ero piccola: la raccontavano mia nonna, mia madre, mia zia (nella foto di copertina), ma per molto tempo ho pensato che fosse un capitolo ormai chiuso della storia d'Italia e della mia storia personale. 

Grazie anche al lavoro che faccio, ho capito invece che quel capitolo era tutt'altro che chiuso, che lì si nascondono gli istinti più inconfessabili di ciò che possiamo ancora essere. L'ho capito con la guerra in Ucraina, vedendo come certi orrori si perpetuino sempre identici al di là delle latitudini e degli anni. 

E l'ho capito perché nel nostro paese c'è un periodo, il ventennio fascista, che ancora non riusciamo a guardare con una memoria davvero condivisa. La storia raccontata in questo libro può diventare allora un'occasione per tornare a ciò che siamo stati con una consapevolezza nuova. Del resto la resistenza civile di un paese si può tenere viva solo restituendo verità e dignità al destino degli ultimi. 

Questo è un libro sugli ultimi ed è a loro che è dedicato, perché su di loro si è costruita l'ossatura forte e imperfetta di tutto il nostro presente, dunque anche del mio”.


IMPRESSIONI


Cimitero di San Terenzo Monti, epitaffio della stele dedicata ai martiri dell'eccidio - foto personale

Amici della Valigia buongiorno,  la recensione di oggi è tratta dall'inchiesta biografica "UN AUTUNNO D'AGOSTO" di Agnese Pini, edito da Chiarelettere. 
Il 25 aprile, zaino in spalla, col supporto della mia amica Martina, ho deciso di percorrere la Via della Resistenza che ci ha portate a San Terenzo Monti, ripercorrendo i passi dell'autrice.
Agnese Pini è una mia conterranea, con un passato importante e duro da "digerire" ancora oggi. 
Un passato talmente radicato e presente, che ha deciso di farlo conoscere a più persone possibili, in modo tale che il sacrificio dei martiri di San Terenzo Monti diventasse un monito per non dimenticare mai più gli stessi orribili crimini di un tempo.

La storia di San Terenzo Monti è legata a quella di San Terenzo Mare per la leggenda del Vescovo di Luni Terenzio.
Il Vescovo, approdato dalla Scozia a Portiolo di Lerici avrebbe dovuto recarsi a Roma, ma non vi arrivò mai, decidendo di vivere in povertà a Portiolo e dedicandosi alla fede e alla pesca.
Venne poi trucidato in un agguato teso dai suoi servi. Fu caricato su un carro trainato da due buoi e lasciato in balia degli eventi. Il carro, senza guida, si inerpicò sulle mulattiere, attraversando le colline lericine per arrivare fino al torrente Bardine sul confine montanaro di Liguria, Emilia e Toscana: la Lunigiana, terra della Luna.
Lungo le sponde del Bardine, i buoi morirono e, in quel luogo, nel 728 venne eretta la chiesa di un paese che prenderà il nome di San Terenzo Monti.
Gli abitanti di Portiolo, non avendo più le sacre spoglie del Santo a cui rendere omaggio, decisero quindi di cambiare il nome di Portiolo in San Terenzo che guarda il mare, oggi San Terenzo (Mare).
Questa storia è raccontata nei primi capitoli del libro di Agnese, di origine santerenzina (San Terenzo Monti) per parte di madre. A raccontarla è l'amico Roberto Oligeri, delegato alla Memoria del Comune di Fivizzano e nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca, figlio dell'oste del paese Mario Oligeri, un uomo che ha lasciato il segno nella storia, sacrificando sé stesso e parte della sua famiglia sfamando Reder e il Monco, per cercare di salvare il paese.

Salumeria Oligeri, ai tempi Osteria di Mario. Al piano terra c'era l'emporio e al piano superiore l'Osteria - foto personale -


Lo vedevo, e mi sembrava quasi di sentirlo Mario Oligeri, con il suo viso buono, amichevole, contratto dal terrore di quei momenti interminabili dell'assedio in Osteria, mentre aiutava a mettersi in salvo nei boschi sottostanti la sua cameriera Emma, presa di mira dai loschi tirapiedi di Reder.
Oggi l'antica Osteria Oligeri non c'è più, è rimasta la salumeria, quella che, ai tempi, era l'emporio sito all'entrata del paese.
Davanti alla sua insegna, la mente altro non può che ripercorrere il tempo a ritroso, come fosse una pellicola in bianco e nero dell'Istituto Luce.
Mario, aiutato dalla vecchia Adalgisa, intento a cucinare i sei polli da servire ai tedeschi. La preoccupazione sui volti della giovane Emma e di Adalgisa, nell'apprendere che i sei polli, molto difficili da reperire in quel periodo, erano diventati sette.
Erano le undici e trenta del 19 agosto, l'aria resa irrespirabile dall'afa e dal terrore dello scricchiolio prodotto dalla maschinenpistolen impugnata dal sottufficiale Paul Albers.
La voce di Reder, impastata dal vino, quello buono, messo in fresco da Mario, che da il via a procedere in quell'istante all'esecuzione di massa dei rifugiati a Valla.

<< "Centosessanta" aveva detto. E gli era bastato quel numero, non aveva dovuto aggiungere altro. Reder aveva annuito ... >>

Luni, zona della villa quartier generale di Reder - foto da Google Maps -

Mille voci e immagini mi rimbombavano per la mente non mi davano pace, mentre le lacrime trattenute a stento mi chiudevano la gola alla luce dell'agghiacciante scoperta che, a Luni (all'epoca Comune di Ortonovo, oggi Luni), a pochi metri da casa mia c'è una villa che al tempo dei fatti, era stata assediata dalle SS, diventando quartier generale di Reder e del Monco.
In una di quelle stanze, nell'ufficio di Reder, la sera del 17 agosto 1944, alle otto in punto, Helmut Looß entrò a colloquio con Reder e, tra le volute di fumo del maggiore, pianificarono data e luogo del massacro.
Storia sepolta nei ricordi, smarriti, dei miei concittadini, dei miei bisnonni e nonni. Storia che nessuno ha mai raccontato fino in fondo. Forse per dimenticare, per non ridare linfa vitale ai fantasmi di un passato così atroce.

Il racconto della Pini e di Oligeri prosegue quasi come un romanzo, ridando voce ai martiri dell'eccidio di Bardine e San Terenzo, attraverso le voci della sua famiglia e dei loro compaesani, alcuni riusciti a scampare la ferina esecuzione.

<< Sarebbero andati a Valla la mattina dopo. Palmira non aveva detto neppure una parola, era rimasta in silenzio a sentire le decisioni della nuora e della Lea, e non aveva replicato nulla. Non aveva nemmeno annuito. Eppure sentiva dentro un'angoscia che le pesava sul petto come un mattone, non era affatto convinta che Valla fosse la scelta giusta, che la grande fattoria dei Cecchini sarebbe stata un posto buono per nascondersi. >>


Stele eretta al ponte di Bardine in memoria del gruppo partigiano "Ulivi" e dei ragazzi versiliesi - foto personale -

San Terenzo Monti, 13 agosto 1944, presso il ponte di Bardine, un gruppo di partigiani chiamato "Ulivi" capitanati da Alessandro Brucellaria "Memo", facente parte della Brigata partigiana Ugo Muccini guidata dal maggiore Alfredo Contri, riuscì a spuntarla su 17 soldati tedeschi che stavano razziando il bestiame dei paesani.
Quattro giorni dopo, il 17 agosto, un plotone delle SS, al comando del maggiore Reder, fece incursione in quel di San Terenzo con 53 prigionieri catturati durante un rastrellamento in Alta Versilia.
La sera del 17, dopo l'incontro nella villa di Ortonovo, per vendicare i soldati tedeschi, Reder decise di uccidere i partigiani e i versiliesi, lasciando come monito uno sbeffeggiante, macabro e minaccioso cartello, per annunciare che avrebbe rastrellato tutta la zona da Bardine a San Terenzo:

"Questa è la prima vendetta dei 17 tedeschi uccisi presso il Bardine.

I giovani partigiani e i versiliesi catturati vennero legati e impalati agli alberi e ai pali dei vigneti e, dopo barbare torture, vennero fucilati senza pietà il 18 agosto.
Nello stesso momento, la bisnonna di Agnese, Palmira Ambrosini, nonostante avesse provato a non pensare alla brutta sensazione che la stava attanagliando, per scampare alla "visita" dei nazifascisti, decise di scendere a Valla, dai Barucci, ma non riuscì a salvarsi e venne trucidata sotto al pergolato della fattoria a Valla, situata in un boschetto appena fuori dal paese, insieme ad altri paesani e bambini.

<<... A Valla è sicuro e si può stare anche coi ragazzi più piccoli.>>
<<Anna... >>
<<... Qui ci ammazzano tutti ...>>
<<Tu lo sai che hanno promesso...>>
<<... Hanno promesso che San Terenzo non la toccano, lo sanno che noi non c'entriamo niente.>>


Valla, fattoria Barucci gestita, all'epoca dell'eccidio, dai mezzadri Cecchini -foto personale -


La fattoria, vista la sua posizione isolata, avrebbe dovuto essere un luogo sicuro, intoccabile, fuori dalla portata di Reder e del suo tirapiedi Looß, nominato il "monco", a causa della mancanza di un arto superiore perso durante una battaglia.

Fattoria Barucci a Valla, si notano le due strutture dove, inizialmente, avevano diviso gli uomini dalle donne e bambini perché: " Hanno detto che le donne e i bambini non li toccano." - foto personale -

Ripercorrere i passi della bisnonna Palmira, quasi udire l'assordante grido di dolore di ogni vittima tradita da chi si votò al potere nero, è stata un'esperienza intensa, forte come il temporale che ci ha sorpreso nella fattoria a Valla.
Lampi, seguiti da tuoni, come a voler rimarcare la raffica metallica delle "maschinenpistole" del fuoco nemico.


Monumento ai martiri di Valla, trucidati nel mezzogiorno del 19 agosto 1944


Davanti al monumento dei martiri di Valla, non potevo fare a meno di pensare alla speranza di salvezza che avevano portato nel cuore quelle persone buone e semplici, che si erano fidate, cercando di trovare un briciolo di un umanità in chi, l'umanità, non sapeva nemmeno cosa fosse.
Guardavo il paesaggio circostante, gli immensi pascoli gialli così placidi e rigogliosi, il verde smeraldino del boschetto di canne di bambù e noccioli che circondano la fattoria e mi chiedevo come abbia fatto Reder a trovare quel luogo così isolato, fuori mano e nascosto. Talmente nascosto che pure io, con tanto di navigatore non sono riuscita a trovare "alla prima".

Prato della fattoria di Valla, "il prato delle foto" - foto personale -


Sembrava quasi di vederle tutte quelle povere anime, ballare perplesse, ma col cuore ancora inesorabilmente gonfio di speranza, tra quei fiori gialli mossi da una brezza nella quale riecheggiava la macabra sinfonia dell'organetto di Reder.
Persone innocenti, tradite e sbeffeggiate dalle camicie nere, da conterranei corrotti, spesso per convenienza.
Due giovanissime ragazze di Ceserano, Beppina e Giorgetta, vendute al fuoco nemico da un sedicente ''direttore di ufficio pubblico di Carrara", in cambio della salvezza della sua famiglia.
Un gioco macabro, al massacro, senza etica né pietà, dove una vita, per convenienza, aveva più valore di un'altra, come quelle bestie che divorano i propri cuccioli per sopravvivere...

<< Don Rabino sembrava che lo stesse aspettando, manteneva lo sguardo alto e fermo, senza dire nulla perché in fondo non c'era nulla da dire... >>

Cimitero di San Terenzo Monti, sacrario dei martiri dell'eccidio - foto personale -


Non ho trovato riscontro, ma credo sia il pollaio della canonica dove la piccola Maria Vangeli si nascose, scampando alla cattura, dopo l'esecuzione di Don Rabino - foto personale -


Dopo la visita a Valla, abbiamo sentito il bisogno di recarci al cimitero del paese, dove riposano le vittime della fattoria e il parroco.
Davanti alla sua tomba, ho ripensato agli sforzi di Don Rabino, che ha cercato di salvare, invano, più gente possibile.
Ucciso lui stesso, un'esecuzione spietata, un colpo al centro del petto, nella canonica della Chiesa.
Don Rabino che, nonostante tutto, un'anima innocente, la piccola Maria, era riuscito a salvarla, nascondendola nel pollaio della canonica.


Targa affissa sul muro della canonica di San Terenzo, in memoria di Don Michele Rabino - foto personale -


Non ero mai stata in quei luoghi, pur abitando a pochi km. Ne avevo sentito parlare nei racconti di mia nonna e dello zio che, ai tempi, abitavano poco distante ed hanno vissuto il terrore sulla loro pelle, nascondendosi per giorni interi nei fossi e nelle grotte durante i bombardamenti e i rastrellamenti. Fortunatamente la mia famiglia non è stata toccata, sono riusciti a sopravvivere tutti, ma hanno portato nell'anima, per anni, quel peso troppo grande per loro, all'epoca bambini e adolescenti.
Dopo aver letto "UN AUTUNNO D'AGOSTO", mi sembrava doveroso approfondire e il 25 aprile, anche se con la pioggia, mi sembrava la giornata più "giusta".
Una giornata della Memoria, per ricordare il periodo più buio della storia italiana, fatto di odio, violenza, dolore, crimini feroci.
Crimini per i quali nessuno ha chiesto perdono, si è mai pentito, ma soprattutto ha mai pagato, fatto salvo alcuni, comunque mai pentiti ( ancor peggio ), messi spalle muro dal Procuratore Generale Militare Marco De Paolis.
Reder stesso, l'unico, all'epoca, ad aver pagato per i suoi crimini tuonò, nel 1986, appena rientrato in Austria dall'Italia, a spese del governo italiano, dopo l'amnistia concessagli da Craxi nel 1985:

<< NON HO BISOGNO DI GIUSTIFICARMI DI NIENTE. >>

E questo dovrebbe restare indelebile nella memoria di tutti!

Nella sua inchiesta, la Pini non ha potuto non dedicare qualche pagina all'ombra nera di un'altra guerra, terribilmente attuale. In Ucraina si sta combattendo da quasi un anno e mezzo. Un nuovo massacro, conseguenza di un gioco di potere e tirannia del quale nessuno si addossa la colpa e che da anni non riesce a trovare un punto d'incontro, ma continua a mietere vittime innocenti ogni giorno.
Nessuno vuole desistere, l'orgoglio, il potere, la smania di dominare l'Europa, stanno portando ad una battaglia infinita che sta avvolgendo col suo manto nero l'incolumità mondiale.

Chiedo scusa se ci fosse qualche inesattezza storica, ho cercato di seguire fedelmente il racconto di Agnese Pini e le varie targhe trovate affisse lungo il paese, ma essendo la storia stessa così ricca di fatti, spesso è facile perdersi o fare un po' di confusione perciò, doveste trovare qualche errore, gradirei la segnalazione per poterlo correggere.
Ringrazio il signore del trattore che ci ha evitato di girare a vuoto, facendoci strada fino alla Fattoria Barucci a Valla. È stato così gentile da raccontarci anche la storia della sua famiglia, trucidata proprio sotto il pergolato di Valla.
Ci è sembrato anche molto contento nell'apprendere che il libro della Pini non fosse un romanzo ma la fedele ricostruzione della storia del paese. Si vedeva chiaramente quanto fosse orgoglioso di questo. E a noi ha fatto un immenso piacere che Agnese abbia saputo raccontare la storia con tanta empatia da sembrare quasi romanzata.
Mentre il ''Signore gentile del trattore'', così lo abbiamo nominato non ricordandone il nome, ci raccontava la sua storia, un sorriso dolce era stampato tra le sue labbra.
Il sorriso di chi porta ancora addosso il peso di quegli anni bui, ma che è felice di poter condividere e ridare voce e vita a chi la vita l'ha persa combattendo fino alla fine per dare un futuro ai loro figli riusciti a sopravvivere.

Il gentile Signore del trattore - foto personale -




Dell'ubicazione della Villa di Isola di Ortonovo, quartier generale di Reder, non ho un riscontro preciso. Pur avendo cercato notizie al riguardo, sia on line, sia in Comune o chiedendo agli storici del Comune, la fonte più attendibile penso si trovi proprio nella foto postata.
All'epoca erano state assediate sia la Fattoria Benellli che Villa Becco, oggi Villa Elena, situata nella zona del Becco, sulle alture di Isola, proprio sul confine con Carrara. Escludendo la fattoria Benelli, che si era stata assediata, ma nel testo si parla di Villa e non di fattoria, Villa Becco/Elena, mi sembra la meno probabile, sia come ubicazione e soprattutto perché non c'è un riscontro di Reder in quella casa. Resta però impresso il ricordo comune di case e stanze confiscate dai tedeschi un po' ovunque nella mia zona di residenza.
A quei tempi i tedeschi confiscavano le case senza tanti complimenti, proprio grazie alla posizione strategica, situata tra il mare e la Linea Gotica.
Una di queste dimore si trova proprio dietro casa mia.
Non è stato facile venire a conoscenza di questi ricordi, sto facendo ricerche personali sul luogo, vicinissimo a casa, ma tutto risulta molto difficile. I ragazzini che vissero quel periodo oggi sono quasi novantenni, molti non amano ricordare, altri hanno preferito dimenticare, altri ancora, i più, non hanno mai saputo nulla al riguardo perché all'epoca ai bambini si nascondevano le atrocità per poterli salvare. I più fortunati venivano mandati in dimore sicure da parenti o amici che potessero prendersene cura.
Di quanto ho appreso da UN AUTUNNO D'AGOSTO e dalle mie ricerche, sono sempre più convinta che, nelle scuole, la storia che dovrebbe essere insegnata è questa.
Storia locale, che sul sangue versato dai nostri bisnonni e nonni, ha creato l'Italia.
Durante la visita a Valla, il Signore del trattore ci ha raccontato che poco tempo fa una scolaresca elementare, proveniente dalla Germania si era recata proprio alla fattoria a Valla.
I bambini avevano dipinto dei sassi coi nomi da lasciare sotto la stele commemorativa dei martiri.
Non ho potuto fare a meno di pensare a cosa abbiano provato questi bambini e i loro insegnanti alla luce dei fatti e visitando quel luogo, che oggi emana una pace surreale.

Il ricordo di Clara Cecchini, la bambina di 7 anni rifugiata nella fattoria di Valla, unica superstite dell'esecuzione avvenuta sotto il pergolato della fattoria. - Foto personale -

Non vi racconto la storia di Clara, nemmeno quella di Enia e della sua gallina, lascio a voi il piacere di scoprirla leggendo la storia raccontata da Agnese Pini.
Un libro che mi sento di consigliare soprattutto ai giovani, alle scuole e ai miei conterranei, per capire da dove proveniamo, e riflettere sul sacrificio di chi ci ha permesso di essere qui, oggi, a leggere queste pagine.
Il libro storico potrebbe mettere timore ma, vi rassicuro, la lettura è piacevole grazie allo stile pacato e semplice di Agnese. Così scorrevole e semplice che viene facile ricordare anche le date, incubo delle interrogazioni di ogni alunno.
Vi invito anche a visitare questi luoghi, non solo San Terenzo ma anche Sant'Anna di Stazzema, Bergiola, Vinca, Castelpoggio. I paesi che hanno dato la vita per garantire la vita futura.

Fattoria Valla. Colonnina spezzata in memoria dei martiri di Valla.
Spezzata come la vita di tutte le persone che si sono sacrificate per la pace e la libertà.




Per la copia cartacea di "UN AUTUNNO D'AGOSTO" che ho avuto in omaggio, ringrazio Alice e Tommaso di Casa Editrice Chiarelettere.
Ho amato ogni pagina di queste confidenze, ho amato ogni persona che ha raccontato la sua storia e li ringrazio tutti con un abbraccio virtuale.
Li ringrazio col cuore in mano per avermi invogliato a scavare nella storia della mia terra, la terra della Luna.

Buona lettura,
Tania C.

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