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martedì 6 febbraio 2024

Recensione LA NINNA NANNA DEGLI ALBERI di Alice Bassoli - Ed. Corbaccio -



 LA NINNA NANNA DEGLI ALBERI

Autore Alice Bassoli

Ed. Corbaccio

Anno di pubblicazione 2024

In commercio dal 6 febbraio 2024

Collana Narratori Corbaccio

Genere Giallo/Thriller/Noir

Formato Brossura con alette

Pag.  288

€ 16,90

Formato ebook presente in tutti gli store online


CONOSCIAMO L'AUTRICE 

Alice Bassoli nasce nel 1981 a Reggio Emilia, dove vive e lavora.

Fin da bambina inventa storie ma comincia a scriverle dopo i trent'anni, prendendo ispirazioni dai suoi due romanzi speciali, quelli che ancora oggi porta nel cuore.

È con La ninna nanna degli alberi che, tra più di millecinquecento candidature, si piazza tra i cinque finalisti del concorso Amazon Storyteller 2022.


TRAMA

2018, Dicembre.

Isabella non aveva mai più fatto ritorno in quel paese incastonato tra i boschi delle dolci colline dell'Appennino tosco-emiliano, nella casa della zia dove, da bambina, passava le vacanze.

Passavano. Lei e la gemella Valeria. 

In quel paesino trascorrevano l'estate insieme ai ragazzi del posto, tra bagni nelle fresche acque del torrente, i primi baci che li facevano sentire adulti e, per passare i lunghi pomeriggi di noia, le incursioni in una fatiscente villa abbandonata. Meglio ancora se la villa faceva paura, soprattutto di notte, quando si vedevano luci e si sentivano rumori strani...

Successe poi che una sera di luglio Valeria non fece ritorno a casa della zia.

Era scomparsa, come svanita nel nulla, lasciandosi dietro una scia di domande senza risposta.

Da vent'anni Isabella vive con l'anima divisa in due, da una parte ha cercando di vivere una vita apparentemente normale creandosi una famiglia, divorziando e vivendo con la figlia, dall'altra costruendo muri e confini per lasciar fuori dal suo mondo ricordi, persone e luoghi di quel tempo. Quei confini, in quei lunghissimi vent'anni, non li oltrepassò più.

Ma, adesso che zia Adele è venuta a mancare, si ritrova ad averne ereditato la casa e un indizio contenuto in essa.

Isabella, a questo punto, sa che se vuol liberarsi dei fantasmi del passato e fare pace con sé stessa, deve accettare quell'eredità e raccoglierne l'indizio per fare finalmente chiarezza su tutto ciò da quel maledetto giorno in poi le era sfuggito.


IMPRESSIONI


Per la copia cartacea di La ninna nanna degli alberi ringrazio calorosamente Valentina di Casa Editrice Corbaccio, che esaudendo il mio desiderio, mi ha dato la possibilità di leggere il romanzo con largo anticipo rispetto all'uscita in libreria.

Senza nemmeno leggerne la trama, fui attirata dalla copertina e dal titolo che lasciavano presagire una storia dolce, malinconica, probabilmente con dei bambini e le loro spericolate avventure come protagonisti. 

Non ero andata poi così lontano, la lettura della sinossi confermò buona parte delle mie supposizioni. Scoprire poi che l'ambientazione della storia racconta di luoghi della mia infanzia è stato il segnale che il mio "naso" letterario non aveva sbagliato il colpo. 

Leggere il romanzo è stato un'esperienza che si è spinta ben oltre le mie aspettative! 

Pagina dopo pagina sono stata letteralmente risucchiata dalla storia tanto da iniziarla e finirla in una notte perché non riuscivo a staccarmi dai suoi sibillini intrecci.

Quello che mai mi sarei aspettata da questo romanzo, è il fatto che sia completo, che sia stato scritto col giusto mix di tutti quei fattori che fanno di una storia La Storia!

Un pizzico di romanticismo, una spolverata leggerissima di eros, la giusta miscela tra horror, suspense e dramma, un po' di avventura che non guasta e tanto, tanto mistero.

Atmosfere e avventure che riportano agli anni '80, a Twin Peaks, Stand by me, It, ma con un velato accenno al più attuale Dicker, ripercorrendo il sentiero dei ricordi con  la tensione a fior di pelle e l'attenzione sempre più viva.

La ninna nanna degli alberi racconta la storia di Valeria e Isabella, gemelle di Reggio Emilia che, fin da bambine, trascorrevano le loro vacanze a casa di zia Adele e dell'iracondo marito Alfonso, un uomo irascibile, prepotente e che non hanno mai considerato come zio.

Il personaggio è stato costruito talmente bene, con dovizia di particolari, che viene naturale provare ripudio per una persona così truculenta.

Il paesino, dal nome immaginario, Cadelbove, è sito nelle dolci colline del Reggiano, probabilmente tra Castelnovo ne' Monti, Felina e Reggio Emilia e, per le ragazze, è un luogo del cuore. 

È sempre stato bello ritrovarsi, ogni estate, a casa di zia Adele, anche se ciò comportava la convivenza forzata col dispotico e arrogante marito della zia, Alfonso.

Nonostante tutto alle ragazze, alla fine poco importava dei continui rimbrotti dell'uomo, una volta nell'intimità della loro camera, con la musica a tutto volume, ogni ombra nera svaniva e poi c'erano Alberto e Lorenzo con tanta voglia di vivere, di essere liberi e fare nuove esperienze.

Isabella e Valeria hanno diciassette anni, sono giovani, belle, con un corpo statuario che  fa girare la testa ai ragazzi del paese che fanno parte del loro gruppetto: il timido e goffo Lorenzo e il fratello Alberto.

Valeria è più consapevole della propria femminilità e molto più disinibita rispetto alla gemella più semplice e introversa. 

Isabella, invece, ha ancora l'anima acerba di chi si approccia all'adolescenza: ogni giorno più bella e desiderata, senza la consapevolezza del proprio corpo.

Proprio Isabella fa breccia nel cuore e nell'anima di Lorenzo, diventando il suo chiodo fisso, anche se il ragazzo, ancora troppo impacciato e influenzabile non troverà mai il coraggio di dichiararsi. Così come non riuscirà a dichiararsi Isabella, che comincia a provare qualcosa per Lorenzo.

Tutto ciò non va giù a Monica Cavicchioli, figlia del violento Maresciallo dei Carabinieri del paese e componente maliziosa e  "ingombrante" del quartetto.

Monica, innamorata di Lorenzo, vede nelle gemelle Celsi il pericolo; prova un'invidia talmente radicata, esacerbata dalla violenta situazione familiare, da corroderle l'anima e farla agire senza riflettere. 

Si sente inferiore, è sgraziata, troppo formosa nei punti sbagliati, sa di non essere la classica bellezza che attira le attenzioni dei  ragazzi e sa di non poter competere con la bellezza giunonica delle gemelle, soprattutto di quella che lei considera una "gatta morta": Isabella.

Ma è manipolatrice e sa anche come far valere il suo forte ascendente su Lorenzo, creando in lui una forte dipendenza sessuale.

Alberto è il "filtro" del gruppo, il ragazzo buono,  con quel pizzico di intraprendenza tipica dell'età che cerca di affrontare tutto con distaccata diplomazia, rifugiandosi nella musica. Non è immune al fascino di Valeria.

Forse è il personaggio più marginale, quello un po' in ombra rispetto agli altri. Più "distaccato", passatemi il termine, socialmente. A lui piace la musica, il rock, ama suonare i suoi strumenti e, pur essendo partecipe e coinvolto nella vita del gruppo, resterà sempre un passo indietro, quasi a protegger loro le spalle come un fratello maggiore. 

Lorenzo è il muro portante del gruppo. Timido, goffo, un po' eccentrico nel vestire, da sempre innamorato di Isabella ma affascinato da Valeria, si lascia facilmente influenzare da Monica, senza mai distogliere e celare il suo interesse per Isabella.

L'autrice è riuscita a plasmare  non solo l'aspetto fisico ma anche quello psicologico di ogni personaggio, mettendone in risalto luci e ombre del carattere, i  disagi e i fantasmi interni,  dando loro una vita autonoma, quasi come fossero i "ragazzi della porta accanto". Viene naturale uscire di casa e cercarli, sperando di vederli uscire dal portone del dirimpettaio.

Lorenzo, Alberto, Valeria e Isabella, durante l'estate del 1998, per cercare di evadere dalla routine delle scampagnate al torrente, decidono di fare un'incursione nella villa diroccata e abbandonata da tempo immemore, confinante con la casa di zia Adele.

Come moderni urbex, spronati dalla curiosa spavalderia di Valeria, tranciano il catenaccio del cancello ed entrano nella villa. A nulla valgono i rimproveri di Lorenzo e Isabella, ai quali quel luogo mette disagio e vogliono uscire.

<< Alberto fece luce sulla vernice logora della porta. Vide segni geometrici inquietanti dipinti con un aerografo. Un osso legato a un nastro nero penzolava dallo stipite. >>

La casa versa in uno stato di fatiscenza avanzata da vent'anni: pavimentazione sconnessa, calcinacci, assi rotte, tanta polvere e, in una delle stanze c'è qualcosa di molto strano.

Un osso, appartenute a chissà quale genere di creatura, penzola dallo stipite della porta, stelle a cinque punte e strani disegni geometrici sono disegnati  ovunque: tutto fa pensare che dentro a quella stanza avvengano riti satanici.

La stanza del male! Quello sembra proprio essere il nome giusto per quel luogo.

Isabella e Lorenzo cercano di convincere Valeria a uscire da quella strana casa così macabra e alla ragazza, seguita da Alberto, non resta che fare dietro front e uscire, passando però, per il giardino, sul retro della casa, confinante con la camera da letto di zia Adele.

Come tutta la casa, anche il giardino versa in condizioni di degrado. C'è un pozzo profondo, chiuso con un coperchio di fortuna, un dondolo arrugginito, erbacce e muretti sconnessi. 

L'atmosfera gotica e suggestiva del luogo rapisce da subito il lettore che si ritrova a esplorare ogni angolo di quella antica villa ormai preda del tempo.

La curiosità di sapere quale sia il mistero che si cela in quella strana camera e in quel giardino tiene incollati alle pagine con la speranza di scoprire qualche torbido segreto.

<< Caro diario, sono tornata da sola nella casa abbandonata, all'insaputa degli altri. Mi sono diretta verso la stanza del male. Ho trovato la porta socchiusa. Il corridoio era buio. E proprio quel buio deve avermi protetta dal loro sguardo. >>

Il "segreto", effettivamente c'è, e lo scoprirà Valeria, tornando in quella casa più volte e senza il gruppo. Un segreto terribile, che mai avrebbe potuto immaginare. E da quel giorno Valeria cambierà, non sarà più la stessa ragazza solare e vivace di pochi giorni prima. 

La prima ad accorgersi del repentino e strano cambiamento è Isabella ma, per quanto faccia, nulla serve a far ritrovare il sorriso alla gemella.

Valeria è spaventata da qualcosa che ha visto in quella casa, si è chiusa in sé stessa. Ha paura, è schiva e pian piano scivola nel tunnel dell'autodistruzione, finché una notte, improvvisamente, scompare senza lasciare tracce.

Cominciano le ricerche estenuanti, col coinvolgimento del lettore, che si ritrova a seguire piste nei boschi del paese, a interrogare persone e a tornare in quella casa maledetta alla ricerca di risposte. 

I giorni si susseguono, come grani di un rosario,  ma di Valeria nessuna traccia. Qualcuno asserisce di averla incontrata a Reggio Emilia, altri di averla vista in giro; la disperazione di Isabella comincia a crescere attimo dopo attimo. Lo sente nella pancia che è successo qualcosa di brutto alla sorella. 

Il tempo passa inesorabile, Isabella è cresciuta, ha quasi quarant'anni. Dal giorno della scomparsa della sorella sono passati più di vent'anni e in tutto quel tempo Isabella ha creato una sua famiglia, ha una figlia adolescente che è il ritratto di Valeria, ha divorziato dal marito, pagando tutto a caro prezzo. 

Per riuscire ad andare avanti e superare quella tragedia, per Isabella, abbandonarsi all'oblio dell'alcool sembra la soluzione più rapida ed efficace.

Il destino però ha altri piani per lei, costringendola a tornare al paese, per gestire l'eredità lasciatale da zia Adele, appena scomparsa.

Così, dopo una vita a cercare di convivere col dolore della perdita di Valeria e a stare lontana da Cadelbove, Isabella si ritrova ad aver ereditato la casa di zia Adele e tutto ciò che contiene, in particolar modo gli anagrammi creati dalla zia, coi quali giocava sempre fin da quando era bambina.

Tornare in quella casa è una doccia fredda, troppo dolore si cela ancora tra quelle mura e nella sua anima. 

Negli anni non è mai riuscita ad accettare la scomparsa di Valeria. Solo l'alcool, nel tempo, è diventato un fedele compagno, creando una bolla illusoria di quiete. 

Isabella sa che è arrivato il momento di andare finalmente avanti e fare i conti col passato. 

La figlia Emma, cresciuta forse troppo in fretta, è il suo perno, il punto fermo dal quale ripartire dopo ogni sbronza, dopo ogni giornata no.

Appena tornata a Cadelbove, Isabella, durante una delle sue crisi alcooliche, ritrova Lorenzo. Non sembra più il ragazzino insicuro e goffo, anzi. Un po' appesantito, coi segni del tempo sulle spalle, ma pronto come sempre a tenderle una mano nel momento del bisogno, soprattutto ora che è diventato un carabiniere.

Insieme a Lorenzo ritrova anche Alberto e Monica, ora moglie di Lorenzo e madre del nuovo amico di Emma, Gabriele.

I due adolescenti diventano amici da subito e, come i loro genitori, provano una forte attrazione per la casa abbandonata, tanto da iniziare a esplorarla con avida curiosità, la stessa appartenuta a Valeria.

<< ... sul marciapiede, esattamente davanti al cancello dell'abitazione di Monica e Lorenzo, qualcuno aveva messo un giglio e accanto un braccialetto di perline colorate. >>

Mentre i ragazzi giocano agli esploratori, il vecchio gruppo si riunisce, facendo riemergere antichi rancori e sentimenti mai sopiti. Tutto gira intorno al fantasma di Valeria, tormentando Isabella e scaldando gli animi di Lorenzo e Monica.

Ma qualcosa non torna. 

Uno strano anagramma di zia Adele e alcuni oggetti appartenuti a Valeria, lasciano presagire che la ragazzina scomparsa vent'anni prima, oggi sia ancora viva e già da un po' di tempo si stia quasi prendendo gioco di loro seminando oggetti nei luoghi frequentati dal gruppo.

Per fare luce sul mistero non resta che indagare, partendo proprio dal punto in cui tutto iniziò, la villa abbandonata...

Cosa si nascondeva nella stanza del male? Chi o cosa aveva visto Valeria in quella stanza? 

Dopo vent'anni è ora di scoprirlo, senza tralasciare nessun particolare, grazie anche al prezioso aiuto di Emma e Gabriele.

Da questo punto in poi è tutto un crescendo di emozioni, tensione e brividi.

Avvalendosi di salti temporali tra passato e presente, la Bassoli costruisce omogenei intrecci, intriganti e subdoli,  rivoltando teorie e scenari, come un continuo reload che, ogni volta, smonta ogni certezza.

Ci sono indizi e piste da seguire ma, nonostante la speranza di ritrovare la gemella viva, tutto sembra portare a un buco nero.

I capitoli scorrono sciolti, senza eclatanti colpi di scena, ma dando nuove possibilità al lettore, che arriverà al finale con la perplessità di chi ha sempre avuto la soluzione sotto il naso, ma così ben mimetizzata da non accorgersene. 

Gli argomenti trattati nel romanzo sono attuali e curati dall'autrice con delicatezza, senza giudizi né condanne, ma in maniera talmente veritiera che si potrebbe quasi pensare che Alice Bassoli abbia preso spunto da fatti di cronaca realmente accaduti. 

Che altro dire di questa storia così accattivante? Correte in libreria a prendere la vostra copia per immergervi in quest'avventura geniale.

Piccolo spoiler, questo romanzo è rigorosamente da leggere con la colonna sonora originale di Isabella per avere qualche brivido in più.

Non mi resta che fare i complimenti ad Alice Bassoli e augurarle tutto il successo che merita.

A voi lettori auguro buona lettura e vi aspetto presto con una nuova recensione.

Tania C.








mercoledì 31 marzo 2021

Recensione QUASI ARZILLI di Simona Morani - Ed. GIUNTI EDITORE -

 



QUASI ARZILLI

Simona Morani

Ed. Giunti Editore

Anno di pubblicazione 2016

Formato Brossura

Pag. 176

€ 8,90

Ebook disponibile in tutti i principali store digitali


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Simona Morani nasce nel 1982 a Firenze, ma cresce a Canossa, in provincia di Reggio Emilia.

Dopo aver conseguito la laurea in lingue, si trasferisce in Germania, lavorando come giornalista culturale, redattrice per cinema e tv e come interprete. 

È anche docente di italiano all'università di Volkshochsule di Monaco.

Quasi arzilli, il suo romanzo d'esordio per Giunti 2015, vinse nel 2016 il Premio Zocca Giovani  riscuotendo il favore di pubblico e critica.

Nel 2017, sempre per Giunti, ha pubblicato Cuore delicato, lavare a mano.


TRAMA

Nel cuore dell'Appennino Reggiano si trova lo storico bar La Rambla, dove ultimamente la briscola è più triste del solito.

Elvis, coi suoi caffè alla sambuca ce la mette tutta, ma non riesce a sollevare il morale. 

La dipartita di Ermenegildo non ha lasciato solo una sedia vacante al tavolo da gioco, ma un'immenso vuoto nei cuori degli amici e uno spettro al quale rendere conto: dopo la vecchiaia c'è la morte. E dopo la morte? 

Ognuno di loro reagisce a modo suo: ogni mattina Ettore si presenta nell'ambulatorio del dottor Minelli accusando un nuovo sintomo.

Gino, nominato ''Apecar'' a causa dell'improbabile mezzo col quale circola, nonostante il grave stato di ipovisione nel quale versa e nonostante sia un serio pericolo pubblico, non vuole abbandonare la guida.

Basilio, ex comandante della 26ª Brigata Garibaldi, combatte la sua battaglia contro il ''nemico'', un giovane bosniaco che gestisce il negozio di frutta e verdura appartenuto al compianto Ermenegildo.

Intanto, sulla brigata, incombe lo spettro di una nuova minaccia. Corrado,  giovane vigile urbano, sembra animato da un'unica missione: rinchiudere la combricola de La Rambla alla Villa dei Cipressi, la nuova casa di riposo che sta per essere inaugurata.

Commedia dal pathos inconfondibile dove si ride sino alle lacrime con un pizzico di malinconia.


IMPRESSIONI 

Qualche giorno fa, grazie alla gentilezza di Marilou di Edizioni Giunti, ho ricevuto Quasi Arizilli, il divertente romanzo di Simona Morani che ha attirato la mia curiosità non solo per la trama ma anche per l'ambientazione tra le vallate dell'Appennino reggiano, luoghi dove ho imparato a camminare e a parlare.

Ambientato in uno dei piccoli paesini bomboniera che si snodano tra i dolci pendii tra Reggio Emilia e Collagna, Quasi Arzilli è il racconto tragicomico di un gruppo di amici tra i settanta e i novant'anni che, arrivati all'età in cui ogni giorno che passa è un giorno regalato, si ritrovano nell'unico bar del paese ''La Rambla'', a giocare a briscola circondati da una coltre di fumo e bicchieri di sambuca.

Il bar è il fulcro del paese, il luogo di svago, dove si intrecciano le vite di Ettore, Gino, Basilio, Cesare e Elvis, figlio del proprietario, da tempo passato all'eterno riposo.

Negli ultimi giorni nemmeno la briscola e le sambuchine di Elvis sembrano riuscire a sollevare il morale al gruppetto di amici,  riuniti al gioco più per dovere che per piacere, ora che l'Ermenegildo aveva deciso di andarsene per sempre lasciando vuota non solo la sedia ma anche i loro animi.

Quando gli amici più cari vengono a mancare, raggiunta una certa età, è facile lasciarsi prendere dallo sconforto e cominciare ad elucubrare sul senso della vita, soprattutto quella rimasta e sul ''dopo''. Dopo il trapasso. 

<< Entrò in ambulatorio in punta di piedi per non disturbare anche se nella sala non era rimasto più nessuno. Arrivava sempre verso le nove e mezza; lo faceva apposta per trovare l'atrio pieno di gente. Era il suo modo per distrarsi e far passare la mattinata... >>

Pensieri lugubri, ogni notte, attraversavano la mente di Ettore, edentulo, ipocondriaco e insonne, che si ritrovava a rotolarsi nel letto in preda ad attacchi di panico che gli impedivano di riposare serenamente. 

Al mattino, con gli occhi cerchiati dal sonno, il pover'uomo, si ritrovava nell'ambulatorio del dottor Minelli, un giovane medico che si era dovuto adattare a diventare anche psicologo, consigliere e amico in quella piccola comunità di anziani.

Ettore, superati da tempo i settanta e in dirittura di arrivo agli ottanta, si era trovato a vivere solo nella sua casa, senza mai aver conosciuto le gioie di una compagnia femminile. L'unico conforto erano gli amici del bar, ma piano piano si stavano decimando e lui aveva paura di fare la loro fine, soprattutto aveva paura delle malattie, di soffrire per le malattie in solitudine. 

Il dottore sembrava quasi non capire il suo malessere, tal è che ormai aveva imparato a curare da solo i suoi attacchi di panico notturni, sperimentando ogni notte nuove tecniche di rilassamento inventate al momento e che sembravano dargli un po' di sollievo. 

La morte dell'Ermenegildo lo aveva scombussolato al punto che riuscire a riposare la notte era diventato impossibile, anche coi suoi trucchetti ben sperimentati. Sogni inquietanti ogni notte venivano a fargli visita, lasciandolo in uno stato di disagio e tutto sudato. 

Nemmeno don Zuseppe, con la sua ''zeppola'' incastrata tra i denti, era riuscito a dargli un po' di sollievo durante l'omelia funebre. Nulla riusciva ad allentare quel nodo stretto che sentiva comprimergli l'anima.

Solo gli amici de La Rambla riuscivano a capirlo, non proprio coetanei, ma tutti accomunati dal fatto che ultimamente sentivano gravare sulle loro vite il peso degli anni e dei giorni strappati alla vita,  in scivolata verso il riposo eterno ma, sia ben chiaro, nessuno di loro ancora pronto a mollare la presa.

Ne sapeva qualcosa Basilio, combattente in prima linea sul fronte al comando della gloriosa Brigata Garibaldi, benché un po' più giovane rispetto agli altri ma sempre combattivo e ardito, rimasto solo, viveva con la nipote Rebecca, una bellissima ragazza che, a causa della sua bellezza, si diceva in giro fosse rimasta poco istruita e scaltra. Basilio era sempre pronto a difendere i diritti di tutti, soprattutto il diritto alla vita libera.

Cesare il più giovane e il più sordo, l'unico ad essere ancora sposato, godeva dei suoi momenti di libertà al bar con gli amici, nonostante la Irma ultimamente si fosse fatta più assillante del solito. Sembrava una pentola di fagioli, sempre a brontolare: '' Cesare, prendi la pastiglia! Cesare attacca l'apparecchio acustico che poi non senti ve'! Cesare non bere, guida piano, cambiati la maglia che è stinta e ci prendono per straccioni!'' Però senza la sua Irma si sentiva perso. Come se gli mancasse l'aria o la libertà.

Che gentile questo vigile a prendersi a cuore mio padre, pensò.

<< Lo sai che tuo padre da qualche parte tiene nascosta un'Ape che guida senza patente? >> domandò dopo i convenevoli.

<< Ma se vede solo ombre! >> esclamò Nicola perplesso. Poi chinò il capo, amareggiato. 

<< No, non me lo aveva mai detto. >>

E poi c'era Gino.

Gino era il più anziano tra loro, il comandante della brigata. 

Gino, nome in codice ''Apecar''.

Gino il terrore di Corrado, il nuovo giovane e arrogante vigile urbano che si era incarognito contro di lui solo perché era un ultranovantenne quasi cieco, senza patente e continuava a guidare la sua ape arrugginita che andava in moto solo dopo che i bambini lo avevano spinto  per qualche metro nella discesa della piazza. La sua ape, che al massimo faceva i 25! Ma Corrado non lo avrebbe mai preso. Piuttosto sarebbe andato a far compagnia all'Ermenegildo!

La moglie lo aveva lasciato da tempo a causa del suo carattere brusco. Il figlio, dopo il matrimonio, si era trasferito in Piemonte e Gino si era ritrovato a vivere solo, ipovedente, con l'unica compagnia di tre galline che avevano preso dimora in casa, sul suo divano. Galline rispettose ve', lui le aveva ben educate le bestiole e loro, esserini intelligenti, avevano capito che potevano vivere in casa senza però oltrepassare la soglia della camera da letto. Quella soglia era lo stargate che proteggeva l'intimità di Gino, e la Cocca, la Linda e Genoveffa sapevano ben che non dovevano oltrepassarlo!

A movimentare la tranquillità della vallata c'era Corrado, un giovane vigile urbano, nipote del sindaco del paese ( che tanto mi ricorda Casina ), completamente impegnato nel cogliere lo sfuggente Gino con le mani nel sacco, o meglio sul manubrio della sua apetta. Per Corrado il povero Gino era diventato una missione. Doveva catturarlo e rinchiuderlo nella nuovissima Villa Cipressi, la casa di riposo dove non avrebbe più potuto nuocere a nessuno. Prima o poi le sue scorribande a tutto gas con quel ferrovecchio, sarebbero finite in tragedia.

Se Corrado fosse riuscito a rinchiudere il sovversivo Gino, sarebbe stato più facile convincere anche gli altri ''delinquenti'' che avevano occupato La Rambla facendolo diventare un fumoso luogo di perdizione col fine del gioco d'azzardo. Che poi l'azzardo consistesse in una sambuchina e in una spuma bionda, aveva poca rilevanza agli occhi attenti della legge.

Ma Gino sembrava un'anguilla, ogni volta che Corrado si avvicinava alla cattura del perfido ''Apecar'', questo come per magia gli sfuggiva di mano senza lasciare tracce. Talmente sfuggente che Corrado arrivò a dubitare dell'esistenza dell'ape.

<< Il nostro è sempre stato un paese tranquillo e pacifico ... Non vogliamo casini, ci siamo capiti? >>

Le giornate si susseguirono placide nel paese che sembrava vivere in una bolla rimasta indietro anni luce dalla globalizzazione. Le poche novità erano rappresentate dalla costruzione del ricovero Villa Cipressi e dal  giovane Goran, un bel ragazzone Jugoslavo, ancora devoto a Tito, che aveva rilevato il negozio di frutta e verdura dell'Ermenegildo e sembrava ammaliato dalla bellezza di Rebecca.

Per Basilio fu quasi un affronto vedere il negozio del loro compagno di briscola in mano allo straniero dei balcani. Cosa ne poteva sapere quel ragazzo delle loro tradizioni? Dovevano sabotarlo a tutti i costi e fargli chiudere il negozio. Lo dovevano all' Ermenegildo che di sicuro non avrebbe apprezzato quell'affronto. 

Ma c'è un vecchio adagio col quale la combricola de La Rambla, Basilio al comando, non aveva fatto i conti: '' se non puoi batterli, fatteli amici '' . 

Così, il gruppetto sotterrò l'ascia di guerra innalzata verso Goran e cercò di far integrare il nuovo fruttivendolo, che non era poi così male come ''compagno''.

Col passare dei giorni si placò il dolore per la perdita dell'Ermenegildo, grazie anche all'imminente inaugurazione di Villa Cipressi. Il sindaco aveva pensato in grande, sua intenzione era di accattivarsi la premiata ditta a delinquere e ricoverarla presso la struttura, col miraggio di una nuova vita agiata, come essere in vacanza. Una volta messi fuori combattimento, avrebbe potuto far abbattere il famigerato luogo di perdizione de La Rambla per rimodernare e lucrare sul nuovo locale.

Fu proprio durante l'inaugurazione della R.s.a., che successe il fattaccio. Una donna quasi ottantenne, l'elegante e verginale Teresa, tutta imbellettata e profumata, approfittando della confusione per la festa in corso, si era assentata da Villa Cipressi, intrufolandosi a La Rambla per un cicchetto e un giro di morra, ignara che in quel luogo così fumoso avrebbe finalmente incontrato l'amore.

Un amore sincero, puro, ingenuo, edentulo: Ettore che con la complicità di don ''Zuseppe'' e del dottor Minelli  combinò l'irreparabile provocando un'infinita reazione a catena di accadimenti che coinvolsero tutto il paese. 

Nel trambusto tragicomico, ovviamente, Gino ebbe il suo ruolo da protagonista, al grido di '' Vaffancül '' supportato dal condottiero Basilio, in nome dell'amicizia che legava la combricola, spiccò il volo verso la libertà, alla brutta faccia di Corrado...

Che dirvi ancora di questo romanzo, se non che ogni volta che ripenso a Gino, rido fino alle lacrime!  Una risata che sale dalla pancia, carica di tenerezza e comprensione. Di voglia di abbracciare uno ad uno i ''ragazzacci'' de La Rambla.

Come ho raccontato all'inizio, è stata una sorpresa ritrovarmi nell'ambiente in cui sono cresciuta,  tra quelle verdi vallate incastonate  nell'appennino reggiano, dove ho imparato a camminare, sulla Pietra di Bismantova, tanto cara a Cesare e alla Irma, dalla cui prateria si può ammirare a tutto tondo il panorama dei piccoli presepi sparsi nel verde. 

E, a guardar proprio bene, si può anche vedere l'Orvilla che va per boschi a cercar gatti selvatici, accompagnata da Ettore, e Gino che, spinto dai bambini del paese, sfreccia ai 20 all'ora con la sua apetta, facendo mangiar polvere a Corrado. 

Ho adorato la scrittura soave di Simona Morani, attenta ai particolari e ricca di sfumature, alle finezze che solo una persona che ha vissuto l'anima di quei luoghi può descrivere così bene.

Il tema affrontato, l'accettazione dell'invecchiamento, delle malattie e della morte, è stato trattato coi guanti. Con una delicatezza che è sfociata naturalmente nella comicità bonaria di gente sanguigna e verace pur nella loro semplicità. I nonnetti sbarazzini, che potrebbero essere i nostri nonni, arditi e risoluti nella loro dignitosa fragilità.

La Morani, col suo racconto solo all'apparenza leggero, mi ha regalato emozioni di gioia e di infinito amore verso gli anziani, quelli che saremo noi un giorno, coi nostri difetti accentuati ma che ci rendono unici. 

Per un giovane, raccontare gli anziani oggi non è facile, considerando la vita frenetica che ci travolge da mattina a sera. Incastrati tra lavoro, palestra, figli, scuola e spesa, arriviamo a sera senza magari aver pensato ai nostri nonni che trascorrono la loro vita nella pace di una vallata montanara dalla quale manchiamo da troppo tempo.

I loro ritmi sono ormai tutti in discesa, ogni giorno che passa viene apprezzato e vissuto in pieno, a volte anche sull'orlo della sfrontatezza, tanto non c'è più nulla da perdere e le occasioni vanno sfruttate. 

Simona Morani ha saputo rendere vivo, fuori dalle pagine, questo spaccato di vita che mi riporta all'infanzia vissuta a Cervarezza, dove c'erano il vecchio Cirillo, con la cicca in bocca e la fiaschetta in mano, la bisbetica Velia alla quale chiedevo sempre il ''momo'', il Zuseppe che non voleva farmi bere il contenuto della bottiglia dallo straccetto e il  buon Dario, con la sua ape gialla, carica di bombole dal gas, da consegnare a domicilio. 

Spaccati di vita di un tempo ormai andato, sempre più rari da rivivere, ma che ancora mi stampano un sorriso in faccia, a nascondere tanta malinconia...

Un libro consigliato a tutti, per passare qualche ora in piacevole compagnia, senza perdere interessanti spunti di riflessione.

Buona lettura,

Tania C.





venerdì 19 luglio 2019

Recensione di MASSIMO RIVA VIVE di Claudia Riva e Massimo Poggini Ed. BALDINI+CASTOLDI





MASSIMO RIVA VIVE

Claudia Riva e Massimo Poggini
Ed. Baldini+Castoldi 
Data uscita 02 maggio 2019
Collana Le Boe
Pag. 270
Brossura illustrato
€ 17,50
Ebook disponibile

CONOSCIAMO GLI AUTORI

Claudia Riva - foto dal web -


Claudia Riva, 1974, è la sorella minore dei  fratelli fratelli Riva: Giuliano e Massimo. Lavora come produttore esecutivo per la televisione, ma è anche una scrittrice. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo un libro per bambini, La mongolfiera di nuvola (con Annalisa Serino) e due romanzi Il condominio e Lenti al contatto.


MASSIMO POGGINI

Massimo Poggini - foto dal web -

Affermato e noto giornalista del mondo musicale, Massimo Poggini, classe 1955, dalla seconda metà degli anni Settanta, ha intervistato i maggiori esponenti del panorama musicale italiano e numerose star internazionali. Tra le sue pubblicazioni annovera i best seller 
Vasco Rossi, una vita spericolata;
Liga. La biografia; 
I nostri anni senza fiato (biografia ufficiale dei  Pooh);
Questa sera rock'n'roll (con Maurizio Solieri);
Notti piene di stelle (con Fausto Leali);
Testa di basso (con Saturnino);
Lorenzo. Il cielo sopra gli stadi.
Ha fondato ed è direttore del sito https://www.spettakolo.it/

TRAMA

"Vasco aveva già sentito parlare di Massimo, non perché fosse figlio di Giovanni e della Laura, amici di sua madre, amici di suo padre, amici di sua zia, di sua cugina e di chi sa altro, ma perché in paese si vociferava che fosse un bambino strano, solitario, che non andava all'asilo, che quando era a casa amava fare soprattutto una cosa, voleva fare sempre quella: ascoltare la musica."

A vent'anni dalla sua morte, Massimo Riva continua a far par battere i cuori di chi non ha mai smesso di amarlo: da quel maledetto 31 maggio 199, Vasco Rossi non ha mai fatto un concerto senza ricordare l'amico. Durante lo Show dei record, a Modena Park il 1 luglio 2017, la sua chitarra mitica, la Gibson SG, acquistata da Massimo a rate dall'amico Maurizio  Solieri e usata in tutti i concerti, è stata suonata proprio su quel palco, come tributo fisico allo scricciolo energico e trascinatore che si era spento a soli 36 anni. Ma vissuti <<al massimo>>.
Sguardo spiritato, look sdrucito, capelli lunghi, magrissimo ma con un sorriso beffardo, sigaretta e birra sempre in mano: lui è Massimo Riva, il ragazzo che ogni tanto ne combinava una un po' più grossa del solito e Vasco lo "licenziava" per poi perdonarlo poco dopo, con fare paterno. 
Prima con la Steve Rogers Band, poi da solo, cominciò l'avventura come solista, collaborando con mostri sacri della musica italiana del calibro di Enrico Ruggeri, Elio e le Storie Tese, Sabrina Salerno, che hanno rilasciato testimonianze tra le pagine di questa biografia. 
Questa biografia è una storia senza veli, perché se fosse stato Massimo a scriverla, l'avrebbe voluta esattamente così, schietta e genuina, plasmata dalla musica rock che tanto amava.

IMPRESSIONI


Massimo Riva vive - Sarzana, 18 luglio 2019 - foto personale



Ci sono persone che empatizzano subito, senza che ci sia una spiegazione. Con Massimo è capitato così: fai una battuta e capisci che il tuo umorismo viaggia in sintonia con chi hai di fronte. Poi ti perdi di vista e ti ritrovi, la vita è fatta così.
(Enrico Ruggeri)

Con una struggente prefazione di Enrico Ruggeri si apre la biografia di Massimo Riva. Un nome che non può non suscitare emozioni forti negli animi di chi continua ad amarlo dopo venti anni dalla sua morte. Un nome, quello di "Massimino" che è leggenda nel mondo del rock italiano, un "cinno" di campagna che, insieme ad un gruppetto di compaesani molto più grandi di lui, si è costruito da solo, riversando tutte le sue energie in quella che era la sua passione più grande: la musica, il rock. 
Questa biografia, scritta a due mani da Claudia Riva, sorella di Massimo e dal giornalista Massimo Poggini, mi è arrivata a sorpresa, offerta da Baldini+Castoldi che ringrazio per la possibilità che mi ha dato. 
Una sorpresa la è stata veramente! Di solito leggo biografie che trattano la violenza sulle donne,  a parte quella di Enrico Ruggeri, che amo e stimo dai tempi dei mitici "Lozza bianchi", non mi ero mai avvicinata al mondo della musica. 
Ho sempre seguito Vasco, quasi dagli albori, passando le mie estati e miei inverni nei monti e tra i calanchi dell'Appennino Bolognese-Modenese, sfinendo i miei, ogni martedì, per portarmi da Lizzano in Belvedere, al mercato settimanale, in Via del Mercato a Zocca che non si sa mai, avrei potuto incontrare la combriccola... 
E' stata quindi una piacevole sorpresa scoprire la storia di Massimino, ritrovandomi nell'intimità dei luoghi nei quali sono cresciuta, dove sparavo la radio a palla stonando le parole a pieni polmoni insieme alla mia amica,  quando passavano "Alzati la gonna" o "Vado al massimo". 
Ho divorato la biografia con la curiosità che hanno i bambini, quella dei "perché", domandati all'infinito a chiunque gli presti attenzione. 
Le risposte ai miei perché le ho trovate tra i ricordi di Claudia e Poggini, nelle testimonianze di Vasco, di Ruggeri e di Curreri, negli aneddoti della Steve Rogers Band e tra le belle foto che Claudia ha inserito nel testo. Foto vere, direttamente dall'album di famiglia. Foto mai apparse sulla carta patinata, che suscitano un'emozione dolce, quasi una confidenza da proteggere e far tesoro.

L'equazione fu semplice: Massimo lavora per Vasco, quindi Vasco e Massimo sono il demonio. Di conseguenza, io e Giuliano eravamo i fratelli del demonio.

Giuliano, Massimo e Claudia sono i tre fratelli Riva, di Zocca, piccola e accogliente città ai piedi del Frignano, centro di snodo tra Modena, Bologna e Pistoia, incastonata tra i tornanti che si inerpicano dalla campagna alle pendici dell'Appennino Modenese. Una cittadina che vive principalmente di agricoltura e allevamento, dove sin da piccoli, i bambini sono abituati a lavorare, a cavarsela da se, in modo da diventare adulti indipendenti. 
Giuliano è il fratello maggiore, quello forse più saggio, di poche parole, ma sempre al momento giusto. 
Massimo, il fratello di mezzo, è il bambino prodigio, quello che impara a leggere a nemmeno quattro anni, definito "strano" dai compaesani, magrolino, capelli lunghi e magliette strappate. Quello che, pur essendo poco più che un bambino, frequenta un altro "strano" ragazzo dai sottili capelli biondi e splendidi occhi azzurri, amico di famiglia  e molto più grande di lui, che inizia a muovere i primi passi nel mondo della musica: Vasco Rossi.
Claudia, terzogenita, è la piccolina di casa, innamorata e ricambiata, dei fratelli, soprattutto di Massimo, il fratellone tutto nervi e energia, che frequenta i ragazzi giusti del paese e che segue come un'ombra sin da quando impara a camminare.
L'amore che li unisce è immenso, ci sono sempre l'uno per l'altra, si proteggono, litigano, ma alla fine tutto si scioglie in un abbraccio tenero e amorevole che solo i fratelli sanno darsi. 
Come in tutte le piccole cittadine di montagna, tutti conoscono tutti e tutti sanno tutto di tutti, dividendosi tra ammiratori di Vasco, il quale aveva appena fondato una piccola radio libera, la prima in Italia, "Punto Radio", dove, per "sfinimento" lavorava anche Massimo (in qualità di tuttofare e dj), e in "haters", quelli che vedevano il male nella musica rock suonata dai ragazzi. Tra gli haters, il parroco del paese, che additava Vasco e Massimo come il "demonio", di riflesso anche Claudia e Giuliano solo perché erano i fratelli. Se a Claudia questo poteva all'inizio dar fastidio, tanto da farla sentire quasi "sporca",  l'amore della famiglia e la grinta della madre, cattolica praticante che rimbrottò il sacerdote, la spinse a ragionare con la propria testa,  andando avanti per la sua strada, incurante dei giudizi altrui. Per Massimino e Vasco invece, spiriti ribelli e da sempre incuranti dei giudizi di un prete di campagna, tutto questo rumore servì solo da carburante per fare sempre di più e meglio, coinvolgendo non solo la città, ma sconfinando addirittura fuori regione. 
Massimo diventava ogni giorno più bravo col mix e con la chitarra, convincendo Vasco a dargli nuove possibilità ed iniziando ad ispirare anche alcune delle sue più belle canzoni, già forte del giro di accordi di Albachiara.

Racconta Vasco: Ricordo che una volta era da più di mezz'ora che temporeggiavo aspettando che Guido mi facesse segno di poter salire sul palco, ma quel segno non arrivava. La gente si stava innervosendo. Allora mandai fuori Massimo e gli dissi: ''Vai e fai un assolo di batteria''. Lui non aveva mai fatto un assolo di batteria, però uscì e ne fece uno della madonna. Vedi, Massimo per me era quello.

Erano quelli gli anni di Sanremo e "Vita spericolata", anni che, nonostante il flop delle performance al Festival, introdussero Vasco nel panorama musicale del rock italiano. Erano gli anni in cui Vasco, inseguendo il sogno di essere la voce solista di un gruppo, aveva fondato una band: la Steve Rogers Band, nella quale Massimo suonava e cantava. Erano gli anni in cui, come accade anche ai più grandi gruppi musicali, qualcuno tenta di camminare con le proprie gambe, staccandosi dal gruppo. Gli anni visti quasi come  un tradimento, quando la Steve Rogers Band tentò il volo in solitaria lasciando Vasco, per poi tornare, come una meteora durata il tempo di uno scintillio, a testa bassa, sotto l'ala protettrice di mamma chioccia Vasco.
Dal canto suo, il buon Vasco, li accolse di nuovo. Tutti. Accolse anche Massimo, che aveva cercato di intraprendere la carriera da solista, se pur breve,  collaborando con Curreri, Ruggeri, Elio e le Storie Tese e Sabrina Salerno,  confermando la sua crescita musicale e di talent scout. Massimo aveva visto l'anima rock di Sabrina Salerno all'epoca ragazza Yeah-yeah, e sperava di farne la nuova icona rock italiana. Ma i tempi non erano ancora maturi per Sabrina e Massimo dovette, suo malgrado, rinunciare al suo sogno. 
La prova era stata dura per Massimo, ma tornato con Vasco diede il meglio di se, aiutandolo a comporre nuovi brani, divenuti mostri sacri, nel firmamento musicale del Blasco: Vivere e Stupendo.
Vasco ha sempre creduto in Massimo, aveva visto le potenzialità di quello scricciolo allampanato e caparbio e, nonostante i dieci anni di differenza che li divideva, non ha mai smesso di volerlo accanto a se, lasciandogli tutto lo spazio di cui aveva bisogno per scaricare la sua energia e tramutarla in accordi e parole vincenti. Nonostante la giovane età, grazie al suo carisma Massimo era l'unico che poteva permettersi di criticare, promuovere o "bocciare" le scelte di Vasco, trasformandole nella carta vincente.
Tornando con Vasco la strada fu tutta in discesa, come un Re Mida musicale, ogni tappa dei concerti diventava "oro", ogni nota, ogni accordo, consacrava Vasco e Massimo tra i mostri sacri del firmamento rock. 
Con il successo arrivò per Massimo anche la conoscenza delle droghe pesanti. Già in passato aveva fatto uso di qualche sostanza, ma la volontà di andare avanti era più forte, riuscendo sempre a fugare la dipendenza. Aiutandosi anche grazie alla cura della propria salute. Si è ipotizzato che la morte di Massimo fosse avvenuta proprio perché avesse il sangue troppo pulito. 
Il 31 maggio 1999, data che nessuno dimenticherà, Massimo fu ritrovato disteso a terra, ormai cadavere, nella sua casa a Bologna, proprio da Claudia, all'epoca venticinquenne ancora acerba e spaventata. La causa era forte: morto per overdose. 
Probabilmente per overdose di una droga chiamata rock...
Si dice che "Morto il Mito comincia la Leggenda"
queste parole ben descrivono  il Mito che Massimo è riuscito a creare giorno dopo giorno quando, con la sua chitarra presa in prestito per il primo concerto a Bologna, è salito sul palco dando vita ad un rock suonato con il tempo dell'anima e gli accordi del cuore.
Il suo nome verrà ricordato da Vasco in ogni concerto, ma quello di Modena Park, datato 2017, vedrà la consacrazione della Leggenda Massimo: la sua storica chitarra GIBSON SG verrà suonata durante il concerto.  Un piccolo gesto, una grande sorpresa  ed un bellissimo regalo per i fans;
il modo più naturale ed emozionante per onorare la memoria di Massimo Riva, il ragazzo che ha consacrato l'anima al rock... 
Di Massimo ci sarebbero tante, troppe cose da raccontare. Lascio a voi, in modo particolare a chi non lo conoscesse, il piacere di scoprirlo leggendo la biografia che Claudia, con l'aiuto di Massimo Poggini, ha scritto come una delle più belle dichiarazioni d'amore che si possano fare alla persona amata...


Claudia Riva e Massimo Poggini - video personale -

Grazie a Baldini+Castoldi ho avuto l'onore di conoscere Claudia, una donna non solo bella, ma anche dolce, disponibile e di un'umiltà disarmante. 
Durante la presentazione della biografia, tenutasi ieri sera 18 luglio, ho avuto l'onore di conoscerla e parlare con lei guardandola negli occhi. 
Ne è nata una piccola intervista che posterò in questi giorni, intanto vi invito alla lettura di Massimo Riva Vive, per conoscere la storia di questo "ragazzo di campagna" con l'anima rock e la dolce Claudia che di Massimo ha gli occhi, il sorriso e la bontà d'animo.

Vi lascio qui sotto il link, pubblicato da https://www.youtube.com/channel/UCL3Wu97qEy8UVXnhrXTl78Q , di una emozionante interpretazione di Vivere , un live eseguito una sola volta in tutta la carriera musicale. Una chicca da non perdere.

https://youtu.be/2CfDAwj6BAk

W Massimo Riva!

Buona lettura, 
Tania C.

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