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martedì 9 gennaio 2024

Recensione FINCHÉ CI SONO STELLE DA CONTARE di Maria Martinez - Ed. Corbaccio -

 




FINCHÉ CI SONO STELLE DA CONTARE 


Maria Martinez

Ed. Corbaccio

Anno di uscita 9 gennaio 2024

Genere Romanzo rosa

Fomato Brossura

Collana Narratori Corbaccio

Pag. 480

€ 16,90

Formato digitale presente in tutti gli store online


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Maria Martinez, 30 milioni di views, col booktok è riuscita a conquistare i fan del romance. 

In Spagna  i suoi romanzi hanno venduto più di 250.000 copie.

Ha pubblicato la serie new adult "Cruzando los limites", Una canción para NovaliePalabras que nunca te dijeTù y otros desastres naturalesLa fragilidad de un corazón bajo la Iluvia .

"Finché ci sono stelle da contare" è il primo romanzo tradotto in italia.

Passa il suo tempo libero con gli amici, ascoltando musica, leggendo e seguendo la sua passione per K-pop e cultura coreana.


TRAMA



Fin da bambina Maya si è sacrificata anima e corpo per il balletto. È una giovane promessa della Compañía Nacional de Danza di Madrid e gli impresari più prestigiosi hanno scommesso su di lei. Ma un incidente mette bruscamente fine ai suoi sogni: Maya non potrà mai più ballare. Il suo compagno, nel lavoro e nella vita, la tradisce. Il mondo le crolla addosso: la nonna Olga, che sulla nipote proietta tutte le ambizioni frustrate che non ha visto realizzarsi nella figlia, la caccia di casa ritenendola responsabile della sua disgrazia. E così Maya, senza più una prospettiva certa e lontana dalla madre, che si è separata e si è rifatta una famiglia in un’altra città, decide di andare alla ricerca di suo padre, che non ha mai conosciuto. L’unico indizio per trovarlo: una foto. Un luogo: Sorrento. Maya parte per un lungo viaggio di scoperta, di ricordi, di orizzonti inaspettati.


IMPRESSIONI


<< È logorante lottare contro sé stessi >>

<< Perché il passato non lo puoi cambiare, anche se cerchi con forza di tornare a quel preciso momento. A quel preciso istante in cui tutto  è andato in pezzi. >>

Amici della Valigia buon anno, con la speranza che sia cominciato con tante belle letture per tutti.

Il romanzo di cui vi parlo oggi è stata un graditissimo "regalo di Natale" da parte di Valentina di Casa Editrice Corbaccio che mi ha gentilmente offerto, a sorpresa, una copia digitale di "Finché ci sono stelle da contare" di Maria Martinez.

Autrice spagnola che grazie al fenomeno del booktok è riuscita a scalare le classifiche delle copie vendute in pochissimo tempo.

Il romanzo, che ho avuto l'onore di leggere in anteprima, esce oggi nelle librerie italiane, pronto a conquistare i vostri cuori. 

Con uno stile dai toni rosa, fresco, delicato e giovanile, l'autrice ha saputo dare vita a personaggi vividi, ben strutturati e dinamici, trattando argomenti intimi e sensibili

Maya, la protagonista madrilena, figlia e nipote di ballerine di danza classica delle più prestigiose scuole di danza di Madrid, dopo l'abbandono in tenera età da parte della madre, cresce allevata dalla nonna materna Olga, di origine ucraine. Una donna arcigna, frustrata e spietata, dalla spiccata personalità narcisista, che riversa prima sulla figlia, poi sulla nipote, tutte le sue insoddisfazioni e i fallimenti come ballerina di danza classica.


<< I rimproveri costanti di mia nonna e la sua facilità nel farmi sentire in colpa per ogni male che devasta la Terra. Era chiaro: anche lo scioglimento dei ghiacciai era a causa di quell'unica scelta che avevo fatto senza la sua approvazione. >>


Maya si ritrova, ancora molto piccola, a essere incolpata di ogni insuccesso della nonna, pagando a caro prezzo le ripercussioni dell'abbandono da parte della madre, la quale, stanca di subire a sua volta le angherie e la dittatura di Olga, fugge lontano tagliando i ponti e ricostruendosi una vita. Lontana dal palco, lontana dal dolore provocato dalla madre e da un padre troppo succube della moglie, ma soprattutto lontana dalla figlia.

La bambina cresce con la convinzione di non avere un padre. Sua madre le ha sempre raccontato di non sapere il nome del padre biologico, rimarcandole il fatto che era stata concepita  durante una notte di follia con uno sconosciuto.

Gli anni passano, mese dopo mese, cercando di compiacere Olga, piegandosi a ogni suo capriccio per ottenere un briciolo di calore familiare, soffrendo del fatto di non conoscere le sue origini e ogni occasione era buona per essere vessata e accusata di ogni cosa infausta succedesse.

Quasi che tutti i mali del mondo fossero opera sua!


<< Io non ero mai stata sua "nipote", ero un suo progetto >

Nonostante le perpetue violenze verbali, psicologiche, i continui e assurdi ricatti morali da parte di quel mostro, Maya mette tutto il suo impegno nella danza, aiutata dagli insegnanti, dal fidanzato, suo compagno di danza e dall'amico del cuore Matias, un dolcissimo ragazzo omosessuale, dal cuore grande e dalle braccia sempre aperte per proteggerla.

Stanca di dover subire le frustrazioni della nonna, quando nemmeno il timido supporto del nonno quasi cieco e manipolato dalla moglie poté esserle ancora di aiuto, Maya cerca di trovare da sola la sua strada nella danza vincendo una borsa di studio che le avrebbe aperto le porte dei teatri di New York.

È tutto pronto, nonostante la disapprovazione e i tentativi di dissuasione di Olga che le rinfaccia continuamente di aver fatto una scelta egoista nei suoi riguardi. Lei che l'aveva cresciuta e aveva fatto di tutto per farla diventare una ballerina!

Senza ascoltare le pesanti accuse di Olga, Maya sta per iniziare una nuova vita negli Stati Uniti. Lontana da chi, invece di proteggerla l'aveva abbandonata senza un motivo apparente ma soprattutto lontana da chi avrebbe dovuto amarla quanto e quasi più dei genitori, quella donna aspra e manipolatrice, dal cuore pieno di odio verso chiunque.

Il destino, fin troppo crudele con Maya, decide però di metterla davanti a una dura prova: un'auto non rispetta il semaforo rosso e la investe, facendo crollare tutti i suoi sogni di una nuova vita a New York e la possibilità di diventare la prima ballerina della compagnia che l'ha ingaggiata.

Il verdetto è chiaro: Maya non potrà più ballare a livello agonistico, la sua gamba è fratturata in diversi punti e non potrà più reggere i ritmi serrati di allenamenti estenuanti. 

Insieme alla delusione cominciano a ricaderle addosso nuove e pesanti accusi di Olga: Maya ha fallito, è una delusione, non vale nulla. Meglio che cominci a cercarsi un lavoro e se ne vada di casa, vista l'ingratitudine nei confronti della nonna che ha sempre cercato di manipolarla per raggiungere i suoi sogni di gloria là, dove lei aveva fallito molti anni prima.

Come se la vita non l'avesse già messa a dura prova a sufficienza, Maya scopre il suo fidanzato in atteggiamenti fin troppo espliciti con la nuova compagna di ballo.


<< Inspirai profondamente e cancellai la conversazione. Poi, bloccai anche il suo numero. Vaffanculo! Ero stanca. Stanca di lei. Di una famiglia che non c'era mai stata per me. Stanca di tutto. >>


È la goccia che fa traboccare il vaso. Cacciata di casa, accusata di essere sempre stata un peso inutile per la nonna e ora il fidanzato fedifrago. 

A Maya non resta che raccogliere le sue cose e andarsene, non sa dove, ma è sicura che se vuole dare un senso alla sua vita, deve scavare a fondo nelle proprie origini, trovare quel padre che la madre le ha sempre tenuto nascosto e del quale non voleva nemmeno parlare.

Adesso è quasi sicura di aver trovato un indizio che la porterà dritta dal suo padre biologico, un affascinante quarantenne che le somiglia come una goccia d'acqua. Il suo nome è Giulio Dassori, di Sorrento.

Seguendo le sue emozioni, con lo zaino e una valigia, i pochi soldi che il nonno le ha donato sfidando le ire di Olga, Maya parte per Roma e, una volta giunta nella capitale italiana, comincerà il suo viaggio nella sua storia, verso Sorrento.


<< Hai mai provato a vivere seguendo il tuo istinto, seguendo quello che ti chiede il tuo corpo? >>


Arrivata a Sorrento, accaldata, stupita e in preda a mille emozioni contrastanti, con la voglia di scappare via, Maya fa conoscenza con un ragazzo che, oltre ad offrirle cibo e un tetto sulla testa, le scombussola l'anima e i sensi: Lucas, un bel  tenebroso e misterioso cameriere madrileno da un oscuro passato ingombrante.

Il sole caldo dell'Italia, il profumo dei limoni, il sale e l'azzurro del mare la accolgono  nel confortevole nido incantato di un'antica dimora sorrentina. 

Una splendida villa, ricca di giardini rigogliosi, agrumeti e magnifici panorami, rinnovatasi nel tempo come una grande "casa famiglia", abitata da una piccola ma variegata comunità di persone e personaggi di origini spagnole.

Tra queste persone c'è anche Giulio Dassori, titolare della scuola di danza del paese e mille conflitti da troppo tempo sopiti da risolvere...

Nonostante la reticenza, Maya si lascia trasportare dalla tranquillità di quel luogo, immersa nel calore dei suoi nuovi amici, l'unica e sola famiglia che sentisse "sua" e che le stava dando affetto senza ricatti e senza elemosinarlo.


<< Non so chi sono. Né cosa faccio né cosa voglio fare. Non so nulla, questa è la verità. E ormai non mi preoccupa più avere tutte le risposte. Tuttavia, se qualcuno mi dovesse chiedere che cosa sono, so che cosa risponderei. Giulio diceva che il passato è fatto di ricordi, si compone di istanti e il futuro nasce dai sogni. Ecco, io sono: ricordi, istanti e sogni. >>


Ma il destino crudele la mette di nuovo a dura prova. La stabilità che aveva appena trovato si sgretola come sabbia sotto lo sciabordio delle onde.

Chi è veramente Giulio Dassori?

Cosa nasconde l'ingombrante passato di Lucas?

Chi è veramente e cosa vuole Maya?

Cercando di dare una risposta alle mille domande che  stanno facendo crollare le uniche certezza che pensava di aver trovato, Maya comincia un lungo viaggio introspettivo che la metterà a confronto con i suoi dubbi e le sue paure più grandi.

Un viaggio evolutivo  durante il quale ogni certezza e speranza sembrano perdute ma, "finché ci sono stelle da contare"...

Questa, a grandi linee, è la storia di Maya, una bambina abbandonata a sé stessa fin da piccola, privata dell'affetto paterno da una madre che probabilmente non le ha mai voluto bene. 

Affamata di amore e affetto, del calore di una famiglia amorevole, si piega ai continui ricatti della nonna materna, con la convinzione di essere sbagliata, incapace. 

Nonostante la leggera scorrevolezza dello stile ed essendo un romanzo rosa, l'autrice ha affrontato temi forti, duri, che invitano a riflettere e a scavare dentro noi stessi.

Più volte, durante la lettura, mi ero ritrovata a paragonare Olga con i miei nonni materni, con i quali sono cresciuta e che mi hanno amorevolmente fatto da madre e padre quando i miei genitori erano impegnati col lavoro.

Anche mio nonno era quasi cieco, ma insieme alla nonna mi hanno sempre aiutata, spronata e incoraggiata in ogni cosa facessi, senza mai farmi sentire inadeguata.

Mi sono chiesta più volte, leggendo delle manipolazioni di Olga, quanto possa far male al benessere familiare la cattiveria, il narcisismo di una singola persona. Ti senti impotente, inadeguata, il rifiuto della società. Tutto il male sembra ricadere su di te e, quando finalmente trovi la tua strada e l'amore che hai sempre elemosinato, lasciarsi andare non è facile. Si aprono pozzi infiniti in cui scavare mentre la fiducia è sempre traballante.

Come è possibile che una nonna possa essere così anafettiva e cinica, narcisista?

I nonni dovrebbero proteggerci e amarci incondizionatamente! 

Leggendo cresceva in me la rabbia verso le sole due donne che avrebbero dovuto proteggere, crescere e sostenere Maya.

Per trovare le risposte che Maya stava cercando ho iniziato anche io a scrutare il mio passato, le mie emozioni, i miei dubbi. Qualche lacrima è scesa, liberatoria, diradando quei banchi di nebbia che si erano creati nel tempo, lasciandomi una sensazione di pace e accettazione.

L'autrice tratta con estrema delicatezza anche l'argomento omosessualità e adozione senza mai cadere nel retorico o nel volgare, con estrema semplicità quasi stesse dialogando vis a vis col lettore.

Posso dire che questa è stata una lettura molto piacevole e profonda. I paesaggi sono descritti in 3D, sembra quasi di sentire il profumo dei limoni e il sale sulle labbra, la freschezza delle acque cristalline della Costiera Amalfitana.

Mi sento di consigliare questo romanzo a chi ha bisogno di ritrovarsi, di dare delle risposte ai propri dubbi e incertezze.

A chi ha perso la voglia di lottare, di andare avanti quando tutto sembra finito perché, "Finché ci sono stelle da contare...".

Invitandovi a correre in libreria, ringrazio ancora Valentina per la copia e vi auguro buona serata.

Tania C.




sabato 11 settembre 2021

TI PORTO A CASA di Maurizio Portoghese - Ed.CTL (Livorno) Libeccio Edizioni -




 TI PORTO A CASA

Maurizio Portoghese

Ed. CTL (Livorno) Libeccio Edizioni

Formato Brossura

Pag. 298

Anno di uscita 2021

€ 15,00


CONOSCIAMO L'AUTORE

Maurizio Portoghese nasce il 9 giugno 1966 a La Spezia. Lavora al Museo Tecnico Navale della sua città.

Questo è il suo primo libro.


TRAMA

Portovenere, paesino della Liguria e Barcellona, metropoli spagnola: cosa li accomuna?

Un gattino e un ciondolo d'argento formato dalla metà di una tartaruga: cosa hanno in comune?

Da queste domande, durante una libecciata che aizzò il mare contro quel paesino della costa ligure dove una ragazzina è seduta su uno scoglio in attesa dell'onda giusta da seguire, comincia la storia di Andrea Castelli.

Andrea, il protagonista, è un giovane e promettente pittore, nato a Milano e trasferitosi a quattro anni  insieme alla tata Maria in Liguria, per curare un'asma persistente dalla quale è affetto.

In quel paesino farà amicizia con gli amici di una vita, Paolo e Franco, frequenterà il liceo artistico dove conoscerà Sara, il primo amore.

Ben presto le sue qualità di pittore cominciarono a fiorire, ma proprio nel culmine dell'imminente notorietà, un brutto incidente stradale che gli causerà uno stato di coma per diversi mesi e la perdita completa della memoria.

Le difficoltose conseguenze, una volta uscito dal coma, lo porteranno ad attraversare un periodo di depressione, affogata nell'abuso di alcol. Andrea lascerà il lavoro,  a vivere di notte,  ritrovandosi spesso a pensare al suicidio, stanco di quella vita vorticosa che non sapeva più come gestire.

Una serie di eventi lo condurrà sulle tracce di sé stesso, ritrovando forti legami e quel passato che è sempre stato presente.


IMPRESSIONI


Maurizio Portoghese! 

A differenza di un ruminante Don Abbondio, sapevo benissimo chi era costui. 

Un nome presente in casa fin dalla mia infanzia, un conterraneo ma soprattutto un collega di mia madre. 

Un ragazzo che mai avrei pensato potesse diventare scrittore; è stata una piacevole sorpresa ritrovare il suo nome nella locandina pubblicitaria di presentazione di un romanzo ambientato nella mia terra!

Portovenere, Chiesa di San Pietro ripresa dall'Isola Palmaria
foto personale

A parte Shelley e Byron o il Montale con le loro poesie, ben poco ( o quasi nulla ) è stato dedicato alla mia città e a Portovenere, il meraviglioso villaggio di pescatori e sognatori  arroccato sull'aspro tratto di rocca che da La Spezia si snoda, via mare, verso le Cinque Terre.

Incuriosita, dopo un periodo di pausa da letture programmate per il blog, ho finalmente letto la mia bella copia cartacea di Ti porto a casa.

La copertina non lascia dubbi sull'ambientazione, raffigurando un acquerello della famosa Chiesa di San Pietro, ancorata allo sperone roccioso nella punta più estrema del paese, dando l'idea di essere sospesa sul mare.  

Sempre in copertina, un piccolo gattino nero sull'angolo della spiaggetta, sembra voler vegliare sul paese, quasi proteggere la maestosità del paesaggio e, tra le pagine, si scopre il perché.

Isola Palmaria 
foto personale

<< L'Isola Palmaria sembrava un mostro marino, gli aveva dato quell'impressione fin da piccolo, quando nelle notti più buie non riusciva a prendere sonno. >>

Portovenere, 1996.

Andrea Castelli, dai natali milanesi ma ligure di adozione, è un pittore dall'anima in tempesta, perso nei fumi dell'alcol. Affamato di bisogno d'amore ne è sempre alla ricerca, cambiando donna quasi ogni notte, senza sapere chi ha dormito nel suo letto o usato il suo spazzolino. 

Durante una notte di furioso libeccio  notò, sulla scogliera sotto casa, una ragazzina troppo esposta ai pericolosi artigli delle onde agitate dal vento. 

Scendendo di corsa la scalinata che porta alla scogliera, con la speranza che nel frattempo la ragazzina non fosse stata travolta dalla mareggiata, Andrea trovò un gattino bianco e nero che stava rotolando giù per gli scalini. 

Il gattino portava al collo un ciondolo molto particolare che di sicuro, nel suo passato nebuloso aveva già visto ,  ma la nebbia nel suo cervello gli impediva di ricordare dove e quando. 


Tramonto sui colori di Portovenere 
foto personale

Messo in salvo l'animaletto, percorse tutta la scalinata, la scogliera e ogni caruggio di Portovenere cercando disperatamente la piccola che sembrava essere svanita nel nulla, dopo averla incrociata per una frazione di secondo per poi vederla sparire di nuovo, inghiottita dal paese. 

Il pensiero di quella creatura col gatto diventò sempre di più un chiodo fisso, quasi un presagio di pesanti accadimenti atti a sconvolgere la sua già fin troppo tormentata routine quotidiana quando, improvvisamente, ecco di nuovo la ragazzina seduta sulla scogliera.

Senza lasciarsi prendere dalla pietà verso una quasi adolescente pronta ad un gesto estremo, Andrea affrontò la ragazzina, scoprendo in lei un forte accento spagnolo. 

Quella bambina aveva veramente deciso di lanciarsi dalla scogliera? 

Ormai aveva poca importanza, doveva portarla in casa e metterla al sicuro e poi avvisare i Carabinieri che l'avrebbero messa in contatto con la famiglia. 

Luna, questo era suo nome, aveva trovato la gattina due sere prima quando, in preda allo sconforto, aveva deciso di spiccare il salto verso quel mare smeraldino incattivito dal libeccio. Fu proprio l'arrivo della gattina che le fece cambiare idea, salvandola dal baratro nefasto dei propri pensieri.

Con un viaggio a ritroso nel tempo di circa vent'anni, l'autore ci porta a Milano dove Andrea, ancora piccolo subisce i rimproveri di una  madre poco propensa alle dimostrazioni affettive, a causa del suo gattone, colpevole di acutizzare l'asma di cui il bambino soffriva da tempo.

L'asma sembrava resistere anche alle cure, tanto che il medico consigliò ai genitori di portarlo in un luogo più salubre, magari sul mare, così che potesse respirare aria pulita e curativa.

Per Andrea si stava aprendo la possibilità di una vita più sana in una delle più suggestive località liguri della provincia di La Spezia: Portovenere.


Torre Scola, a difesa della Palmaria
foto personale

Così il bambino partì con la famiglia verso quel piccolo paradiso con la sua maestosa Chiesa arroccata a strapiombo sul mare color smeraldo, i garruli pescherecci colorati che solcavano le acque a notte fonda per rientrare con un gustoso bottino, le deliziose spiaggette incastonate nelle insenature del paese, l'Isola Palmaria che sembrava di poterla toccare con un dito quando il canale di passaggio non era tormentato dalle correnti del golfo. 

L'unica nota stonata fu l'assenza, pesante, di tata Maria, su fermo volere della madre.

Il personaggio di Andrea è forgiato su un'anima intrisa di sensibilità e bisogno d'amore, quello che la madre inglese Beth, a differenza del padre e di tata Maria, non ha mai saputo esprimergli, legandolo profondamente alla tata.

La sensibilità di Andrea ben presto sfociò nell'amore per la pittura che gli fece intraprendere gli studi al liceo artistico di Carrara.

La vita cominciò sorridergli, oltre ai negozianti del paese e ai pescatori che lo amavano, aveva trovato due grandi amici: Paolo e Franco, sempre pronti a tuffarsi in nuove avventure e adesso, aveva finalmente trovato anche l'amore.

Sara, una compagna di scuola conosciuta sul treno, diventò presenza inseparabile nella vita di Andrea e degli amici. Sveglia, esuberante, sempre pronta a sostenerlo, fu  il suo primo grande amore, la prima presa di coscienza di sé e del proprio corpo, la prima, dopo Maria, ad avergli dimostrato un amore puro e incondizionato, senza freni e paure.

Grazie all'aiuto di Sara diventò uomo, ma soprattutto cominciò a pensare seriamente alla carriera artistica. 

Nel tragitto Sara si perse, a causa di un brutto giro di compagnie intrapreso a scuola. Era cambiata, apatica, emaciata e scontrosa, spenta. 

Andrea fece di tutto, rischiando la vita, per riportarla a fiorire di nuovo e, insieme ai genitori della ragazza, ci riuscì. Sara era finalmente libera e solare come una volta.

<< Qualche volta la fortuna è dietro l'angolo e noi passiamo senza vederla. Io, ci sono picchiato letteralmente contro. >>

L'ultimo anno di liceo grazie alla sua pittura innovativa,  se pur ancora acerba, fece colpo su degli imprenditori americani, tanto che, grazie al sostegno di Sara, del Preside e del nuovo compagno della madre, riuscì a vendere alcune sue opere ottenendo un buon contratto.

Mentre la carriera artistica andava a gonfie vele, l'amore verso Sara sembrava retrocedere naturalmente. 

Ormai cresciuti, i due adolescenti, si resero conto che l'amore che provavano era cresciuto con loro trasformandosi in amore fraterno.

Se pur dispiaciuti, senza drammi né rancori, i ragazzi si lasciarono mantenendo però un forte legame di amicizia. Ci sarebbero sempre stati l'uno per l'altra.

<< Al fischio finale dell'arbitro, il Santiago Bernabeu scoppiò in un urlo all'unisono ''Campioni del mondo''. >>

Sara si riscoprì innamorata dell'amico Franco, lo chef mentre Andrea, senza nessun rancore verso la nuova coppia, partecipò attivamente al progetto di una vacanza di gruppo in Spagna in occasione dei Mondiali del 1982.

1982, l'anno in cui un esultante Zoff alzò la coppa del mondo, l'anno del 3-1 sigillato da Tardelli, l'anno dell'eleganza innata di Scirea, di Pablito, l'anno di un baffuto Bergomi, l'anno in cui l'Italia batté la Germania Ovest...

1982, l'anno in cui la memoria di Andrea si fermò...

Una finestra sul Paradiso, Portovenere
foto personale

Briosamente, tra presente e passato, tra La Spezia e Carrara, tra Portovenere e Barcellona, la vita di Andrea seguirà il sottile fil rouge che la piccola Luna ha dipanato nel suo presente, conscio che quando avrà finalmente scoperto chi è quella bambina e da dove proviene il ciondolo del suo gatto, avrà finalmente ritrovato se stesso e riempito i buchi di quella memoria così labile e sibillina.

Accompagnando ogni suo passo, gli amici di sempre faranno il possibile per aiutarlo a salvare la sua anima tormentata.

Ti porto a casa è una bella storia d'amore, di amicizia, di vita vissuta. Una storia  viva e genuina.

Oltre l'infinito, Grotta Byron, Portovenere
foto personale

La scrittura di Portoghese è semplice, ancora in erba ma così generosa che rispecchiando la sua terra, sa essere forte come nelle notti di tempesta sulla scogliera, regalando grandi emozioni a chi lascia vagare lo sguardo verso l'infinito del mare, oltre San Pietro.

Il romanzo è suddiviso in capitoli che descrivono, con salti temporali a volte, forse un po' repentini, la vita di Andrea, dall'infanzia al presente, tanto da collocarlo tra i romanzi evolutivi visto il percorso di crescita dei personaggi.

Gli spunti di riflessione non mancano, partendo dal divorzio vissuto da un bambino ancora piccolo al ricominciare da capo in un'altra terra, dal dilagare della droga tra gli anni '70 e '80 alla vita vissuta on the road come hippie, arrivando al grande valore dell'amicizia vera, disinteressata e al perdono.

Un libro che consiglio a chi ha voglia  non solo di viaggiare scoprendo le bellezze del Golfo dei Poeti e della Spagna, ma anche a chi vuole perdersi in una storia dolce e diversa dalle classiche storie ''melodrammatiche''.

So che Portoghese ha in cantiere nuove idee, speriamo ci regali presto nuove emozioni, noi saremo qui ad attenderlo, esultando come la notte dell' '82!

Buona lettura,


Tania C.

  


 



martedì 19 gennaio 2021

Recensione AFRA Cento batoste e un amore di Fatiha Mor a cura di Iginio Carvelli - Ed. AltroMondo -

 




AFRA

Cento batoste e un amore

Fatiha Mor

Curatore Iginio Carvelli

Ed. AltroMondo Editore

Collana Mondo di Sopra

Genere Biografia

Copertina flessibile

Pag. 234

€ 17,00

Link per l'acquisto https://www.cinquantuno.it/shop/altromondo-editore/afra/


CONOSCIAMO GLI AUTORI


Fatiha Mor è una giovane ragazza di origine marocchina. Vivein Italia ed è alla sua prima esperienza letteraria. Scrive sotto pseudonimo.


Iginio Carvelli è un pubblicista e giornalista. 

In Calabria è impegnato nel campo socio-culturale ed è autore di numerose opere.

Tra le sue pubblicazioni: Danuta (Edizioni Lavoro), Donna d’onore (Stango), Diario di un cane randagio (Falco edizioni), La spina di rovo, donne nel buio della mala (Europa edizioni), ha pubblicato con Rubbettino editore: Rughe di pietra, Scende la sera, Uguali ma diversi, Una straordinaria esperienza, Gino Scalise (biografia).


TRAMA


Fatiha è una bambina marocchina e già da piccola, viene usata dal padre, dalle zie e da chi la circonda come merce di scambio. 

Solamente al raggiungimento della maggiore età e grazie all'arrivo di un lavoro come badante, riuscirà a prendere in mano la sua vita e a raccontarla. 

Questa è la sua storia.


IMPRESSIONI


Apro questa recensione con un ringraziamento di vero cuore ad Alice di AltroMondo Editore che mi ha inviato questo diario biografico intitolato 

Afra Cento batoste e un solo amore 

di Fatiha Mor e curato da Iginio Carvelli, facendomi un grandissimo regalo.

Come molti di voi ormai sapranno, ho un amore sconfinato per il Marocco, talmente grande da averlo visitato tutto per ben dieci volte, riscoprendolo ogni volta con gli occhi pieni di meraviglia. Sempre uguale e così diverso ogni volta, con le sue tradizioni ataviche fuse nella modernità che sta prendendo sempre più campo. Amo i suoi paesaggi, i profumi accattivanti provenienti dai negozi degli speziali  e quelli acri delle concerie, amo il cibo ricco di sapori e sfumature e amo la calorosa ospitalità del suo popolo. 

Seguo con interesse anche la letteratura marocchina e sono sempre contenta di conoscere nuovi autori e nuove persone, come nel caso di Fatiha Mor.

<< Sì sono marocchina e sono orgogliosa di esserlo. >>

Fathia Mor, pseudonimo di una delle tante Aicha, Fatima, Meryem e di tutte le donne marocchine e non, dall'infanzia rubata dagli adulti ma che, grazie alla volontà e all'innato orgoglio della propria forza d'animo, sono riuscite a trovare la loro strada nel mondo.

È questo un lungo racconto di uno spaccato di vita che va dai sei anni circa ai venti di Fatiha, un racconto denuncia sulla difficoltà di integrazione di una bambina marocchina, strappata alla sua terra e ai suoi affetti con l'inganno. È un racconto che parla di vita, d'amore, di volontà ma anche di miseria, razzismo e violenza psicologica, accompagnando il lettore a riflettere sul significato di razzismo, emarginazione  e indifferenza. 

Alla fine, vi assicuro, vedrete il mondo con occhi diversi, scavando oltre l'apparenza di un ''vu cumprà" o del mendicante davanti al supermercato.

<< I troppi soldi induriscono il cuore e i cuori induriti non sentono il lamento del povero. >>

Fatiha era ancora una bambina quando arrivò, insieme alla zia, alla stazione Termini a Roma, nella capitale d'Italia.

Trovandosi in una nuova realtà, così diversa dalla sua, rimase perplessa nel vedere tanti senza tetto lungo i bordi delle strade, abbandonati alla loro miseria, constatando che  in Italia, considerata una terra di ricchi, ci fosse forse più povertà che in Marocco e tanta indifferenza verso i disagiati.

Quello che più le fece stupore fu il fatto che i ''ricchi'' non si fermassero a donare qualcosa a quella povera gente, come accadeva ogni giorno nella sua terra, dove chi possiede anche poco più di niente, lo condivide col mendicante.

In questa cartolina così ben descritta da Fatiha ho rivissuto un pomeriggio di tre anni fa, durante una passeggiata a Jamaa El Fna, la famosa piazza di Marrakech: un pover'uomo di età indefinita, vestito di stracci e seduto su una carrozzella di fortuna, se ne stava in disparte aspettando che una buon'anima gli donasse qualche dirham. Ogni persona che si trovava a passare davanti a quel pover'uomo lasciava sempre uno spicciolo, ringraziato dalla riconoscenza di un paio di occhi scuri e stanchi. Anche noi donammo qualcosa, veramente pochi spiccioli, per noi europei. Un amico locale di vecchia data mi spiegò che le persone in difficoltà non passavano mai inosservate agli occhi di un marocchino, c'era sempre qualche monetina da donare, perché ''il povero di oggi potrei essere io domani e, aiutandolo oggi, verrò aiutato io domani''.

Una lezione di vita che arrivò al cuore come una pugnalata, costringendomi a riflettere sulla troppa indifferenza che regna ancora in certe zone del mondo.

<< Si nasce poveri e si potrà diventare ricchi. >>

Fatiha venne al mondo da una madre bambina, appena quindicenne, ma consapevole della sua scelta e dei sentimenti verso il padre della piccola. I suoi genitori ebbero altri figli, a pochi mesi di differenza tra loro, tutti nati sul letto della nonna paterna e tutti donati al mondo con la speranza che il destino riservasse loro una vita di agi. Quelli che mancavano in quel mondo fatto di amore e povertà. 

Il  destino della piccola  nel 2002, finì nelle mani della zia Rania, quella zia ''ricca'' di Marrakech, della quale aveva, sino ad allora, ignorato l'esistenza. 

Zia Rania doveva recarsi in Italia e desiderava portare con sé la piccola  per compagnia. Avrebbe imparato l'italiano e visto tante cose belle. Poi avrebbero fatto ritorno in Marocco. Il padre cedette ben volentieri alla ''richiesta'' di zia Rania e la bambina fu contenta di affrontare quel viaggio in aereo, ma la mamma le mancava così tanto.

Soprattutto ora che da Roma, la zia l'aveva lasciata a Torino, a casa di una famiglia sconosciuta con la promessa di tornare presto a prenderla per riportarla in Marocco, nella sua terra.

Certo, in quella famiglia composta dal signor Massimiliano e dalla signora Rosaria erano gentili con lei, le avevano regalato una Barbie e delle costruzioni e le avevano preparato i calamaretti fritti. Il signore poi le aveva pure insegnato i nomi delle stoviglie e lei li aveva imparati subito, ma quella notte, nella sua nuova cameretta, con la luce accesa per paura che il buio la inghiottisse, la sua mamma le mancava ancora di più. 

E quanto ci rimase male, il giorno dopo, scoprendo da Akida, la sua insegnante di italiano, che la zia ''per il momento'' era partita e non sarebbe tornata!

Triste realtà di molti bambini poveri, così fu anche quella di Fatiha, ancora troppo piccola per decidere del suo futuro. Ma i bambini si abituano presto e la piccola, tra una lezione di italiano e la curiosità di conoscere Torino, passò le sue giornate giocando e facendo lunghe passeggiate per il centro, trasformando i giorni in settimane e poi in mesi, vivendo la nuova vita in Italia e paragonando spesso le eleganti vie di Torino alle viuzze polverose del suo paese. 

Sempre più spesso ripensava al suo primo amichetto Simone, conosciuto nel lungo viaggio in treno da Roma a Torino, col quale aveva giocato ad un gioco simile alle costruzioni. Chissà dov'era e se ci giocava ancora col fratello Mario. Ogni tanto parlava con lui, proprio come se fosse presente al suo fianco. Ma le piaceva anche parlare con Adika, soprattutto in arabo. Quando parlava con lei, in arabo, le sembrava che un pezzo del suo Marocco fosse li, nella sua cameretta. 

Certo ''mami'' Rosaria avrebbe preferito che parlasse con lei, ma lei non era la sua mamma e soprattutto era molto più grande della sua mamma. 

Chissà perché mami non aveva fatto una bambina, tutte le mamme ne fanno una e chissà chi era Angela, la bella bambina bionda che abitava molto lontano, raffigurata nel ritratto fatto dal signor Massimiliano, che lei aveva voluto appendere nella sua cameretta per sentirla vicina e poterle parlare.

I giorni passarono ed arrivò il Natale, una festa del tutto nuova per la piccola, che a malapena era a conoscenza dell'esistenza di Allah e del Profeta Maometto.

Il Natale rappresentava la nascita del Profeta Gesù, era una festa luminosa, la gente accendeva tante lucine colorate e rivestiva enormi alberi con tante palline colorate. Lei, per abbellire il suo primo albero, d'istinto scelse una stella da mettere sulla cima. Una stella, come quella raffigurata sulla bandiera del suo Marocco.

<< Qui sono trattata bene, ricevo tutte le attenzioni possibili, sono considerata come una figlia, posso vivere da principessa, perché non dovrei essere contenta. Manca la mamma. Come farò a rassegnarmi? >>

Un giorno, parlando con Akida che le fece promettere di mantenere il segreto, la piccola  venne a sapere che Angela era venuta a mancare tempo prima, e lei aveva preso il suo posto per il signor Massimiliano e la signora Rosaria. Doveva ritenersi fortunata ad essere capitata in una ricca  famiglia come quella. 

Ma Fatiha, con gli occhi pieni di pianto, continuava a ripetere che desiderava tornare dalla sua mamma.

Vi confesso che non ho potuto fare a meno di provare pietà per la piccola, ingannata dal suo stesso sangue e  commiserando  quei poveri genitori disposti a tutto pur di ''rimpiazzare'' l'amore per la figlia deceduta. 

È vero che bisogna provare sulla propria pelle una tale disgrazia, ma l'amore non si compra, non si vende e non si sceglie  al mercato contrattando facendo l'offerta più alta. Molto probabilmente, anche se ancora piccola,  aveva già capito tutto. Una bambina sveglia e orgogliosa, che ha fatto subito breccia nel mio cuore.

Un giorno la signora Rosaria portò la piccola a conoscere la nuova ''zia'' e i ''cuginetti'' che le regalarono un piccolo bassotto da coccolare.

La nuova vita cominciava a piacere alla piccola, aveva nuovi amici, un cane, due quasi genitori che l'amavano come una figlia e adesso aveva anche cominciato ad andare a scuola. Ma quando tutto sembrava andare per il meglio, arrivò la nuvola nera a minacciare tempesta.

Nella quiete di una giornata in famiglia, ecco piombare un'accigliata zia Rania con le assistenti sociali. Impose alla bambina di raccogliere le sue cose: presto sarebbero ripartite. 

Ma Fatiha non voleva partire, stava bene nella sua nuova casa e il signor Massimiliano le promise che nessuno le avrebbe fatto nulla.

Purtroppo però la legge sull'immigrazione non poteva fare finta di nulla, nemmeno sulle buone intenzioni di Rosaria e Massimiliano.

La coppia, a tre anni dalla scomparsa della figlia Angela, si recò a Marrakech per una vacanza. Presso l'Hotel Ibis conobbe la ''strega'', zia Rania, la quale, venuta a conoscenza della tragica storia di Angela, chiese ai coniugi se avessero potuto ospitare per qualche giorno sua nipote, con la possibilità di adozione una volta espletata la burocrazia sull'immigrazione. Felici di questa buona notizia, rientrarono in Italia, pronti a prendersi cura di una nuova figlia, riversando su di lei tutto l'amore che non avevano potuto dare ad Angela.

Rientrati in Italia, aspettarono che tutto fosse a posto, ma Rania piombò all'improvviso con la piccola Fatiha, promettendo di tornare a prenderla quanto prima per sistemare i documenti, loro avrebbero dovuto, al momento prendersi cura della piccola solo per alcuni giorni, poi avrebbero iniziato le pratiche per l'adozione. 

Così non fu, i giorni diventarono settimane e poi mesi e i signori ritennero giusto prendersi cura della piccola, fino a quel momento parcheggiata come un pacco ingombrante. Adesso, però la ''strega'' era tornata per riprendersela, intenzionata a fargli passare guai se avessero fatto storie a lasciarla partire.

Nonostante anche gli assistenti sociali avessero capito il gioco sporco di zia Rania, non si poteva fare nulla, e il giorno dopo si presentò al cospetto di Fatiha il padre Farid, dicendole che anche la madre e i fratelli erano in Italia. Erano tornati a prenderla per riportarla in Marocco: desiderava ancora tornare nella sua terra natia dalla sua mamma?

Così, col suo zainetto colmo di regali da parte di mami Rosaria, la bambina partì insieme al padre verso la Calabria, dove ad attenderla c'era mamma Amina coi fratelli. 

Arrivata clandestinamente a bordo di un gommone in Spagna, la famiglia di Fatiha si era spinta in Italia sperando di trovare il paradiso, ma così non fu e Farid si ritrovò a vivere in uno scantinato buio, umido e piccolo per 150 euro al mese, vivendo di miseri proventi ricavati dalla vendita di ombrelli e cianfrusaglie che spesso non erano abbastanza  nemmeno per mettere insieme pranzo e cena.

Per Fatiha, ormai abituata agli agi della sua ''famiglia'' torinese, fu uno shock ritrovarsi in quel buco troppo freddo e troppo stretto. Mamma Amina era così cambiata, sembrava più interessata al denaro che a lei. 

Avrebbe tanto voluto salire su un treno e tornare a Torino, ma come? Non aveva soldi con se e anche se viaggiare era un suo diritto, non avrebbe potuto farlo gratis. 

Ogni volta che le sembrava di adattarsi, di avere la speranza di trovare nuove amicizie, il destino faceva tabula rasa riportandola alla realtà dura della fame e del disagio.

Un giorno mentre girava per le vie della città, la padrona di un negozio le chiese se le avesse fatto piacere pulire le vetrine in cambio di qualche euro. La piccola accettò volentieri e guadagnò i suoi primi 10 euro. 

Li portò subito a casa e li consegnò alla madre, sicura che li avrebbe protetti e non li avrebbe consegnati al padre che sicuramente li avrebbe persi giocando alle slot machine.

La felicità di quel momento durò poco, il padre decise che dal giorno dopo la piccola sarebbe andata a lavorare con lui. 

Dopo aver discusso con Amina che desiderava far studiare la piccola, venne deciso, senza possibilità di replica, che la bambina dopo la scuola sarebbe andata con lui ai semafori a vendere quella misera paccottiglia agli automobilisti.

Così, indottrinata da Farid, la piccola cominciò una vita fatta di freddo, pioggia, screzi con la zingara che l'accusava di aver rubato la postazione di lavoro migliore e fame. 

I pochi spiccioli guadagnati lei avrebbe tanto voluto usarli per comprare un paio di jeans, ma dovevano mangiare, pagare l'affitto in arretrato di tre mensilità e Farid spendeva il resto in sigarette e al gioco.

I giorni passati a mendicare ai semafori volarono via uno dopo l'altro senza riuscire a portare un po' di serenità in famiglia, lo spettro dell'affitto e dello sfratto sempre dietro l'angolo  e la minestra arrangiata alla meno peggio ormai non sfamava più. 

Fatiha aveva già dodici anni, era diventata donna e cominciava ad attirare le attenzioni di uomini senza scrupoli che cercavano di approfittare della sua innocenza. 

Più volte Fatiha pregò la madre di chiedere al padre di farla mendicare in luoghi più sicuri, e alla fine, sfiniti dall'insistenza della ragazzina, cedettero.

I giorni passarono mendicando tra supermercati e chiese, dove certi ricchi la domenica andavano a Messa 

<< per farsi perdonare gli abusi e l'avarizia verso la gente povera. >> 

Ormai stanca di vivere di accattonaggio, una mattina, sui gradini di un supermercato, per la piccola si presentò l'occasione per cambiare vita. La Polizia Municipale, avvisando i servizi sociali la fece portare in una casa famiglia gestita da suore.

Nonostante avesse pasti caldi, un letto e un tetto sicuro sopra la testa, la nostalgia della madre la spinse a scappare più volte per tornare a casa. Per quanto Amina cercasse di farle capire che era meglio per lei restare in quella casa famiglia, Fatiha continuava a scappare.

Ma ogni volta finiva per essere riportata dalle suore, finché il tribunale minorile decise di trasferirla in un'altra casa famiglia più distante, dove fu bullizzata da una ''capetta'' intrigante ed emarginata dalle altre ragazze. 

In quella casa passò quattro lunghi anni di  bullismo, cattiveria e pazienza, ma anche di una nuova amicizia con Davide e la sua famiglia, che l'accolse come una figlia. 

La pazienza e l'orgoglio l'aiutarono a superare quegli anni che le regalarono anche qualche piccola soddisfazione, come quella di vedere la sua aguzzina confinata in una casa famiglia lontana e l'affetto di un assistente della casa famiglia, il signor Serti . 

<< Gira e rigira, la povertà è sempre barriera invalicabile per soddisfare legittimi desideri. >>

Il signor Serti l'aveva presa a benvolere, e lei, forte degli anni di  accattonaggio, aveva imparato come far leva sulla pietà pur di ottenere ciò che le stava a cuore, anche se alla fine restava comunque nella sua povertà e molto grata a quel buon uomo.

Un giorno, Serti l'accompagnò a trovare la madre dalla quale apprese che il padre era in libertà provvisoria. Decise di scappare di nuovo dalla casa famiglia. per tornare dai suoi affetti più cari, ma venne bloccata e fatta tornare nella sua stanza. 

Anche davanti al giudice del Tribunale dei minori la giovane continuò a sostenere che il suo posto era quello vicino alla madre, nella sua casa, ma anche stavolta fu spedita in uno sperduto paese della Sila, freddo e umido, a casa degli zii paterni.

Nel suo zainetto, a sorpresa trovò un I-Phone con un biglietto, ennesimo dono dell'unico uomo che le avesse mai voluto bene senza secondi fini, il signor Serti. L'orgoglio però, le impedì, i primi tempi, di usare quel telefono. 

Zia Amina aveva cinquantasei anni e due figlie che studiavano fuori ed erano l'orgoglio di famiglia, lei avrebbe potuto dormire nella loro camera e, in cambio di vitto e alloggio, avrebbe dovuto aiutarla visto che temporaneamente immobilizzata sulla sedia a rotelle a causa della frattura del femore.

La serenità sembrava sempre sfuggirle di mano. Ancora una volta la povera ragazza venne venduta al miglior offerente dal suo stesso sangue. Obbligata ad indossare il velo e a piegare la testa nel nome del Corano,  venne continuamente vessata dalla zia che continuava a farle domande tendenziose sulla sua verginità. 

<< Il farmacista è bruttino. Però è straricco. I soldi a volte sono come i cerotti che coprono le ferite. Se si accoppia con una bella, lui si gode un corpo e lei la ricchezza. Tu che ne pensi? >>

Ma negli anni aveva imparato a difendersi e rispondere a tono anche alle domande insinuanti della perfida zia Amina. 

La corda si strappò il giorno in cui zia Amina cercò di obbligare la  nipote a cedere alla "corte" del Dottor De Mico, il ricco farmacista sgorbio, per un beffardo scherzo della natura.

Per Fatiha era troppo, al gioco del pollo da spennare poteva anche abbassarsi per un po', giusto per sfidare la zia e per guadagnare qualcosa che mai aveva avuto in tutta la sua vita, ma la sua giovinezza non avrebbe mai permesso a nessuno di venderla e comprarla. Così un giorno,  alle soglie del diciottesimo compleanno, smesso il velo e indossati i suoi amati jeans simbolo di ribellione,  scappò di nuovo dalla casa di un'altra ''strega'' vestita da zia.

A porgerle una mano, come sempre, Pierpaolo Serti...

Quanto amo e stimo Fatiha, una bambina cresciuta troppo in fretta, ma con un cuore grande e puro, che nonostante le difficoltà che la vita le ha messo sulla strada, è stata in grado di andare sempre avanti, modellandosi alla cruda realtà della strada, senza farne mai parte. Conservando dei valori e dei principi nati insieme a lei.

Quanta tenerezza ho provato mentre, dopo essersi ricongiunta con l'amata madre dopo i mesi passati a Torino,  le chiedeva con l'innocenza e la purezza di un bambino che vede il buono ovunque, il perché erano venuti in Italia a vivere di stenti nell'indifferenza dei cuori di pietra di tante persone. Avrebbero potuto rimanere in Marocco, sarebbero stati poveri anche laggiù, ma un pasto e qualche monetina per loro ci sarebbero sempre stati. La gente, anche se povera, li avrebbe sempre aiutati. Lo dice anche il Corano, ma soprattutto lo dice il cuore dei suoi conterranei.

Tipica fattoria della Valle dell'Ourika, ai piedi dell'Alto Atlante ( Marrakech ). 
Sacro rito della condivisione del tè alla menta - foto personale -

Una qualità che ho sempre ammirato, ogni volta che tornavo in Marocco, è quella della porta di casa sempre aperta all'accoglienza. Offrono quello che hanno, condividendo un tè alla menta con pane appena sfornato, miele olio e burro fatto in casa o un tajine di verdura coltivata con fatica nei campi aridi, arroccati sulle irte viuzze di montagna. 

Offrono un sorriso, un racconto o un giaciglio su cui riposare, offrono vita.

Non importa essere ricchi o poveri, si condivide e si dona col cuore quello che si ha a disposizione in quel momento e, se non si ha, amici e vicini sono sempre pronti e felici di aiutare. 

Dio, un giorno li ripagherà se dovessero trovarsi nel bisogno. 

Fatiha ci pensa spesso, faticando a capire l'indifferenza degli italiani verso ''gli invisibili''. Pensieri che una bambina, di qualsiasi nazionalità sia, non dovrebbe mai fare o avere. 

La storia di Fatiha, Afra dalla faccia di cioccolata, come ho già detto, potrebbe essere la storia di migliaia di bambine figlie del mondo, usate come merce di scambio. Non tutte, purtroppo, hanno la forza e la caparbietà di Fathia che non si è mai arresa, nemmeno quando tutto sembrava perduto, anche il suo più grande amore.

Mentre mi avvicinavo alla fine del racconto di Fatiha narrato in prima persona dalla sua stessa voce, ho provato più volte il desiderio di abbracciarla forte e offrirle la mia amicizia, come simbolo di tutte le amicizie negate perché povera e straniera o additata come poco di buono solo perché povera e indipendente.

La lettura di questa biografia mi ha insegnato molto, molto di più di quanto non avessi imparato durante i miei viaggi o dai racconti di amici immigrati in Italia dal Marocco  e comunque ben integrati. 

Non tutti gli immigrati poveri sono disgraziati, anzi arrivano in Italia sognando un futuro migliore, ma la realtà è diversa dai sogni e spesso la fame li costringe a scendere a patti con la dura legge della vita al margine, ma chi ha il cuore puro e tanta forza di volontà non si spezza, riuscendo a mantenere saldi quei principi che riempiono il loro bagaglio di vita.

La piccola è cresciuta col valore dell'onestà, la vita è stata ingrata con lei, ma il suo coraggio l'ha aiutata a riscattarsi.

In che modo, vi chiederete?  Lo lascio scoprire a voi, seguendo il lungo viaggio di Fatiha da Marrakech alla Calabria, spingendosi fino in Sicilia dove incontrerà Giorgio Marino, ma non vi dico di più...

Il racconto è scorrevole, crudo nella sua semplicità, ma è vero. Coinvolge fino ai suoi vent'anni che segnano la fine di questo lungo e travagliato percorso di vita. Ma non sarà la fine, ci sono ancora tante strade da percorrere e da scoprire e spero con tutto il cuore che Fatiha riesca a trovare quella della felicità.

Personalmente mi farebbe piacere incontrarla e stringerla in un forte abbraccio, chissà...

Per il momento ho condiviso con lei una parte della sua vita e, mi auguro lo facciate pure voi, proprio per capire cosa significa essere un immigrato in Italia.

Auguri Fatiha, Tbarkelah 3lik .

Sperando che questa storia vi abbia incuriositi vi lascio nella scheda del libro il link per l'acquisto e vi auguro una buona lettura.


Tania C.

venerdì 20 settembre 2019

Recensione di COME LA PENSO di Andrea Camilleri Ed. Chiarelettere





COME LA PENSO

Andrea Camilleri
Ed. Chiarelettere 2013
ristampa luglio 2019
Pag.340
Copertina flessibile
Collana: I Tascabili
Genere: Autobiografia
€ 12,00
Ebook disponibile


foto dal web

ANDREA CAMILLERI

Andrea Camilleri, nato nel 1925 a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, dopo aver esordito nel 1978 con Il corso delle cose, scala la vetta tra gli autori più prolifici e letti con all'attivo decine di romanzi. 
Sua è la paternità dell'amatissimo commissario Montalbano.
Con Chiarelettere ha pubblicato nel 2009 Un inverno italiano, nel 2010 Di testa nostra, entrambi scritti insieme a Saverio Lodato. Nel 2015, sempre per Chiarelettere pubblica Certi momenti.

QUARTA DI COPERTINA

Un'autobiografia in forma di saggi e di racconti. Un continuo susseguirsi di spunti, suggestioni, ricordi e invenzioni che testimoniano tutta la ricchezza del mondo creativo dello scrittore italiano più letto e stimato dai lettori.
Un percorso ricco di personaggi (con una parte dedicata a Montalbano e alla sua Vigàta), incontri, luoghi, piccoli e grandi eventi, storie personali, con incursioni nella letteratura, nella filosofia, nella politica. Che bellezza leggere i ricordi di ragazzo di Camilleri, le "controstorie" della sua Sicilia, e poi immergersi nel racconto dell'Italia di ieri e di oggi, sempre accompagnati dalla sua inesauribile vena critica e ironica. Un ritratto a colori vivacissimi di come siamo e cosa pensiamo, tra cultura, cronaca e storia. Una vera scoperta.


IMPRESSIONI

Questa breve biografia, uscita anni prima della morte del Maestro è un volume delizioso, in veste completamente nuova ed accattivante, con la copertina azzurra come il mare della sua sicilia e un ramo di meravigliosi limoni gialli. Una gioia per gli occhi, sembra quasi di potersi inebriare del fresco profumo del mare e dei solari agrumi. L'ho vista questa copertina, mi chiamava tra mille altri titoli. Sull'autore nessun dubbio: il Maestro Camilleri è sempre una garanzia ed è l'autore italiano che preferisco in assoluto. Mi ha tenuto compagnia per anni, in un periodo della mia vita un po' travagliato, insegnandomi una lingua nuova, facendomi conoscere luoghi magici di una Sicilia da me sempre sognata e poco conosciuta. Ho amato ogni personaggio uscito dalla sua infaticabile fantasia , ma soprattutto ho e continuo ad amare il suo "figlio" più famoso: Montalbano. Ho riso con Catarella, mi sono commossa con la storia di Orlando ed ho pianto per la morte di François. Dovevo leggere questa biografia, soprattutto ora che il Maestro ci ha lasciati, quasi orfani, della sua calma e pacatezza da gigante buono.
Ho chiesto quindi a Chiarelettere di poterne recensire una copia e la dolce Valeria Frigau mi ha subito accontentata inviandomela nel giro di pochi giorni. 
Il volume, in maneggevole formato tascabile, era li, pronto per essere letto. Nel giro di poche ore l'ho divorato... va  bene, in una notte dai, non facciamo i pignoli.
È stato piacevole fare l'alba immersa tra i luoghi e le epoche che hanno segnato la storia italiana. Mentre leggevo, nella mia mente, la voce di Camilleri scandiva le "palore" (parole, Camilleri docet) lentamente, con il suo spiccato accento e la voce rauca dalle millemila sigarette fumate.
Descrizioni minuziose di luoghi e fatti, come fossero accaduti ieri e di un tempo che oramai è storia, uscite dalla fabbrica di pensieri del Maestro. L'infanzia, non certo facile per l'epoca, pochi anni dopo il primo Grande Conflitto, fatta di povertà, polvere e tanto amore per la propria terra. Sentimenti buoni e radicati, tanta voglia di conoscenza, di trasgredire e di fare.

L'aiutante di don Nonò mi vide e cercò d'agguantarmi, io riuscii a sfuggirgli,intervenne il secondo aiutante, poi qualche passante. Insomma, alla fine di questa scena degna della fèria di Pamplona, fui catturato e ridotto quasi alla calvizie.

Il racconto comincia dall'infanzia di Camilleri, molti sono gli spunti esilaranti, tra tutti quello che più mi ha colpito è narrato nel capitolo de Il salone di don Nonò, il barbiere, che vede un Camilleri bambino terrorizzato dalle "sanguette" scappare a gambe levate verso casa, oppure appena adolescente, in fuga dagli aiutanti di don Nonò che volevano fargli lo scalpo. Ho riso per un quarto d'ora, immaginandomi la scena di un Camilleri tredicenne, con folti e lunghi capelli, le "brache" corte e i calzettoni al ginocchio scalciare come un forsennato tentando di scappare dagli aguzzini del barbiere che voleva raparlo, su ordine del padre.
È l'epoca del fascismo, il rigore era, scusate il gioco di parole, di rigore, i tempi non erano facili, ma la scena ha quel fascino tragicomico che solo la penna di Camilleri poteva descrivere così bene.
Ma la biografia non è solo una raccolta di aneddoti più o meno divertenti: il Maestro ci descrive anche il periodo fascista che pur limitando la libertà di apprendere,  non impedì di formarsi una cultura artistica attraverso film e musica americana, il Jazz. Durante il regime fascista le pellicole americane venivano boicottate a favore di quelle italiane, vere  proprie opere celebrative del fascismo. Per Camilleri, spettatore assiduo di quelle nuove ed insolite pellicole, si aprì un mondo nuovo e sconosciuto, diverso dal solito cinema al quale era abituato. I film americani, molto più leggeri, puntavano non più sulla grandiosità delle guerre, fin troppe se ne erano combattute nella realtà, ma sulla vita moderna  e ilare negli Stati Uniti. 

Montalbano: Ma che fai, vuoi babbiare? Decine e decine di arresti ci sono. Algerini, tunisini, curdi, albanesi, senegalesi ...
Io: Perciò te ne vai perché non puoi più fare il tuo mestiere.
Montalbano: Non solo. Il fatto è che io appartengo a quelli che non vedono una minchia dentro la cornice. 
Io: Stai parlando cifrato.


Dai racconti del cinematografi, il Maestro passa ad una dichiarazione d'amore riconducibile al piccolo schermo:  Il Commissario Montalbano. Un accorato botta e risposta tra il commissario e l'autore, una struggente lettera d'amore  e di chiarimenti sul perché il commissario vuole dimettersi, senza "bona paci" del Maestro. Ovviamente il perché non ve lo dico, lo scoprirete solo leggendo. Un pizzico di mistero non guasta, e poi che giallo sarebbe senza un'accurata indagine come solo Montalbano sa portare a termine?
Se Montalbano ha rappresentato uno dei capitoli più importanti della vita del Maestro, non mancano importanti ricordi sull'influenza che Paolo Conte ha esercitato nella sua formazione artistica, racconti sull'amicizia con Leonardo Sciascia, la passione per Pirandello sino a descrivere i suoi cattivi pensieri, dove si  pone spinose questioni su "cosa è un italiano" o "sullo stato di salute della lingua italiana",  senza farsi mancare una profonda riflessione sul credo e religiosità.
Una biografia insolita, ma a 360 gradi, dove Camilleri mette a nudo il suo passato, il presente e il futuro.
L'autore italiano più letto e amato, il più  imitato dai cabarettisti e probabilmente anche il più scomodo e odiato, ma comunque un Uomo che mai dimenticheremo. Ci ha fatto sognare, ridere e commuovere, specialmente tra queste pagine, ed è con una piccola lacrima di commozione che gli dico: "Grazie Maestro".
Chi non conoscesse le opere di Camilleri e leggesse questa mia recensione, che non è una vera e propria recensione ma solo un gesto affettuoso verso un "amico" speciale, penserà che mi sono lasciata prendere troppo la mano. Troppa enfasi, troppo coinvolgimento. Ma Andrea Camilleri è così, lo conosci, prendi confidenza, entri nei suoi pensieri, ti ci perdi e lo ami!
Non aggiungo altro, lascio a voi la possibilità di conoscerlo, di approcciarvi con la sua straordinaria cultura e il suo immenso amore legato alla sua Sicilia.
Grazie di tutto Maestro, salutaci le stelle ...

Buona lettura,
Tania C.






Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

  TUTTO NASCE PER FIORIRE Autore: Demetra Costa Editore: IoScrittore Formato: Brossura Pag.: 503 Uscita: Giugno 2025 € 18 formato cartaceo F...