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mercoledì 17 aprile 2019

Recensione di BROTHER di David Chariandy


BROTHER

David Chariandy
Ed. Chiarelettere
Aprile 2019
Pag. 164
Copertina flessibile
Traduzione di Federica Aceto
€ 16,00
Ebook disponibile


CONOSCIAMO L'AUTORE

foto dal web

David John Chariandy è nato in Canada a Scarborough ON nel 1969. E' un professore universitario di letteratura inglese ed uno scrittore molto creativo. Nuova promessa tra gli scrittori emergenti, nel 2007, il suo primo romanzo Soucouyant, riceve l'attenzione di prestigiosi premi e critiche letterarie. Ad oggi è una delle voci più importanti nelle conferenze sulla letteratura nera contemporanea canadese. Essendo studioso di letteratura nera e nero canadese, ha contribuito in maniera determinante la crescente, sebbene ancora trascurato, campo dei Black Studi in Canada. (Fonte The Canadian Encyclopedia)



TRAMA

Per Michael e Francis, due fratelli di colore che vivono nella periferia di Toronto, quella che stanno vivendo, è un'estate rovente. La musica hip pop coi suoi ritmi sinuosi, si mescola agli echi rimbombanti delle pallottole e delle sirene della polizia. 
La madre, di origini caraibiche, cerca di sbarcare il lunario dividendosi tra diversi duri lavori, anche per poter dare ai ragazzi un futuro migliore, che sia lontano dai pregiudizi e violenza che stanno dilagando in Canada e nel mondo.
A vegliare sul piccolo Michael c'è il fratello maggiore Francis, che gli insegna presto come trovare il proprio posto nel mondo per riuscire a sopravvivere e farsi valere verso chi disprezza le persone come loro.
Michael imparerà lezioni di vita nella valle del Rouge, polmone verde che attraversa il loro quartiere e quartier generale di un gruppo di ragazzi legati dalla passione della musica e che si ritroveranno dal barbiere Desirea's.
Tutti i sogni e speranze di Francis, sono destinati a sgretolarsi come un castello di sabbia alla prima onda, in una notte, quando un colpo di pistola lo atterra per sempre. Un duro colpo, insensato, da accettare e dal quale ne Michael ne la madre riescono a riprendersi.
Passano gli anni, dieci, e sarà solo il ritorno di una ragazza del quartiere che li scuoterà dal torpore aiutando madre e figlio ad affrontare e superare il passato.

IMPRESSIONI

A sorpresa, la cara Giulia  di Chiarelettere, qualche giorno fa, mi inviò gentilmente una copia di Brother, prossimo all'uscita. Un libricino basso, poche pagine ed una interessante grafica colorata della copertina. Un autore a me sconosciuto, ma una trama coinvolgente, attuale, ma dal sapore vintage. Ho iniziato a leggere spinta dalla curiosità di saperne di più su un mondo per me quasi sconosciuto. Ho letto poco e niente di autori sud americani o comunque che trattassero l'argomento razzismo in America, sono sempre stata più attirata dall'Africa. La curiosità era tanta, ma siccome Chiarelettere è per me sinonimo di garanzia, sapevo che sarei rimasta soddisfatta e soprattutto avrei avuto l'onore di leggerlo in anteprima!

Brother è la storia di due fratelli canadesi, di origine indo-caraibiche (esiste il termine? Potrei scrivere all'Accademia della Crusca e coniarlo), Francis il maggiore e Michael, fratello minore e voce narrante della storia.

"Il mondo intorno a noi si chiamava Scarborough. Un tempo quel quartiere era detto <<Scarberia>>, una landa desolata alla periferia di una città caotica in espansione."

I due fratellini sono stati abbandonati dal padre, un indiano, che poco dopo la loro nascita decise di andarsene per seguire i suoi sogni. Vivono con la madre a Scarborough, in Canada, nel quartiere della valle del Rouge, un'arteria verde che attraversa la loro città. La madre è costretta a destreggiarsi tra più lavori per cercare di dare un futuro ai suoi ragazzi, ed è costretta a lasciarli spesso e per lungo tempo soli, con tutte le raccomandazioni del caso: non aprire la porta agli sconosciuti, non uscire fuori e a letto dopo Hazzard ...
A fare in modo che tutto fili liscio, il figlio maggiore Francis, il quale si prenderà cura anche di educare il fratellino a quella che è la vita di quartiere per gente come loro, i negri.

"Francis, crescendo, cominciò a mostrarsi sempre più insoddisfatto del mondo e del posto che gli sarebbe toccato da adulto"

Il tempo passa, a diciotto anni Francis, sempre più insoddisfatto dell'odio razziale che sta dilagando in città, e sempre più smanioso di trovare il suo posto in prima fila nel mondo, lascerà la scuola, unendosi ad una compagnia di ragazzi più grandi che provenivano non solo dal Park, ma da tutti i quartieri periferici della città. 
Sono ragazzi come lui,  accomunati non solo dal colore della pelle ma anche  dalla passione per la musica. Portano i capelli rasati  ed usano uno slang che possono capire solo loro. 
Francis cercherà pure un riavvicinamento col padre, soprattutto per Michael, ma questi li caccerà senza nemmeno aprir loro la porta. 
Per quanto potrà, Francis, continuerà anche a prendersi cura della  madre e del fratello, ma la sua insofferenza sarà tale da spingerlo a dare sfogo a numerosi episodi di violenza, non solo verbale, soprattutto verso la madre, la quale sente che il figlio sta per prendere la strada sbagliata.

"Ci fu una breve colluttazione, con mamma che cercava di strappargli la felpa di mano, e quando Francis si servì di tutta la sua forza e il suo peso per riprendersela, lei perse l'equilibrio e cadde in avanti sbattendo violentemente la testa contro il letto a castello. Ci fu un attimo di calma e di silenzio assoluti: mamma fissava il figlio maggiore con una mano sulla fronte, sbattendo le palpebre con gli occhi sgranati."

Francis, accettando la sua vera natura,  si unirà a Jelly, capo di una piccola gang di quartiere, con la residenza nei fondi di una ambigua barberia, Desire's.
Michael, dal canto suo, cercherà di riportare il fratello maggiore sulla retta via, convinto che facendo leva sull'amore della loro madre , sarebbe riuscito nel suo intento. 
Ma Michael è un adolescente, alle prese con la scoperta della propria fisicità e dell'amore, oltre alla curiosità di sperimentare il fascino del proibito, del mondo adulto.
A lottare a fianco al ragazzo c'è Aisha, una ragazza vicina di casa, che diventerà anche il suo primo amore.
Insieme ad Aisha, Michael scoprirà il nuovo mondo del fratello, un mondo fatto di giornate che si trascinano tra espedienti per mettere insieme il pranzo con la cena, al ritmo della loro musica preferita che spazia tra blues, hip pop e sound moderni. Scoprirà l'amore e scoprirà la violenza. Quella fisica e verbale che i "bianchi" vomitano addosso a quelli come loro, come lui e il fratello e la madre: sporchi negri.

"Me ne accorgevo solo in quel momento? Eravamo dei perdenti, dei traffichini di quartiere. Eravamo i figli della servitù, non avevamo un futuro."

Michael scoprirà anche il dolore della perdita. Una notte, dopo un'audizione musicale di Francis e compagni, nel locale scoppia un diverbio non troppo ortodosso tra Francis e i gestori. Qualcuno chiama la polizia e, all'uscita del locale, mentre Francis opporrà resistenza ai poliziotti che cercano di capire la dinamica dell'accaduto, una pallottola partita dalla pistola di un poliziotto, lo metterà al tappeto per sempre. Il dolore per la perdita di un fratello e in particolar modo il dolore di una madre che sopravvive ad un figlio è difficile, quasi impossibile da elaborare. Sarà forte il dolore quando, il giorno del funerale, vedrà il padre, in disparte, camuffato tra i partecipanti, che non degnerà ne lui ne la madre di una parola di conforto.
Dopo la morte di Francis Aicha scompare, Francis si ritrova solo a rimboccarsi le maniche per sopravvivere. La madre cade in depressione, quasi sull'orlo della follia, passerà i suoi giorni con l'ossessione del figlio morto, finendo nel tunnel dell'alcol che dissolve la sofferenza nel torpore.


"Sono tanti i modi in cui si può fuggire. Aisha era scappata per andare all'università. E gli amici di mio fratello, tutti, erano fuggiti, ognuno a modo suo. Ma naturalmente non si fugge mai davvero. Corri sempre il rischio che qualcuno ti trovi, anche solo per un attimo."

Dopo dieci anni di vita al limite della sofferenza e della sopravvivenza, Michael sembra aver trovato un equilibrio con un nuovo lavoro che difende coi denti, e gli permette di mantenere lui e la madre, in preda ai fumi dell'alcol e delle allucinazioni. 
Nelle loro vite rientrerà improvvisamente Aisha, insieme al ragazzo che Francis amava, Jelly.  
Dopo il primo scompiglio che i due ragazzi portano nella quotidianità di Michael, arrivano anche i chiarimenti e , grazie all'amore di Aisha e all'aiuto di Jelly, il futuro per Michael e la madre sembra più luminoso: il passato è finalmente alle spalle e una luce di speranza è stata accesa...

Come ho detto prima, ho avuto il piacere e l'onore di leggere questo piccolo ma immenso libro prima dell'uscita in libreria. 
In poche pagine, che Chariandy ha terminato con non poca fatica e in parecchio tempo, è racchiuso un concentrato di un legame d' amore puro, quello della famiglia. 
L'amore di una famiglia, nel tempo allargata, che nonostante gli scherzi crudeli della vita riesce a trovare un motivo per andare avanti e superare il tormento del passato che ha cercato di schiacciarla per anni.
Un racconto di circa venti anni di storia, narrato in maniera semplice, a volte cruda ma mai volgare, quasi poetica che lascia spazio all'immedesimazione nei personaggi e nei luoghi dal sapore retrò.
Consiglio a tutti questo romanzo, che si legge in poche ore, ma in particolar modo, a chi ha voglia di conoscere uno spaccato di vita tra gli anni settanta e novanta di uno dei più evoluti ed anticonformisti Paesi del Nord America : il Canada.

Buona lettura, Tania C. 








sabato 16 marzo 2019

Recensione di COME È PROFONDO IL MARE di Nicolò Carnimeo



COME E' PROFONDO IL MARE
di Nicolò CARNIMEO

Ed. Chiarelettere collana REVERSE
Pag. 172
Copertina flessibile
€ 13,60
Ebook disponibile

CONOSCIAMO L'AUTORE

foto dal web

Docente di Diritto alla navigazione e dei trasporti all'Università di Bari, Nicolò Carnimeo, dopo un viaggio tra Nigeria e Malesia, per Longanesi, pubblica NEI MARI DEI PIRATI. Per Mondadori pubblica MONTENEGRO, VIAGGIO SENZA TEMPO. Collabora con testate giornalistiche come Limes, La Stampa, Il Fatto Quotidiano  e La Gazzetta del Mezzogiorno, oltre alla trasmissione Linea Blu su Rai 1.

TRAMA

Il nostro organismo quanta "plastica" è in grado di tollerare? Quanto mercurio introduciamo nel nostro corpo nutrendoci di pesce? Nell'Adriatico c'è una discarica di tritolo? Alghe aliene e meduse esotiche stanno invadendo i nostri mari, perchè? 
Sono domande, spesso prive di risposta, che si pone l'autore. In pochi sono in grado di fare luce sul perchè, davanti ai nostri occhi ignari, il nostro Mediterraneo e gli Oceani stanno vertiginosamente mutando.
Seguendo tre rotte non convenzionali del mare di plastica, nel mare di mercurio e nel mare di tritolo, Carnimeo ci descrive tre reportage che si possono riassumere in una immensa discarica marina. Causa, effetto e conseguenza fotografica della scelta di vita che ha deciso di intraprendere l'uomo. Non tutti, fortunatamente, sono propensi a lasciare un'eredità di plastica alle generazioni future. Una denuncia che si legge come un libro di racconti.


IMPRESSIONI

"Non è segnata sulle carte nautiche, né si può avvistare dall'alto su Google Earth. Eppure è grande quanto un continente, così vicina che basta allungare la mano per toccarla. Dell'isola di plastica fluttuante negli Oceani abbiamo avuto notizia dai media, ma non sappiamo cos'è. C'è chi immagina persino che ci si possa camminare o piantare l'asta di una bandiera come sulla Luna."



foto personale


Ho notato COME E' PROFONDO IL MARE nel catalogo di Chiarelettere e, grazie alla disponibilità e gentilezza di Giulia  ne ho avuto tempestivamente una copia omaggio da poter recensire. 
Conoscevo il tema,  avevo gia sentito parlare di Carnimeo ed ero curiosa di leggere questa inchiesta in particolare per approfondire l'argomento. 
Ho iniziato la lettura in spiaggia col vento, tra onde, sabbia e rifiuti spiaggiati dopo una mareggiata. Quale contesto migliore per immergersi profondamente in questo tipo di lettura e comprendere appieno il messaggio che l'autore desidera mandare all'essere umano! 
Il trattato si divide in tre parti, come tre racconti a se legati da un'unica trama l'inquinamento marino e ambientale. 
La prima parte inizia col racconto delle  indagini fatte da Carnimeo a bordo di una particolare imbarcazione, l'Halifax.  
Sulla scia di  imbarcazioni tecnoligiche simili, adibite al   monitoraggio delle varie isole di plastica fluttuante sparse negli Oceani ed a rilevamenti oceanografici, salpa le nostre acque avvelenate dalle sostanze tossiche rilasciate da tutta la spazzatura degradata per fare rilievi sull'ecosistema. 
È un racconto accurato, dettagliato, quasi fosse un romanzo, sulle conseguenze dell'inquinamento marino da parte della plastica (e non solo). 
Non pensate solo alla plastica galleggiante o a quella che si riversa sulle spiagge dopo le mareggiate. 
No, la plastica in mare non si decompone ma degrada in pericolosi composti fungendo da spugna che assorbe tutte le sostanze chimiche tossiche disperse nell'Oceano. 
Si  suddivide quindi in micro frammenti  che vanno a mescolarsi con ogni particella di acqua formando una brodaglia velenosa riversata in pieno Oceano, nei nostri mari e in ogni forma di vita che li abita, modificandone per sempre la genetica. 
Mentre negli Oceani particolari condizioni ambientali e atmosferiche formano zone di convergenza che fanno confluire i rifiuti plastici in una sorta di vortice galleggiante formando le isole di plastica fluttuante, nel Mediterraneo a causa delle correnti e della conformazione geografica, tali isole non si formano ma rimangono immerse nei fondali con conseguenze catastrofiche per l'ecosistema e per i pescatori. 
Solo nel bacino protetto del Mar Ligure, nel Santuario dei cetacei tra Genova e Portofino, si stimano 200.000 micro frammenti plastici tossici per chilometro quadrato. E qui qualche domanda dovremmo porcela, insieme ad un mea culpa ...
A bordo dell'Halifax, nel Mediterraneo, Carnimeo prende parte ai prelievi e agli studi in quello che è considerato un labirinto da 290.000.000.000 di frammenti tossici. I numeri sono inquietanti e parlano chiaro: 

"Amici cari, è ufficiale: il Mediterraneo sta diventando un mare artificiale, mettiamoci al lavoro".



foto personale


A causa dell'inquinamento atmosferico, della pesca non controllata, del riscaldamento globale, dell'inquinamento da parte dell'uomo, il Mediterraneo è stato svuotato della sua flora e fauna e si sta trasformando nell'habitat ideale per meduse esotiche, predatrici concorrenti della fauna autoctona e alghe aliene, come la Calupera Taxifolia, misteriosamente evasa dall'acquario di Montecarlo per colonizzare il Mediterraneo soffocando intere praterie di Posedonia, bellissime praterie di alghe riconosciute come  il polmone Mediterraneo grazie alla produzione di ossigeno utile alla respirazione marina. Un primato della Calupera  è stato però stato spodestato dall'alga Ostreopis Ovata,  la più famosa e conosciuta alga tossica che fiorisce soprattutto in agosto nelle nostre acque costiere, responsabile di problemi gastro intestinali e respiratori per chi vi si immerge. 

"A vederli tutti insieme mentre cercavano di arrampicarsi su quelle grandi carcasse, sembrava di rivivere la fiaba di Gulliver legato dai lillipuziani".



foto personale


La seconda parte delle indagini di Carnimeo lo portano a scoprire di proprio pugno che tutti i nostri mari non sono inquinati solo da isole di plastica ma da killer altrettanto pericolosi. 
Da studi effettuati in Giappone ne è emersa una devastante contaminazione da mercurio. 
Nella baia di Minamata, arcipelago dove, dal 1932 al 1968, complice una politica corrotta, le acque vennero avvelenate dai continui e copiosi scarichi di mercurio con conseguenze disastrose per la popolazione che della pesca basava l'alimentazione e l'economia, si sviluppò la malattia del gatto ballante, una modificazione genetica altamente invalidante che privò i contaminati della parola, dell'uso degli arti e scatenò forti convulsioni. Se il Giappone è altamente contaminato da mercurio, il Mediterraneo non è da meno. 
L'autore vivrà in prima persona gli effetti devastanti dell'inquinamento da metalli pesanti quando si ritroverà ad assistere, impotente, alla morte di sette capodogli spiaggiati sulle spiagge del Gargano. 
E' il dicembre 2009 quando sette esemplari di capodogli approdano agonizzanti su una spiaggia in preda a gravi problemi metabolici. 
Dagli studi eseguiti sulle carcasse, alcune barbaramente mutilati da predatori fraudolenti alla ricerca di macabri trofei,  ne è emerso che i poveri cetacei erano stati contaminati da mercurio in maniera talmente invasiva da disorientarli e spiaggiarli, andando incontro alla morte.

"Un mare senza bellezza, una vita senza bellezza è una vita perduta e senza speranza, ovunque l'abbiamo irrimediabilmente compromessa, l'idea stessa di rinascita si è affievolita sino a morire".


foto personale

Con la terza ed ultima parte delle indagini, eseguita meticolosamente e attivamente, porta alla luce uno dei più pericolosi fattori inquinanti del Mediterraneo, dalle acque dell'Adriatico a quelle Tirreniche  di Ischia, passando per la Sicilia: gli innumerevoli ordigni bellici sommersi, illegalmente o per cause belliche, risalenti al primo e secondo Grande Conflitto Mondiale. 
Dopo la Seconda Guerra, e il bombardamento di Bari, le opere di bonifica  terrestre furono superficiali e negligenti, vuoi perchè doveva essere messo tutto a tacere, vuoi perchè bisognava fare in fretta visto che bisognava sbarazzarsi del fantasma della John Harvey e del sospetto del carico di morte che la rivestiva. 
Come risulta dagli atti, nel 1947, una nave cisterna lascerà Lecce in direzione mare aperto per scaricare tonnellate di ordigni bellici di ogni sorta. 
Gli effetti devastanti si ebbero durante l'estate, quando dei pescatori pugliesi, tirando in barca le reti, riportarono ustioni e pustole, in alcuni casi anche la morte. 
Causa dell'avvelenamento fu l'iprite, un gas venefico proibito dalla Convenzione di Ginevra, gia usato in via sperimentale nell'artiglieria del primo Conflitto Mondiale e nelle munizioni della Seconda Guerra, durante il bombardamento di Bari. 
Gli effetti del "gas mostarda", così chiamato a causa dell'odore pungente che ricorda appunto la senape, furono devastanti per il Mediterraneo e, ad oggi si sono aggiunti i residui dei più recenti conflitti, come quello dei Balcani, che ha riversato nei fondali adriatici migliaia di ordigni, spesso inesplosi e veicoli di sostanze chimiche altamente nocive per l'ecosistema e l'umanità ...


foto personale


Il tema difficile e scottante,  affrontato con uno stile delicato, quasi come fosse una poesia, non lascia indifferente nemmeno il lettore più critico. 
Durante il racconto delle  indagini svolte, sembra di vedersi fluttuare davanti l'isola galleggiante di plastica, frutto  della generazione che ne ha visto la nascita e i primi utilizzi, anche se di poche ore. Il solo pensiero (senza andare a scomodare le isole plasticate degli Oceani) di tonnellate di rifiuti che il mare, giustamente stanco di trascinarseli appresso, riversi sui nostri litorali rifiuti provenienti dal passato, mi fa accapponare la pelle. 
Come una specie di macchina del tempo, restituisce tutto ciò che lo ha violato e ferito, modificandone per sempre il suo essere. 
E tutto questo fa riflettere su quanto gli errori commessi ''dai padri'' si riversino sui ''figli''  e poco abbiano insegnato a non ripeterli.
Stiamo distruggendo il mondo con le nostre mani, con la consapevolezza cieca, sorda e muta che stiamo distruggendo noi stessi. 

"Più di questo sono i paraocchi di chi continua a correre sulla via del finto <<benessere>> senza pensare o mitigare le conseguenze, di chi crede che non sia possibile alcun compromesso e natura che ci sta rovinando".

foto personale

Arrivare all'ultima pagina di questa trascinante avventura è stato un attimo. Come gia ho spiegato, questo trattato si lascia leggere come un libro di racconti. Carnimeo è riuscito a non cadere nella statistica, nell'agglomerato, spesso confuso e incomprensibile di dati e numeri, ma ne ha fatto un racconto emozionante, commovente ed avvincente. La sensibilizzazione a limitare l'uso della plastica e di tutti i materiali altamente tossici è il filo conduttore dell'inchiesta dell'autore, sperando che tutti noi, per la nostra sopravvivenza, possiamo prendere spunto per cominciare a salvaguardare il nostro mondo. 



foto personale, chissà che non sia una tra le tante ...



Non mi è stato facile recensire questa inchiesta senza sentirmi un po' "ipocrita". 
Non perchè sia di difficile lettura e comprensione, tutt'altro, grazie ad un linguaggio scorrevole, semplice e trascinatore si legge d'un fiato. 
La difficoltà più grossa che ho avuto è stata quella di prendere atto che, anche se l'amarezza e la rabbia verso quello che sta succedendo è tanta,  la mia vita è circondata e basata sull'uso e consumo quotidiano di ciò che ci sta distruggendo. 
Cosa si può fare concretamente per tentare di arginare almeno in parte il consumo della plastica quando ne siamo circondati? Ne abbiamo realmente bisogno per vivere di tutta questa plastica? 
Sono domande che durante la lettura, inforcati i miei occhiali  di plastica, con la mia penna di plastica per segnare i passi più importanti, usando anche un pc con componenti in plastica, mi sono posta e, molto amaramente, non ho saputo darmi una risposta precisa. Ci vuole più sensibilizzazione a ridurne il consumo e per il corretto smaltimento quindi, un buon punto di partenza, è quello di iniziare da questa interessante e dettagliata lettura, che riserva anche una piccola parte quasi esilarante. Ma lo scoprirete solo leggendo, seguendo la rotta delle paperelle gialle e delle Nike ...

Spero di avervi incuriositi e invogliati, il mare è vita, è confidente, è sogno e speranza, riprendiamocelo!




Buona lettura.
Tania C.


lunedì 11 marzo 2019

Recensione di SEMPRE PIÙ MAGRE di Victoire Dauxerre





SEMPRE PIÙ MAGRE
LA DENUNCIA DI UNA GIOVANE TOP MODEL


Victoire Dauxerre con Valérie Péronnet
Ed. Chiarelettere settembre 2017
Pag. 242
€ 16,00
Copertina flessibile 
Ebook disponibile


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Victoire Dauxerre foto dal web

Victoire Maçon Dauxerre è, ad oggi, una bella ventenne in salute che studia recitazione a Londra intraprendendo i primi passi in teatro, la sua vera passione.
Dopo la fine del liceo viene notata da un talent scout di modelle che le prospetta una vita di lusso sotto i riflettori delle Capitali della moda, decantandola come la nuova Schiffer.
Per Victoire, attirata dal mondo del cinema e del teatro, la prospettiva è talmente allettante che decide di accettare la proposta di diventare la nuova top model mondiale. 
Inizia così il suo calvario che, passerella dopo passerella, la trascinerà nel buco nero dell'anoressia pur di riuscire ad entrare in una taglia 36.
Con Sempre più magre,  diario denuncia, divenuto best seller in Francia vendendo oltre cinquantamila copie, ispira la legge francese contro l'anoressia, che, oltralpe, costringe le agenzie di modelle a sottoporre le mannequin ad accurati controlli medici che attestino il loro stato di salute, con particolare riferimento all'indice di massa corporea.


Valérie Péronnet foto dal web



Valèrie Pèronnet nasce nel 1964 a Dakar. Diventata giornalista indipendente collabora con la rivista Psychologies Magazine. Scrive oltre trenta racconti, saggi e testimonianze come ghost writer. Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo.

TRAMA


"Ma tu sei la nuova Claudia Schiffer!". 

Victoire ha diciassette anni, ha appena finito il liceo a Parigi, la città dove vive, quando per strada viene fermata da un talent scout di modelle che non fa che decantare le lodi della sua bellezza e prospettarle un futuro da top model. Come molte sue coetanee, a maturità finita, non ha ancora chiaro cosa fare nella vita. Non ha superato i test d'ingresso  per l'Università ed entra in crisi. L'offerta di fama e guadagni facili, bella vita tra viaggi e hotel di lusso, abiti di alta moda e feste vip che le fa il talent scout sembra  allettante.
Un metro e settantotto per 56 chili , Victoire, prepara il suo book fotografico con la paura di non riuscire ad entrare nei vestiti da passerella. Con la spada di Damocle della famigerata taglia 36, comincia a nutrirsi di 3 mele al giorno per perdere peso velocemente. La sua prima fashion week la vede sfilare a New York, ma in sei mesi ottiene ventidue défilé tra Parigi e Milano dove sfila per Céline, Alexandre Mc Queen, Miu Miu  e altri marchi famosi. Adorata dagli stilisti, alla fine dell'anno, si piazza nella top 20 di modelle più richieste, grazie alla sua taglia 36, la più richiesta.
Mentre la sua carriera vola verso il culmine della gloria, la sua vita scivola sempre di più verso l'inferno.
Manipolata dalla vocina che la spinge verso la magrezza, ridotta al peso di 47 chili e all'anoressia, Victoire inizia a vedere il mondo delle top model e della moda per quello che è realmente, una catena di montaggio dove le modelle sono considerate come oggetti, costrette ad estenuanti attese per un casting ed a farsi la guerra tra di loro per la prima pagina. Ridotta pelle e ossa quasi come fosse una gruccia, vuota ed isterica, Victoria arriva a toccare il fondo del baratro prima di potersi rialzare e ritrovare la strada della salvezza che la porterà verso il futuro che ha sempre sognato.


IMPRESSIONI

Ho notato questo diario biografico tra le pubblicazioni di Chiarelettere e , sempre gentili e disponibili me ne hanno mandato una copia omaggio per poterla recensire: per questo la ringrazio ancora tantissimo. 
Sapevo a cosa sarei andata incontro leggendo quelle pagine di vita vissuta e sofferta. Sapevo che non sarebbe stata una lettura spensierata e leggera, ma volevo saperne di più su quello che si cela dietro al dorato mondo delle griffes prestigiose. Un mondo torbido, fatto di guerre intestine tra ragazze disperate e scheletriche, manipolate dal clichè del magro è bello, dal mito che "taglia 36 è perfezione assoluta". 
Leggendo la storia di Victoire ho provato una girandola di sentimenti, devo dire non tutti positivi, che alla fine mi hanno lasciato una morsa nello stomaco. No, non la morsa della fame, ma del dolore, quello che si prova quando ci rendiamo conto che spesso l'essere umano è considerato solo un oggetto per il piacere e l'arricchimento altrui: carne da macello! 
Tra rabbia, impotenza e dolore fisico ogni volta che stava male Victoire, mille pensieri hanno affollato la mia mente.  Ammetto che per un attimo mi sono vista scorrere davanti uno di quei filmati sui campi di concentramento: le modelle costrette alla fame ed ai ritmi serrati dei casting, oggetti da sfruttare come gli Ebrei nei campi. 
Il primo pensiero, comunque, è stato quello della famiglia, che sembra quasi spingere la ragazza verso il baratro per un momento di gloria. Magari per dei sogni infranti in gioventù. E'giusto costringere un figlio che soffre, che sta male a proseguire su una strada sbagliata, farlo arrivare quasi alla distruzione solo per denaro o fama?
Il secondo pensiero che continua tutt'ora a rigirarmi nella mente è che, consapevoli di tutta la sofferenza e lo squallore che gira attorno al mondo della moda, si continua ad osannare e idolatrare gli stilisti (i quali nonostante tutto, non smettono di trattare i loro modelli anoressici come grucce), a sostenerli acquistando le loro creazioni a prezzi esorbitanti, incentivando e propagandando i canoni errati  di corpi vuoti, grigi e fragili come cristallo, pari a bellezza e salute. E' giusto tutto ciò? Non bisognerebbe fare qualcosa per mettere fine al clichè del sottopeso è bello e salutare perchè lo impone la moda?

"La bruttezza immonda, scheletrica, schifosa, in mezzo a tutte quelle bellezze. La morte ornata di luci, trucco, pellicce, seta, merletti, raso, pelli preziose e tacchi diciotto. La morte che per poco non mi cattura."

Victoire è una bella ragazza francese, solare, educata, socievole e gentile.  Ha diciassette anni e vive a Parigi coi genitori, due fratelli che ama più di se stessa e la sua gatta confidente Plume. Finita la maturità, con una storia sentimentale fallita a causa del fidanzato che la molla per la ex e coi test di ammissione all'Università falliti, il suo futuro sembra nero e privo di opportunità. Ma Parigi è una delle  capitali della moda, e sarà un talent scout di top model , Seb, a convincerla, mentre la incontra a fare shopping, che è la nuova Claudia Schiffer. Dopo il primo momento di perplessità, per la ragazza, quelle parole diventano un richiamo. Lei che ha sempre sognato una  vita sotto i riflettori, di fare l'attrice. Seb ha saputo essere convincente, Elite, un'importante agenzia di modelle vuole farne la top model rivelazione, che tutti gli stilisti si contenderanno. Con l'aiuto del padre che la segue nel contesto burocratico e col sostegno dei fratelli e della madre, finalmente contenta che abbia trovato una strada da seguire, Victoire fa il suo primo book fotografico, pronta per volare a New York senza perdere tempo, sotto l'ala protettrice di Seb. 
Deve però mettersi in testa che la sua taglia 40 è troppo per le passerelle: dovrà scendere alla 36 se vorrà sfilare ed essere la top.

"Subito va bene, ma non prima di aver scelto con lui la mia <<divisa da mannequin>>: jeans neri ultraslim per mettere in evidenza il lato B, maglietta nera Petit Bateau per esaltare il lato A, e poi <<un accessorio vintage e uno di lusso: è questo che crea l'equilibrio magico della moda, baby>>.

Inizia per Victoria una nuova avventura nella capitale USA, lontana dalla famiglia che il sedicente Seb è riuscito ad estromettere, con la compagnia di un peluche di nome Yuki intriso del profumo della madre e di due colleghe con le quali dividerà un appartamento. 
Arrivata a New York il suo peso è drasticamente calato in pochi giorni da 56 a 47 kg, i suoi pasti si suddividono in 3 mele al giorno innaffiate da pepsicola zero, perchè le bolle gonfiano e danno sazietà.

<<Per le campagne prendono anche una ragazza taglia 40 ma per la passerella devi indossare assolutamente una 36>>

Con la fashion week newyorkese inizia per Victoria un periodo difficile. I casting da fare, sotto pressione, trattata come un oggetto e lasciata per ore in attesa seduta sul pavimento di capannoni o uffici improbabili, circondata sempre più spesso  dalla rivalità e  cattiveria pressante tra colleghe. La solitudine e la mancanza della famiglia a stringerle lo stomaco in una morsa, d'altronde Seb le aveva detto che la madre non poteva seguirla durante i suoi spostamenti. E la fame che inizia ad attanagliarla insieme al freddo . Ma in agenzia sono stati chiari: se vuole essere una top model, la Top Model rivelazione, non deve aumentare di peso e deve riuscire a mantenere la taglia 36. 

"<<Ho ricevuto il tuo secondo messaggio, amore. Quarantasette chili sono davvero pochi per la tua statura. Promettimi che non scenderai oltre questa soglia>> <<Te lo prometto, mamma, non scenderò oltre>> a meno che non me lo chiedano, naturalmente."

A causa della sua tenace costanza e alla voce che le rimbomba nel cervello come un mantra "se mangi ingrasserai e non entrerai nei vestiti", Victoire viene risucchiata nel buco nero nell'anoressia senza rendersene conto. L'ossessione per la bilancia, lo specchio che le rimanda continuamente la visione di una ragazza sempre troppo grassa per poter sfilare, la spingono all'uso e abuso di lassativi, clisteri e sonniferi. I suoi pasti sempre più scarni e privi di calorie consistono in verdure al vapore scondite o frutta consumati sotto l'occhio indagatore di Seb e dei vari agenti, seguiti, ogni tanto da proteine magre come pesce e carne bianca e , una volta a casa, da lassativi e clisteri. E' sempre più dura per Victoire tenere il ritmo frenetico e competitivo di N.Y., la stanchezza e la nostalgia di casa cominciano a farsi sentire e il suo corpo a cedere. 
La pelle che brucia, sembra sgretolarsi come cristallo sotto i piedi ad ogni movimento, il ciclo è scomparso, i capelli stanno cadendo a ciocche. Il suo colorito diventa grigio, il sorriso viene strappato via da un broncio affilato e uno sguardo vuoto, perso nel nulla della demotivazione.
Ma per Victoire tutto ciò è normale, dipende solo dalla tensione delle campagne e dei casting a ritmo serrante. 
Tornata a Parigi per poi partire per la fashion week a Milano iniziano i primi dubbi. Dopo un casting andato male, sentitasi come un oggetto inutile tra le mani della guro degli stilisti italiani, Victoria decide di mollare. E' stanca, sente che quel lavoro non fa per lei. Capisce che Seb l'ha usata e manipolata per i suoi scopi lucrosi. 
Pronta a mettere fine a tutto e  tornare a casa, sarà l'arrivo della madre a farle cambiare idea, a darle un motivo per continuare almeno sino alla fine della fashion week che si terrà a Parigi. C'è un contratto in ballo e un budget consistente oltre al successo e alla fama ... L'esperienza italiana non è del tutto positiva, ma la fashion week di Parigi, a casa sua, tra i suoi affetti, sembra andare meglio. 
Gli stilisti fanno a gara per averla nelle loro catwalks. Le riviste di moda si contendono il suo corpo, ma Victoire è sempre più stanca e inorridita da quel mondo che la sta trasformando in uno scheletro musone, privo di sentimenti e educazione. 

"Non ne posso più di questa sofferenza. Della voce malefica che mi ripete in continuazione <<Sei grassa, sei brutta, sei una buona a nulla. Hai fallito su tutti i fronti. Mangiare, mangiare, non sai fare altro.>> Voglio riposare. Uscire da questo corpo immondo che odio. Voglio che finisca.>>

Lei, gentile e solare, che aveva sempre avuto una buona parola per colleghe e truccatori, per gli stilisti e gli agenti, sta diventando isterica e capricciosa, manipolata dai fili di un perfido burattinaio, quale è il mondo delle top model. 
E soprattutto è affamata. I morsi della fame sono troppo pesanti per lei, tanto da farla cedere al richiamo nevrotico e inconsulto del cibo troppo a lungo ignorato e così ingrassare. 
Nemmeno la vocina può nulla contro la sua fame d'amore e di comprensione, contro la sua voglia di essere amata e voluta per ciò che è realmente. 
Victoire, oramai nella morsa della distruzione cede, lascia il mondo delle passerelle, le guerre tra modelle e gli abiti taglia 36. 
Una manciata di pillole e tutto finirà: fame, solitudine, stanchezza ... 
Fortunatamente l'aiuto tempestivo del fratello e il sostegno della famiglia sono serviti a salvare Victoire dalla morte e, col tempo, a farle finalmente trovare la sua strada e l'amore, salvandola da un mondo che invece di portarla al successo voleva portarla alla distruzione per opera delle sue stesse mani.
Oggi Victoire sembra aver trovato la sua strada nel teatro, come desiderava da sempre. Ha trovato una forma fisica accettabile e un fidanzato. Ma soprattutto ha trovato il coraggio di denunciare i soprusi ai quali è stata sottoposta e, grazie ad un deputato, è riuscita a far passare la legge contro l'anoressia, che dovrebbe valutare le modelle non più in base alla taglia ma all'indice di massa corporea. Purtroppo c'è ancora molto da fare per migliorare questa legge e per far entrare in testa agli stilisti che una taglia 36, un corpo scheletrico e un viso imbronciato non sono indice di salute e bellezza, nemmeno con la griffe più prestigiosa ...

Che altro aggiungere? Ci sarebbe tanto da dire, da analizzare. Il diario di Victoire è forte, duro, a tratti spietato come gli otto mesi di passerella lo sono stati con lei. Chi avrà voglia di leggerlo potrà scoprire tutti i particolari di cui non ho volutamente parlato. E' una storia che si legge d'un fiato, scritta con uno stile semplice, scorrevole e con un pizzico di verve che sprona il lettore ad andare avanti, alla curiosità di conoscere qualcosa in più sulla vita di Victoire. 
Può piacere o non piacere, ma è una storia vera, vissuta realmente sulla ''pelle'' o sarebbe meglio dire sulla "pelle e ossa" della protagonista e non lascia indifferenti. 
Non aggiungo altro, solo, nel caso decideste di immergervi nella lettura di questo libro, di armarvi di tanta calma, di immedesimarvi in Victoria e di comprendere a cosa può portare la fame d'amore e di gloria.

Buona lettura Tania C.








martedì 5 marzo 2019

Recensione de L'ULTIMO MELOGRANO di Bachtyar Ali















L'ULTIMO MELOGRANO
di Bachtyar Ali
Ed. Chiarelettere 2018
Pag.261
Copertina flessibile
Euro 16,90
Ebook disponibile



CONOSCIAMO L'AUTORE



Foto dal web

Bachtyar Ali è un autore curdo molto amato ed uno dei maggiori autori del Medio Oriente. Nasce a Sulaymaniyah, nel Kurdistan iracheno, nel 1966. Ad appena 20 anni prende parte alle proteste studentesche contro il regime dittatoriale di Saddam Hussein, riportando delle ferite. Col tempo abbandona gli studi di geologia per dedicarsi  a tempo pieno alla scrittura. 
Nel suo paese gli sono riconosciuti numerosi premi letterari: Hardi nel 2009 e Sherko Bekas nel 2014. Le sue opere arrivano anche in Europa, dove gli viene assegnato, nel 2015, l'English Pen award e, nel 2017, il premio Nelly Sachs.
Scrittore poliedrico, pubblica romanzi, poesie e saggi e firma il primo romanzo curdo tradotto  in inglese, un passo importante nella storia.
Le sue opere sono pubblicate in numerosi paesi in tutto il mondo, Germania, Regno Unito, Francia e Usa. 
Vive a Colonia, in Germania dal 1998.

TRAMA

L'amore di un padre verso il figlio, quasi come una fiaba moderna, è diventata parabola per un'intera popolazione.
Dopo ventun anni di prigionia in un castello in mezzo al deserto iracheno, un ex rivoluzionario curdo, si ritrova di colpo libero. L'unico scopo che spinge Muzafari Subhdam a lasciare la sua prigione dorata, protetta dalla sabbia del deserto e lontana da un mondo a lui sconosciuto, è il pensiero di ritrovare suo figlio, costretto ad abbandonare ancora in fasce.
A bordo di una barca, insieme ad altri profoughi, inizia l'avventura che porterà Muzafari in Europa e, su quella barca, racconterà ai suoi compagni di traversata, tutta la sua storia, simile a tutte le altre storie di chi si è ritrovato in mezzo agli orrori della  guerra che ha devastato un'intera generazione.
Una fiaba moderna e attuale, avvolta da un velo di magia, quasi da Mille e una notte. Una favola poetica che racconta di angeliche creature, di un ragazzo dal cuore di vetro e di un melograno, l'ultimo, che sarà il sottile fil rouge che collega le vite dei personaggi.


IMPRESSIONI


Ho scoperto Bachtyar Ali e L'ultimo melograno grazie al gentile invio di una copia omaggio da parte di  Chiarelettere. Li ringrazio tantissimo per questa opportunità. Interessata sin da sempre agli autori mediorientali e alla loro cultura, mi ha incuriosito la storia di Muzafari, in modo particolare anche la copertina con una bella melagrana  rossa e succosa raffigurata. Immaginate la mia felicità quando ho aperto il piego libri...

<<Fino al settimo anno di prigionia avevo contato con cura le ore di ogni singolo giorno, secondo per secondo. Poi un mattino ti svegli ed è tutto confuso, non sai più se sei li da un anno o un da secolo, non ricordi che aspetto abbia il mondo fuori. Ma il pensiero più atroce è che di la ci sia qualcuno che sta aspettando. Solo quando sei certo che non ti aspetta più nessuno, che ti hanno dimenticato, puoi concentrarti su te stesso.>>

Muzafari era appena ventenne quando venne arrestato e fatto prigioniero in un castello in mezzo al deserto iracheno. Passeranno ventuno anni in completo isolamento, lontano dal mondo civile, prima che per Muzafari si aprano le porte della libertà. Costretto alla prigionia, con la sola compagnia di qualche guardia e del suo ''guardiano'', divenuto ''amico, confidente e protettore'' nel tempo. A Muzafari, superati i primi dolorosi anni in solitudine nel suo carcere ''dorato'' , viene naturale sentirsi quasi a casa, protetto dalla  sabbia del deserto e dalle stelle che ogni notte diventano custodi dei suoi pensieri più profondi e dei suoi racconti. Non gli resta che arrendersi al fatto che quella sarà la sua nuova vita, al sicuro dal mondo flagellato da una nuova e contagiosa pestilenza. Passano gli anni e per l'uomo arriva il momento della libertà. Si spalancano le porte della gabbia dorata e, quel mondo tanto sognato ma tanto brutto, gli si para davanti come una pagina bianca da riempire. Dopo le prime insicurezze verso la vita da uomo libero, torna a martellargli in testa il pensiero di quel figlio, Seriasi, costretto ad abbandonare appena nato nel momento in cui fu arrestato. Il desiderio più grande è quello di ritrovarlo, di riunirsi di nuovo al suo sangue.

<< E quel sielnzio... Non c'era traccia di vita. Quel luogo rievocava il mio esilio nel deserto accecante. E non pensiate che è perchè non riesca a staccarmi dai miei anni oscuri, ne che stia vaneggiando: la sua tomba, piccola come quella di un uccello, era circondata da uno spiazzo deserto così sconfinato che l'ombra della lapide si estendeva in lontananza. Forse anche a lui l'orizzonte infinito aveva fatto un grande dono: quello di risvegliare i pensieri dell'universo.>>

Inizia un lungo peregrinare che lo porterà a ritrovare al'inizio un Seriasi, col tempo altri due. Il percorso di Muzafari arriverà davanti alla tomba del primo dei tre Seriasi, ancora ignaro dell'esistenza degli altri due. Sarà accompagnato dalle "bianche sorelle", due sorelle che per amore l'una dell'altra, avevano rinunciato all'amore di Seriasi.


Col tempo e con la scoperta dei tre Seriasi, sarà difficile riuscire a capire quale sia il suo vero figlio, soprattutto perchè a legare i ragazzi è una piccola riproduzione in vetro del  frutto di melograno. Una melagrana di vetro fragile come la vita di ognuno di loro, figli del Kurdistan devastato dagli artigli di una spietata guerra crudele contro un regime dittatoriale che li ha piegati per anni.
Muzafari si troverà costretto a "scegliere" uno dei tre figli del popolo curdo come suo figlio, il suo Seriasi. Una scelta dolorosa e difficile, che sarà il tassello che si incastrerà perfettamente all'intreccio fine e delicato della trama ordita da Bachtyar Ali. 

<<Ventun anni fa io accolsi i Seriasi, e da allora li porto nel cuore. Tre neonati mezzi morti, ciascuno con la sua melagrana di vetro, tu che ci hai dato il vino e le taverne ... Ricordo come se fosse ieri che Jakubi Snawbar portò da me quei tre lattanti, senza darmi spiegazioni. Erano tre angeli tristi nati dal divino. Erano così deboli che riuscii solo a dire: "Hanno bisogno di linfa vitale. Di linfa vitale.">>

Per chi si approcciasse per la prima volta agli autori e alla cultura mediorientale, questo romanzo potrebbe sembrare difficile, quasi privo di una logica e di un filo temporale. Avvolto dal mantello della magia e del mistero che riporta alle fiabe de Le Mille e una notte , l'autore ha intrecciato una trama sottile e fragile che solo nel finale svela il suo delicato disegno. La scrittura mediorientale, come quella di Bachtyar Ali,  è intrisa di metafore e allegorie, tipiche della cultura Islamica. Ed è attraverso di loro che prende vita la storia di un albero melograno dai frutti di vetro. Il melograno, simbolo di rinascita, fratellanza, fertilità e unione, in rappresentanza di un Paese e del suo popolo , quello curdo, alla ricerca del suo posto nel mondo e dei suoi frutti, in questo caso di vetro, fragili come le vite dei suoi figli, tutti i Seriasi, fratelli nella vita fatta di guerra, dolore e orrore. Un giorno si ritroveranno tutti sotto i rami protettori di quell'ultimo melograno per ricominciare, insieme una nuova vita.
Con uno stile poetico e crudo allo stesso tempo, Bachtyar Ali ha saputo incantare il pubblico incollandolo sino all'ultima pagina per assaporare appieno il sapore di ogni chicco di melagrana che ha magicamente incastonato nel corso della storia.
No, L'ultimo melograno non è un romanzo facile, richiede impegno e concentrazione durante la lettura, ma alla fine, proprio come il frutto, rilascia tutta la dolcezza del succo rosso e brillante. 
Del romanzo ho amato tantissimo la forza di Muzafari, il quale, nonostante tutti gli anni di prigionia e l'aver trovato una sua dimensione quasi ''divina'' in mezzo al deserto, trova il coraggio di riprendere la sua vita dove l'aveva lasciata al momento dell'arresto. Non si perde d'animo e, se pur in un mondo nuovo e a lui sconosciuto, devastato, ferito dalla guerra, si arma di coraggio per cercare il figlio abbandonato e mai dimenticato. L'amore di un padre verso il figlio , come quello del popolo verso la sua terra. Il valore di un amore che ad oggi,  purtroppo, sembra quasi perso... 

<<Amici miei non so cosa vi racconterò domani notte. La mia storia su quei giovani di vetro che vivevano in un Paese di vetro e in un'epoca di vetro non ha fine. Forse domani ricomincerò dall'inizio, ma cambierò prospettiva, e vi condurrò su questa barca seguendo un altro tragitto. A restare invariata sarà solo la figura dell'uomo che arriva dal deserto e si perde in mezzo al mare, su una barca piena di profughi. Quell'uomo sono io.>>

Un romanzo delicato e magico come questo non è facile da abbinare ad una pietanza. La trama fitta e labirintica, lo stile soave e poetico, rendono il romanzo dolce e fresco, con un leggero retrogusto agrodolce. Lo vedrei abbinato, per rispettare la cultura mediorientale, ad un bicchiere di latte alle mandorle e fiori d'arancio, seguito da una torta molto speziata di carne di piccione, la pstilla.




Buona lettura Tania C.

sabato 23 febbraio 2019

Recensione di VIVIAN di Christina Hesselholdt


VIVIAN

Ed. Chiarelettere 
Ottobre 2018
Pag. 185
Copertina flessibile
ebook disponibile


CONOSCIAMO L'AUTRICE

foto dal web

Christina Hesselholdt, nata a Copenaghen nel 1962, è una scrittrice di grande fama, molto acclamata tra le autrici della letteratura nordica. Vincitrice di importanti premi, tra i quali Beatrice, Jytte Borberg e del Premio della Critica danese, entra a far parte dell'Antologia internazionale Best European Fiction 2013 di Dalkey Archive Press. Con Vivian  vince il Romanprisen 2017, come miglior romanzo danese dell'anno. Con Vivian, la Hesselholdt si classifica tra i finalisti al Premio del Consiglio nordico.



TRAMA

Vivian Maier è un'anonima bambinaia presso varie famiglie borghesi americane. Durante un'asta di Chicago, avvenuta dopo la sua morte, il ritrovamento casuale di alcune sue fotografie, elegge Vivian  una delle fotografe più amate di tutti i tempi. I suoi innumerevoli scatti, spesso ritratti ''rubati'' alla quotidianità, descrivono la realtà dell'America nella seconda metà del '900.
Christina Hesselholdt, in un'alternarsi di voci e  prospettive, disegna una enigmatica biografia, quasi come un racconto, della donna e dell'artista.
A dar voce al racconto sono i genitori di "Viv",  i membri di una delle famiglie per le quali ha lavorato e Vivian stessa, moderati da un Narratore che plasma i personaggi.
Con la freschezza che ricorda lo spirito degli scatti di Vivian, l'autrice mette in luce un ritratto intimo e sfaccettato della fotografa, invogliandoci a conoscere il suo difficile passato a New York durante l'infanzia, la vita benestante nei lussuosi quartieri di Chicago durante i movimenti socio politici del centro città, risalendo il percorso, attraverso i suoi primi scatti sulle Alpi francesi ,  della sua appassionante carriera di fotografa. Con originale vivacità, la Hesselhdolt , ci racconta il mondo di Vivian attraverso il suo sguardo, lasciandole la scena che, in vita, si è sempre negata nascondendosi.



IMPRESSIONI


Non finirò mai di ringraziare Giulia  di Chiarelettere che, a sorpresa mi ha omaggiato, in edizione cartacea, di  questo romanzo. 
Non conoscevo Christina Hesselhdolt, ma conoscevo Vivian Maier avendo assistito ad una sua mostra l'estate scorsa, proprio nella Torre del Castello dei Vescovi di Luni a Castelnuovo Magra, solo cinque minuti da casa mia! 
Sono rimasta piacevolmente sorpresa nell'apprendere che una delle sue opere  descrivesse la biografia romanzata di una delle più singolari ed originali fotografe rimaste nell'ombra per anni. 
Vivian Maier è considerata, ad oggi, una delle maggiori esponenti di un gruppo di fotografi appartenenti al genere Street Photography, i fotografi di strada. 

" (VIV) Ad alcuni piace essere fotografati, ad altri no. Molti non se ne accorgono neppure. In ogni caso li fotografo, che gli piaccia o meno" ... 

Vivian Maier è una eccentrica tata, alta un metro e ottanta, dinoccolata e secca, con la Rolleiflex sempre al collo, sempre pronta allo scatto, ma molto riservata e schiva, tanto da usare differenti nomi per farsi chiamare. Nomi che ritroveremo come voci narranti tra le pagine del romanzo, quasi come fossero persone a se.
Nata a New York nel 1926 in una famiglia problematica, il padre alcolizzato e il fratello con disturbi mentali. 
Visse alcuni anni in Francia, per poi tornare a New York, dove imparò l'arte fotografica da autodidatta,  con l'aiuto delle nuove apparecchiature fotografiche , molto più comode e semplici da trasportare a tracolla.
Nonostante il suo carattere schivo e burbero è molto mata dai bambini che accudisce, se pur usando spesso metodi poco ortodossi, per crescerli forti e indipendenti.  Viv non riesce invece a creare legami con gli uomini che la circondano, a causa di dolori e dispiaceri personali provocati dalle persone che le stanno intorno e, molto probabilmente, anche a causa di violenze subite durante l'infanzia.  
Col tempo e grazie alla fotografia, Vivian è diventata una donna indipendente ed emancipata: non più una donna ''Kodak'', apparecchiatura  simbolo, seducente e di facile utilizzo  che "persino le donne potevano riuscirci", bensì una donna Rolleiflex, più complicata, non alla portata di tutti e che sa bene ciò che vuole.
Quello che vuole Vivian lo esprime nel suo elemento naturale, la strada, ritraendo per lo più le persone che incontrava, dagli emarginati alle ricche dame, mettendo sul banco degli imputati l'enorme abisso tra i ceti sociali. Lo faceva senza chiedere il permesso, irrompendo nell'intimità delle persone, pur rimanendo in ombra, senza farsi notare, in modo da poter proseguire coi suoi scatti.

"(VIV) Lascio che la mia ombra cada sulle persone e la fotografo coi gomiti sollevati. Divento parte del loro mondo senza che lo sappiano. Mi sono immersa nelle loro vite"

Vivian ritrae la società americana con la sua Rolleiflex custodita in grembo , mirando verso l'alto, in modo da portare in primo piano la vera essenza della persona che stava immortalando.

" (VIV) Il panettiere ha domandato <<Perchè scatta così tante foto?>> <<Le ha contate?>> ho ribattuto io. Non ha saputo cos'altro dire."

Di Vivian Maier non si sa molto altro, i suoi scatti, più di 1500, sono stati rinvenuti come negativi durante un'asta a Chicago. A Vivian non piaceva sviluppare le sue foto anche se a chiunque le chiedesse di poterle vedere non diceva mai no, ma trovava modo e maniera per non farle vedere o trovare, adducendo spesso alla scusa dello smarrimento tra i mille scatti e ritagli collezionati compulsivamente.
I suoi primi approcci col mondo della fotografia ebbero come scenario  le Alpi francesi, dove un fotografo, fece delle cartoline con gli scatti migliori della donna. 

Questa biografia romanzata, narrata a più voci, è un piccolo diamante grezzo con cui l'autrice ha voluto omaggiare Vivian, una donna dall'aspetto ''grezzo'' ma che, smussata della scorza più dura, rivela un arcobaleno di luci e ''colori'' racchiusi anche nell'animo di ogni suo scatto. 
Lo stile delicato, quasi etereo, usato dalla Hesselholdt è un alternarsi di memorie che prendono voce dalle varie persone che hanno incrociato la vita di Vivian. Per buona parte del romanzo, sarà Viv stessa ad intrattenere uno scambio di dialoghi col narratore. 
C'è, forse, il rischio di andare un po' in confusione cercando di seguire i numerosi personaggi e i salti temporali, ma  la voglia di conoscere, di sapere di più sulla misteriosa e brusca tata fotografa, tiene legati alle pagine sino al finale. 
Che non è un finale, perchè la schiva, bisbetica e misteriosa Vivian vive e continua a raccontarsi nei suoi scatti. Lei, che è sempre voluta restare in ombra ...

"La terra si è sollevata, incombendo su di me, io ho cercato un appiglio , ma ho mancato la presa. Poi, dopo che hanno chiamato l'ambulanza, ho tentato di aggrapparmi alla panchina, tuttavia le mie mani non riuscivano ad afferrarla, e ho pensato al lembo del vestito di mia madre, a come lo tenevo stretto, e a come alla fine lei riuscisse sempre a divincolarsi."

Vivian Maier - Foto dal web

La Maier morirà a Chicago, divenuta ormai sua residenza definitiva, il 21 aprile 2009 a causa dell'aggravarsi di danni conseguenti ad una caduta sul ghiaccio alla fine del 2008.


Per chi volesse saperne di più sulla mostra di Vivian  Maier tenutasi la scorsa estate a Castelnuovo Magra (La Spezia), lascio il link della pagina dove potrete ammirare alcuni dei suoi primi approcci sulle Alpi Francesi e alcuni scatti inediti



Sempre per chi volesse approfondire, lascio il link di un video youtube molto suggestivo con gli scatti di Vivian



Voler abbinare questa biografia corale romanzata ad una pietanza non è facile. Vivian è un personaggio dal carattere brusco, schivo e spesso scostante, ma al contempo fragile e sensibile quando si tratta della sua vita privata. Tanto da conservare compulsivamente tutte le sue cose nella sua camera chiusa a chiave ed impedirne l'accesso a chiunque. Era una donna compulsiva, accumulava ritagli di foto di giornale e i suoi stessi scatti. 

"Narratore <<Le cose ritornano; una conduce all'altra come i pensieri: ecco perchè non riesce a buttare un oggetto oppure un altro. Interromperebbe la catena.>>"

Un personaggio difficile, dai retrogusti sfaccettati soavemente agrodolci al primo approccio e con un cuore corposo e amaro. A questo punto la potrei abbinare ad un vino, il Negroamaro, dal retrogusto amarognolo dal sapore asciutto e secco, vellutato, dolce e nel contempo  armoniosamente fruttato.

Buona lettura Tania C.












Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

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