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domenica 26 gennaio 2025

EUGENIO E LUISELLA di Isa Sivori Carabelli - Ed. MEF L'Autore Libri Firenze -

 




EUGENIO E LUISELLA

Autore Isa Sivori Carabelli
Ed. MEF L'Autore Libri Firenze
Pag. 94
Anno di pubblicazione 2012
Formato Copertina flessibile
In copertina Charles Angrand Coppia nella strada Mef Studio
Genere Storico-Biografico



CONOSCIAMO L'AUTRICE

Isa Sivori Carabelli, è nata a Rocchetta di Vara, in provincia di La Spezia.
Laureata in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Parma, è stata insegnante  e autrice. 
Ha pubblicato le Opere Racconti di Guerra di "Gente comune", Testimoni del tempo e della storia, Leggende.



PREFAZIONE

"Eugenio e Luisella è un omaggio vero e sentito ad una generazione di italiani (e di europei) che hanno subito le ingiustizie e le atrocità di una guerra assurda: tanto assurda da aver dovuto passare attraverso l'orrore dell'Olocausto e dei campi di sterminio e di aver avuto bisogno, per concludersi, dell'esplosione di due bombe atomiche su altrettante città giapponesi. È, insieme, anche un omaggio alle nostre montagne, quelle dell'Appennino ligure, emiliano e toscano e alle tante borgate che sorgono sulle loro pendici e che vissero le vicende di quella guerra, forse senza riuscire a comprenderle...". 

(Dalla prefazione di Egidio Banti)


TRAMA E IMPRESSIONI

Cari lettori della Valigia, ben ritrovati.

Domani è la Giornata della Memoria e mi fa piacere segnalarvi una lettura breve ma ricca di sentimenti forti, che ci racconta, quasi fosse un grande dipinto, una parte di storia locale, vissuta tra le aspre montagne del comprensorio di La Spezia, fino ai campi di sterminio di  Auschwitz-Birkenau, passando per il campo di Fossoli e il Carcere Militare di Peschiera.

<< "Papà, mi racconti di quando eri partigiano e di come sei stato catturato dai tedeschi?" >>

Eugenio e Luisella è un lungo racconto biografico in versione romanzata, nato dalla penna di Isa Sivori Carabelli, cugina acquisita di mio padre e custode dei preziosi ricordi sul fascismo e sulla resistenza spezzina, vissuti in prima persona dai suoi genitori.
Ricordi potenti, tramandati dalla madre Isolina e dal padre Gino, un giovane partigiano ligure, forte e valoroso che è riuscito a sopravvivere agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, alla fame, alla folle prigionia di Auschwitz e dei russi.
Fin da piccola Isa, spinta dalla curiosità di conoscere il vissuto dei genitori, inizia a raccogliere aneddoti e ricordi per poi tradurli in un racconto poetico, dal sapore di zuppa calda e fuoco scoppiettante.

<< ... Era il suo primo giorno di lavoro in quella zona lontana da casa e,  un pochino, si sentiva sperduto. 
Era il tre gennaio 1943. >>

Luisella è una bella ragazza dai lunghi ricci scuri, semplice e devota, che si innamora di Eugenio, affettuosamente chiamato Giò, un giovane buono, bigliettaio dell'autolinea locale dell'epoca, la Sita.
Eugenio, non ancora diciannovenne, decide di arruolarsi nei partigiani insieme ad altri ragazzi e uomini del paese che, come lui, si rifiutarono di far parte dell'esercito della neonata Repubblica di Salò, opponendo resistenza al regime nazifascista. 
Nascosti nel folto della selva dell'entroterra ligure, in provincia di La Spezia, ma anche lungo i labili confini dei crinali emiliani e toscani, molti giovani come il padre di Isa, danno il loro contributo fisico e morale affinché l'Italia potesse tornare un paese libero da ogni dittatura.
Anche Luisella, insieme all'aiuto dei suoi compaesani, attraversando boschi bui e sferzati dal vento gelido, apporta il suo contributo alla salvaguardia e sostentamento di quei giovani ragazzi, temporaneamente rifugiati tra le mura di famiglie benevolenti.
Purtroppo, i nazifascisti e le loro spie, avevano collaudato una rete ben fitta volta a scovare i "traditori" per poi imprigionarli e deportarli nei campi di concentramento: chi come ebreo indesiderato, chi come deportato politico o altre barbarie simili. 
Nonostante l'aiuto di Luisella, della cognata e di molti  amici, Eugenio, insieme al cognato e agli altri partigiani della zona, viene presto catturato e deportato dapprima nel Campo di Concentramento e Smistamento di Fossoli, che i più credevano, erroneamente, in smantellamento, poi nel Carcere di Peschiera del Garda e, infine, oltre i cancelli del campo più terribile della storia: Auschwitz II-Birkenau.
Malgrado i ragazzi abbiano cercato con tutte le loro forze di mettersi in salvo, scappando in piena notte e mezzi nudi nei boschi del paese, i tedeschi riescono a catturarli deportandoli subito a Fossoli, con tanto di documento beffardo e umiliante attestante che:
"Tal dei tali è stato ingaggiato  provvisoriamente per lavoro ".
Dopo una breve permanenza nel campo di Fossoli, il povero ragazzo, viene deportato per qualche giorno nel Carcere Militare di Peschiera del Garda, condannato a eseguire dei lavori forzati. 
Proprio da Peschiera, durante una svista delle guardie, il giovane Giò, già molto provato dalla prigionia, riesce ad assentarsi qualche attimo per acquistare una cartolina da inviare all'amata Luisella. 
Una cartolina raffigurante una bella bambina riccia che stringe a sé una bambolina. 
Bella come la sua amata!
Chissà quanto le avrebbe fatto piacere riceverla!
Questo pensa Giò, mentre in fretta e furia si reca nel negozio, rendendosi poi conto di non avere denaro per pagare cartolina e spedizione.


<< Allora, senza perdersi d'animo, rivelò alla giovane chi egli fosse e lei, mossa a pietà, gli fece cenno di uscire alla svelta, bisbigliandogli i suoi auguri. >>



Cartolina originale che Gino Sivori scrisse alla fidanzata Isolina durante la prigionia nel Carcere Militare di Peschiera del Garda



Posso solo immaginare l'umiliazione, il dolore e la "sconfitta" che ha provato in quel momento il povero Eugenio.
Ma le anime buone esistono e, durante la lunga prigionia, Giò ne ha trovate tante, tra le quali la signora della piccola bottega che, impietosita dalle condizioni fisiche e dalla sua umiltà di prigioniero, gli dona quel cartoncino illustrato col cuore.

Eugenio riesce così a mandare notizie alla fidanzata; pur non avendo denaro per la spedizione, la bontà divina guida quella piccola immaginetta, datata 4 ottobre 1944, fino in Liguria, a casa di Luisella, in preda all'angoscia ma pronta a lottare con tutte le sue forze contro il regime nazifascista.
Da Peschiera ad Auschwitz il passo è fin troppo breve, stipati come rifiuti in un vagone che percorre i binari del non ritorno. Dentro a quel vagone solo disperata rassegnazione, nessuna speranza e troppa morte coi suoi effluvi opprimenti.
Marchiati a fuoco come prigionieri politici, Giò e i suoi compagni vengono rinchiusi nel campo lavori forzati, non senza aver prima preso visione di ciò che sta macabramente accadendo a migliaia di ebrei.
La permanenza ad Auschwitz è dura, anche se per il momento c'è solo la condanna ai lavori forzati e, forse, una piccolissima speranza. 
La sopravvivenza, giorno dopo giorno, diventa sempre più difficile: i morsi della fame sono attanaglianti, il cibo scarseggia e quel poco è ripetitivo: circa 100 gr. al giorno di pane nero, duro, a testa, poca acqua e, quando va di lusso, qualche briciola di patata, spesso raccolta scavando la terra a mani nude.
Il deperimento fisico e cognitivo avanza quasi di pari passo e molti periscono sotto il peso dei lavori o per inezia.
Eugenio non si scoraggia, nonostante sia ridotto pelle e ossa, i suoi lineamenti delicati e buoni, la sua dignità, l'amore per la fidanzata, riescono a sopraffare il dolore. 
È proprio l'amore verso la ragazza, la quale aveva sì perso la voglia di lavorare, ma non l'ardore, che riesce a mantenerlo in vita in quei quattro lunghi mesi di prigionia senza mai perdere del tutto la speranza di poterla riabbracciare.
Finalmente la mattina del 27  gennaio 1945 quelle povere anime disperate, si svegliano senza la solita raffica di spari, senza i bombardamenti e le grida feroci dei tedeschi: i russi, dopo aver sfondato il fronte polacco, sono entrati nella Nazione mettendo in fuga i nemici! 
A mezzogiorno, con lo sguardo incredulo e allibito, i ragazzi avvistano il primo carro armato russo che sfonda il cancello del campo abbattendo, finalmente, l'ipocrita insegna  "ABREIT MACH FREI". 
La disperazione comincia a trasformarsi in gioia e speranza, soprattutto all'arrivo degli altri carri che, in poche mosse, fanno crollare il magazzino viveri! 
Quasi non sembra vero.
Finalmente possono prendere cibo vero, nutrirsi o barattarlo con altre cose utili e poi, non appena le forze lo avessero concesso, avrebbero potuto tornare a casa.
I russi curano  Giò e i compagni, li rifocillano poco per volta, per non creare danni a un corpo già troppo logorato dagli stenti e li rimettono "in forza", per quanto si potesse coi pochi mezzi dell'epoca, in modo che poi i ragazzi stessi potessero aiutare i russi a curare i loro soldati.
Purtroppo, nonostante quella nuova libertà acquisita, l'agonia non è ancora finita. 

<< Caricato su un camion, Eugenio fu trasportato in un campo di smistamento situato poco lontano dalla città di Katowice, una zona non lontana da Auschwitz, mentre Tonio e Dino furono mandati in un altro luogo. >>

I russi caricano Giò, i suoi amici e gli ex prigionieri su un camion diretto a un campo di smistamento nei pressi di Katowice. 
Gli amici verranno però smistati in un altro luogo e Giò si ritrova a vivere sì libero, ma pur sempre sotto il dominio russo, sistemato tra quattro mura mezze diroccate, dividendo giaciglio e cibo con un uomo buono, molto colto e dignitoso che si chiama Primo Levi.
Il signor Levi si presenta a Eugenio come un giovane ebreo, scampato al fuoco dei forni grazie alla sua professione di chimico, che i tedeschi vollero sfruttare per comodo.
Un compagno di vita molto importante per Eugenio e anche per alcuni compaesani di Luisella, appena ritrovati in quel nuovo campo. 
Le giornate, anche se trascorse in quell'apparente libertà, ora sono illuminate dalla compagnia dei paesani ritrovati insperatamente e dal sapere della cultura che Primo Levi decide di condividere con loro.

Leggere questo ricordo mi ha aperto l'anima, portandomi a riflettere su quanto la speranza e la gioia per ogni piccola conquista, possa aiutare a mantenere viva la dignità e l'umanità, anche in mezzo alla follia, alla disperazione più nera.

Il tempo passa e la vita nel campo dei russi comincia a irrigidirsi sempre di più: il cibo, nonostante i pasti siano leggermente più regolari, scarseggia ed è ripetitivo, 100 gr. al giorno di pane nero duro come le pietre, un triangolino di formaggio nero e acqua nera.
L'acqua nera, ricavata da radici e erbe amare e spacciata per caffè, viene spesso usata per lavarsi e per dare un po' di calore alla pelle ma le forze continuano a mancare e i russi sono "strani".
Non ci si può fidare delle loro promesse di rimpatrio che, giorno dopo giorno, fino a diventare mesi, si ripetono  evasivamente senza mai arrivare ai fatti.
Giò sa che se lui e gli amici vogliono tornare a casa devono giocarsi tutto e scappare prima che possono.
Dalla Polonia la strada è lunga ma, il 15 giugno 1945, i ragazzi, grazie a uno stratagemma, riescono a fuggire alla guardia che li stava conducendo verso una nuova prigionia. 
Una volta arrivati a Katowice, trovano aiuto grazie a dei buoni contadini che mossi a pietà, vedendo quel gruppetto di italiani scheletrici e disperati, condivide con loro il poco cibo e un riparo per la notte. 
Il mattino presto, dopo quella notte, inizia un lungo peregrinare fino in Austria, aiutati dalla carità degli abitanti e in preda alla alla paura di essere riportati nel campo russo. 
Ma così non è stato, fortunatamente.
Attraverso arrampicate sulle montagne, lunghe scarpinate nei boschi e con il freddo a mordere il collo, ecco pararsi innanzi a loro il fiume Mur, in Stiria, a significare la tanto attesa salvezza: gli americani.
Sono proprio gli americani, al mattino, a trovare il gruppetto di italiani, infreddoliti, bagnati e duramente provati.
Li vestono con vestiti nuovi, li rifocillano con cibo nutriente e buono, bevande calde e sigarette e poi, finalmente, dopo cinque giorni di cure e riposo, li fanno salire su camion che li avrebbe condotti al confine italiano.
Giunti a Tarvisio, finalmente nella cara Patria Italia, Giò da libero sfogo alle proprie emozioni e, raccolta una pietra dal suolo della sua Terra, riprende il lungo cammino verso la Liguria, dalla sua  Luisella...

Da qui in poi passeranno ancora alcuni giorni, ma il lieto fine è vicino.
Non lo spoilero perché è facile dedurlo e non servono altre parole se non un sentito e infinito grazie a chi ha sempre protetto e aiutato quelle povere anime.
Questo racconto, dal sapore di romanzo, è un documento prezioso per la Memoria storica ligure, nazionale e mondiale. 
Una storia che meriterebbe di essere letta nelle scuole, in memoria di ciò che è stato e della speranza che ha tenuto saldi i cuori e menti di migliaia di persone fino alla libertà.
Un aneddoto, narrato nel libro, che mi ha fortemente commosso, è stato il gesto che Eugenio e i compagni hanno compiuto prima di lasciare il campo di Auschwitz: hanno raccolto alcune manciate di cenere fuoriuscite dai forni in modo da rendere degnamente onore a tutte le vittime innocenti della macabra follia di un pazzo assassino.
Come si può restare insensibili di fronte a tanta umiltà e generosità?
Lo stile narrativo dell'autrice è limpido e scorrevole, semplicità e modernità si fondono a creare una poesia romanzata che scorre come un fresco torrentello di montagna pronto a gettarsi in un lago come fosse la nostra anima.
L'amore forte e incondizionato di una bambina verso i propri genitori traspare in ogni capitolo, soprattutto nell'avidità di conoscere sempre di più di quel buio periodo storico.
Un doveroso ringraziamento mi sento di porlo al compianto Gino Sivori, padre dell'autrice, per l'immenso contributo lasciato alla Memoria. 
Non tutti i sopravvissuti ad Auschwitz sono riusciti, almeno nei primi anni, a raccontare in maniera così dettagliata gli orrori subiti e costretti a vedere.
Di orrori ne vengono descritti tanti anche nei racconti di Giò, non ve li trascrivo ma lascio a voi la decisione di saperne di più leggendo il romanzo, che si legge veramente in un'ora.
Ma fa riflettere su quanto l'essere umano abbia ben poco capito dal passato e penso che sia questa la storia che dovrebbero insegnare i libri di scuola, affinché gli orrori del passato non si ripetano. 
Ancora oggi si compiono Olocausti terribili per mano di pazzi che manovrano inutili guerre e  nuovi dittatori che manipolano il popolo, rendendolo una massa di scheletri automi, servitori di un  regime totalitario ma talmente "democratico" ed evoluto da farli morire di fame, ignoranza e violenze.
E nessuno riesce a fare qualcosa per riportare questi popoli alla vita dignitosa che meritano.
Ringrazio Isa Sivori Carabelli per avermi dato la possibilità di leggere e conoscere questa storia familiare straziante ma, fortunatamente, a lieto fine, se pur con tutte le difficoltà passate.

Purtroppo, ad oggi, il romanzo si può reperire solo su Amazon e, a quanto ho potuto constatare, è presente una sola copia. 
Il mio consiglio è quello di cercarlo in qualche biblioteca o, se siete della zona di Sarzana (La Spezia), di cercarlo tramite passaparola. 
Chissà che non ci sia la possibilità di qualche ristampa...
Fortunatamente, anche se non riuscirete a leggere il libro, potrete guardare l'intervista a Gino Sivori nei link che vi lascio qui sotto:





Durante questa bella intervista, Sivori racconta i suoi ricordi tramandati alla figlia e riportati nel romanzo.
Sperando che questa recensione vi sia piaciuta, vi auguro tante belle nuove letture.


Tania C.

Carrellata di foto personali scattate durante una visita al Campo di concentramento e smistamento di Fossoli, nel quale furono internati Gino Sivori e tantissimi compaesani insieme a Primo Levi.










mercoledì 22 gennaio 2025

Recensione IL BARBIERE ZOPPO 1969 - Una ragazza e la scoperta della resistenza di Gino Marchitelli- Ed. RedDuck - Nuova edizione

 


IL BARBIERE ZOPPO
1969 - Una ragazza e la scoperta della resistenza

Autore: Gino Marchitelli
Ed. RedDuck
Anno di pubblicazione: nuova edizione 2022
Formato: Cartaceo. Brossura con alette
Pag. 288
Ebook presente negli store digitali



CONOSCIAMO L'AUTORE

Gino Marchitelli - foto su gentile concessione dell'autore -



Gino  Marchitelli ha passato molti dei suoi anni lavorando come tecnico elettronico sulle piattaforme petrolifere.  

Attivista della CGIL e Democrazia Proletaria, è membro del direttivo A.N.P.I. di San Giuliano Milanese e presidente dell'associazione culturale '' Il Picchio ''.

Autore di romanzi noir e progetti sociali molto apprezzati, nel 2020 ha pubblicato Panico a Milano, la terza indagine del professor Palermo.

Con Jaca Book ha pubblicato:

Campi fascisti;

Una vergogna italiana,  saggio vincitore del Premio Mario Luzi.


TRAMA

Marche 1969.

Lidia ha appena intrapreso un viaggio misterioso dalla Puglia fino al cuore delle Marche, alla ricerca delle proprie origini.

Arrivata a Braccano, piccola frazione in provincia di Macerata, viene in possesso di un diario del 1937, scritto da un'adolescente dell'epoca. Nel diario viene raccontata la grande storia d'amore tra la ragazzina e un giovane, ferito e rimasto invalido in Abissinia, appena rientrato dalla guerra in Africa.

Il ragazzo apre una barberia, mettendosi contro i fascisti locali che cominceranno a infastidirlo pesantemente perché in paese non vuole comportarsi da reduce eroe.

A Braccano Lidia incontra il vecchio Aurelio e un gruppetto di giovani bit che hanno occupato la scuola.

Il gruppo di ragazzi ama trascorrere il proprio tempo ascoltando musica, discutendo dei valori della libertà e ribellione, di Woodstock e i movimenti pacifisti e dei movimenti politici e sociali del 1968-69.

Leggendo il diario, Lidia scopre la Resistenza e la lotta contro in nazifascismo portata avanti da un gruppo multietnico di partigiani impegnati sulle montagne tra Braccano e Matelica.

Aurelio fa scoprire a Lidia l'orrore dei campi di sterminio nazisti e dei focolai di un fascismo con l'Italia non ha mai voluto fare i conti.

L'anziano Aurelio traghetterà Lidia verso la consapevolezza di una nuova maturità che la spingerà a prendere decisioni importanti che cambieranno per sempre e profondamente la sua vita.

Questo romanzo è nato dall'incrocio di più memorie. Storie vere che raccontano due generazioni impegnate a lottare per i propri diritti: i partigiani del 1943-45 e i giovani dei movimenti operai del 1968.



IMPRESSIONI


La scorsa estate nella cassetta della posta trovai un piego libri, gentilmente inviato da un autore conosciuto da poco, tramite amici in comune.

La busta conteneva la nuova edizione de Il barbiere zoppo 1969 - una ragazza e la scoperta della Resistenza, un romanzo storico ambientato tra le montagne marchigiane, a Braccano, frazione di Matelica, dove la Resistenza si è scontrata con la dittatura infida e infame dei nazifascisti.

Marchitelli ha ripercorso la storia dell'eccidio di Braccano, macabramente avvenuto durante il massacro delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944.

Durante l'eccidio persero la vita il parroco partigiano di cui si parla nel romanzo e altri partigiani che fecero la storia della Resistenza italiana.

Desiderio dell'autore è quello di far conoscere e divulgare la nostra storia, ciò che oggi siamo grazie al sacrificio dei nostri cari.

Pur essendo un romanzo, le vicende narrate sono il frutto di accurate  ricerche storiche condotte da Gino: racconti e memorie di chi ha vissuto quell'epoca buia e difficile, riuscendo a sopravvivere agli orrori che imperversavano, all'epoca, in tutto il mondo.

Si sta avvicinando la Giornata della Memoria e quest'anno, con questo romanzo, ho deciso di contribuire parlandovi di questo ferino spaccato di storia nazionale che riconduce agli orrori della Shoah.

Protagonista è Lidia, una giovane donna di fine anni '60, orfana di padre, che dalla Puglia, spinta dalla madre e dalle zie, si ritroverà a compiere un viaggio nelle Marche, con lo scopo di conoscere e comprendere le proprie origini.


<< Lidia non riusciva a staccare gli occhi dal finestrino. La littorina procedeva molto lentamente e per percorrere quei sessanta chilometri avrebbe impiegato almeno due ore. >>


Lidia, bella, giovane e di buona cultura, fin troppo emancipata per il periodo, se pur con qualche dubbio a riguardo del misterioso viaggio, decide di partire. 

Treno, autobus, gambe e la curiosità negli occhi, la conducono a Braccano, nel piccolo borgo incastonato tra le smeraldine montagne marchigiane.

Ad attenderla trova il vecchio Aurelio, sopravvissuto a un passato doloroso dei campi di concentramento e diventato un enigmatico contadino dall'aspetto burbero ma che la metterà subito a proprio agio, aprendole le porte di casa.

Al limitare di un borgo che sembra si stia risvegliando dopo un lungo inverno, la casa di Aurelio è una cascina che conserva, tra le proprie mura, i profumi e il calore di tempi ormai lontani. 

Un po' come le case dei nostri nonni, dove il tempo sembra essersi fermato, nella staticità degli anni, ma la ragazza si ambienta subito, come fosse se quelle mura facessero parte di lei. 

Aurelio, costretto ad assentarsi per alcuni giorni, lascia a Lidia una scatola molto vecchia. Il suo compito sarà quello di aprirla e fare luce sul proprio passato.

Cosa nasconde quella misteriosa scatola?

Alcune fotografie, risalenti alla fine degli anni '30, che ritraggono una giovane coppia sorridente e un quadernetto logoro, dalle pagine consunte: un diario, appartenenti alla donna della foto, Lidia.

Lidia. Lidia.

Strana coincidenza che quella donna si chiami proprio come lei.


<< Titubante, sciolse lentamente il piccolo involucro dallo spago e aprì il quaderno; un forte odore di antico le penetrò nelle narici giù fin nella parte più nascosta dei polmoni, un qualcosa di vecchio e allo stesso tempo familiare invase la piccola cucina scaldata dal focherello del camino. >>


Per Lidia la curiosità di saperne di più sulla giovane omonima la spinge a immergersi subito in quelle pagine dalla calligrafia fitta e le si apre una sorta di portale che la conduce indietro di trent'anni, tra le mura di quella casa, a fare la conoscenza di una coppia, Lidia e Primo. 

Lidia, moglie innamorata e combattiva, Primo giovane soldato che, servendo la patria in Africa, era rimasto offeso a una gamba e costretto a claudicare pesantemente. Non per questo disposto a piegarsi alla dittatura fascista.

Spinta dalla curiosità e dai racconti della sua omonima, la ragazza sente il bisogno di uscire, di integrarsi con gli abitanti del borgo, in modo da riuscire a saperne di più su quella donna che porta il suo nome e del legame con Aurelio.

Coi bambini e i giovani del paese è stato facile fare amicizia e ottenere fiducia fin da subito, coi paesani ci vuole più tempo. Don Franco sembra esserle amico, ma molto evasivo sull'improvvisa partenza e assenza di Aurelio.

È bello camminare per i vicoli di Braccano, catturare volti e sorrisi degli abitanti con la sua macchina fotografica, giocare coi bambini, ma soprattutto è bello conoscere ragazzi della sua età.

Giovani dai capelli lunghi che, dopo aver occupato la scuola, si stanno aprendo agli usi e costumi della beat generation. Tra quei ragazzi c'è Angelo, che sembra far breccia nel cuore di Lidia sin dal primo sguardo.


<< Si sedettero sugli scalini della vecchia casa. Lidia entrò e ritornò fuori poco dopo stringendo il diario. Lo passò ai suoi amici, che lo esaminarono con curiosità. >>


La ragazza integratasi col gruppo fin da subito,  mette gli amici a conoscenza  del diario trovato nella scatola in casa di Aurelio e verrà aiutata a scavare a fondo nella storia, riuscendo a confrontarsi coi paesani.

Una chicca che si cela tra le pagine di questa storia, sono le fotografie raccolte dall'autore. Scatti che ritraggono volti, luoghi e oggetti che hanno dato vita ai vari personaggi presenti lungo il racconto, quasi fossero gli scatti fatti dalla protagonista.

Foto che esprimono il tepore delle case, strumenti da lavoro degli artigiani, momenti di svago collettivo, il piacere di un ballo durante le feste, la voglia di emancipazione e di ricominciare dopo gli anni più bui e duri della storia, durante i quali la vita era stata brutalmente predata di futuro e dignità.

Nel suo "peregrinare" per il villaggio e tra le anime che lo abitano, Lidia, viene a conoscenza della resistenza vissuta da Primo e Lidia, della paura dei bombardamenti, del razionamento del cibo e, soprattutto dei rastrellamenti compiuti dai nazifascisti che avevano occupato il paese. 

Primo, dopo essere rientrato dalla guerra, a causa delle ferite riportate, diventa barbiere del paese, costretto a "offrire" i suoi servizi anche ai nazisti e venendo presto a conoscenza di atti atroci compiuti verso gli abitanti del paese.

Primo e la sua Lidia non ci stanno, si ribellano, lottano con tutte le loro forze per dare un futuro migliore alla figlia piccolissima, ma per loro si apriranno i cancelli dei campi di sterminio. 

Lidia è sempre più sconvolta dagli accadimenti avvenuti in paese e alla coppia durante quel quarto di secolo da poco trascorso, raccontati in quelle pagine.

Prende nuova consapevolezza di un periodo storico che ha segnato profondamente l'umanità e decide di lottare lei stessa per evitare che certi errori possano ripetersi in futuro a scapito della democrazia e libertà umana.

Si apre così, alla luce di importanti scoperte, il nuovo cammino di Lidia che la porterà a Milano, in Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969.

I fatti di cronaca nera dell'epoca sono fonte ispiratrice del sequel de Il barbiere zoppo. 1969 - Una ragazza e la scoperta della Resistenza, intitolato Milano tra utopia & rivoluzione edito da RedDuck.

Di questo romanzo ho amato ogni pagina, la scrittura semplice e fluida, la ricchezza accurata di nozioni storiche e geografiche, l'evoluzione del personaggio di Lidia.

È un romanzo che mi sento di consigliare a chi ama la nostra storia e desidera conoscerne i fatti in altri luoghi italiani.

Mai come in questo periodo storico che stiamo vivendo, è importante conoscere e riflettere sulla nostra storia.

Sicura che non ve ne pentirete, vi invito alla lettura. Potete trovare la copia cartacea on line.

Ringraziando ancora Gino Marchitelli per questo dono, vi auguro buona lettura,

Tania C.














sabato 2 marzo 2024

I BINARI DEL NON RITORNO: IL GHETTO DI RIGA - Il mio viaggio in Lettonia lungo i binari del non ritorno -






I BINARI DEL NON RITORNO:
IL GHETTO DI RIGA
- Il mio viaggio in Lettonia lungo i binari del non ritorno -

Amici della Valigia ben ritrovati. 
Come di consueto, anche quest'anno, la Valigia ha preso il volo per seguire i "Binari del non ritorno", atterrando in Lettonia, precisamente sul Mar Baltico, a Riga.
Ho scelto una delle date più possibile vicine alla Giornata della Memoria, ma anche un periodo durante il quale il freddo polare non fosse troppo impietoso. 
Di fatto, il 24 febbraio, armata di buone scarpe termiche anti ghiaccio e mantella per la pioggia, ho varcato, col cuore gonfio di emozioni indefinibili, il cancello del Museo del Ghetto di Riga.
Il museo del Ghetto di Riga si trova sulle sponde del placido e gelato fiume Daugava, poco distante dall'antico Ghetto ebraico, sito nel quartiere moscovita. 
Gli edifici di austera architettura sovietica, rimandano al 1 luglio 1941, quando Riga venne occupata dai nazisti.
Intorno al Ghetto, edifici di pietre rosse e nere, severi, stagliati sotto il cielo gravido di pioggia e vento, testimoni immemori di uno dei più atroci stermini di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Quartiere moscovita - foto personale -

Tutto lascia presagire che all'epoca, probabilmente, quegli edifici fungessero da campi lavoro o comunque da edifici di nazisti, ma non ho trovato approfondimenti.
Riga è la capitale della Lettonia, sulla costa del Mar Baltico. 
La  Lettonia, insieme alle confinanti Estonia e Lituania, formano le tre Repubbliche Baltiche e, nel 1940, l'Unione Sovietica le inglobò sotto il suo dominio.
Pochi giorni prima dell'Olocausto, a Riga viveva una comunità ebraica di all'incirca 43.000 ebrei. 
Il 1 luglio 1941, la città di Riga subì l'occupazione da parte delle truppe naziste, infervorata dall'insorgere di feroci gruppi lettoni simpatizzanti delle truppe naziste. 
Questi gruppi crearono scompiglio e terrore arrestando, massacrando e trucidando brutalmente, tra le conifere e betulle del vicino bosco di Bikernieki, una parte degli ebrei residenti a Riga, circa 27.000.
Tre giorni più tardi un gruppo di mercenari lettoni appiccò il fuoco alla Sinagoga Chor, nella quale persero la vita circa 300 rifugiati ebrei. Quella fu la prima di altre Sinagoghe date al rogo. 
Fu grazie al provvidenziale intervento dei cittadini lettoni e di Riga che si poté arginare un massacro immane. 
Žanis Lipke, un portuale lettone che prestava servizio a Riga, dopo aver assistito alla brutalità dell'accanimento contro gli ebrei da parte delle truppe naziste e dei loro scagnozzi, contando sulle sue sole forze, riuscì a mettere in salvo 50 ebrei. 
270 furono gli uomini, eroi coraggiosi, che si adoperarono a salvare esseri umani finiti sotto le grinfie cancerogene dei nazisti. 
I loro nomi sono riportati su una targa alla memoria.
Nei tre mesi successivi la comunità ebraica residente a Riga visse nel terrore. In pochi minuti, quelle povere persone, si videro costrette a lasciare le loro case, a vedere tutti i loro risparmi e le loro proprietà confiscate. 
Persero il lavoro durante retate coatte, subendo violenze e aggressioni senza precisi motivi, solo per il fatto di essere ebrei, esseri imperfetti, indesiderati. 
In particolar modo venne loro imposta la pubblica umiliazione del divieto di utilizzo dei mezzi di trasporto, di camminare lungo i marciapiedi e quella di indossare obbligatoriamente, cucita su ogni indumento, la Stella Gialla, la Stella di David.  

La Stella di David su abiti originali - foto personale -


Dopo atroci barbarie, susseguite da violenti stermini e aggressioni, il 25 ottobre 1941, nel quartiere moscovita, la parte più cruda, austera e fatiscente di Riga, venne costituito il "Ghetto di Riga", una minuscola città dentro la città, dove poter confinare gli "indesiderati", i "rifiuti" da debellare.
Una volta costituito il Ghetto, i tedeschi cominciarono a ridurne, con uno sconvolgente crescendo esponenziale e per mezzo di azioni barbare, il numero degli abitanti. 
I luoghi dei massacri di massa ritenuti più idonei alle esigenze dei boia furono la foresta di Rumbula, dove vennero massacrati, in totale, 38.000 ebrei e il bosco di Bikernieki che raggiunse la stima di 48.000 omicidi, in prevalenza di ebrei. 
Gli anziani, vista la situazione di estremo e degradante disagio, formarono un consiglio, in modo da cercare di rendere più dignitosa possibile la permanenza nel Ghetto. 
Con l'aiuto di tutti, presero vita un centro anziani, una farmacia e un piccolo ospedale. 
Intanto tutti gli ebrei del Ghetto, uomini, donne e bambini, furono condannati a lavori forzati, mentre gli aguzzini nazisti depredavano le loro case da qualsiasi loro oggetti di finissimo artigianato: abiti ricamati a mano, dipinti artistici, antichi strumenti musicali, preziosa biancheria.

Museo del Ghetto di Riga, La Casetta del Ghetto nella piazzetta con le opere dedicare all'Olocausto - foto personale -


Nella notte tra il 29 e 30 novembre 1941, l'alto ufficiale delle SS Friedrich Jeckeln, eseguì l'ordine del Generale Heinrich Himmler: "far fuori il Ghetto trucidando tutti gli ebrei lettoni". Quella notte il Ghetto venne circondato e a tutti gli ebrei venne ordinato di riunirsi in gruppi di circa 1000 persone. 
Avrebbero potuto portare con sé una valigia di circa 20 kg perché sarebbero stati trasferiti in un campo nei pressi di Riga.
Furono molte le persone che non credettero all'umiliante bugia raccontata dai carcerieri e, quelle stesse persone, durante il trasferimento, si suicidarono.
La mattina del 30 novembre, alcuni gruppi vennero portati nella foresta di Rumbula e fucilati senza pietà.
I restanti vennero uccisi per le strade del Ghetto e nelle loro case, fino allo sterminio totale di più di 27.000 persone, conclusosi tra l'8 e il 9 dicembre del 1941.
Molti furono i personaggi di spicco uccisi: il Rabbino Capo, lo storico Simon Dubnov e alcuni membri del Consiglio degli anziani.
In città rimasero 4.000 ebrei uomini  e poche centinaia di donne, quasi tutte sarte. 
Non contenti delle atrocità messe in opera, i nazisti ricrearono il ghetto quasi vuoto deportatando da Germania, Austria e Cecoslovacchia 16.000 ebrei.
Il nuovo ghetto fu diviso in "Ghetto Maschile Lettone", dove vennero confinati solo uomini e "Ghetto delle donne Lettone", dove furono imprigionate solo donne e bambini. Questo nuovo ghetto prese il macabro nome di "ghetto tedesco". 
Gli abitanti, cercando di sopravvivere, radunarono le loro poche forze per allestire, clandestinamente, un negozio di alimentari e un panificio. Venne allestita anche una scuola con una cucina per gli ultimi bambini ancora in vita.  
Nel 1942, come un avido segugio che fiuta e stana la preda, i tedeschi riuscirono a scoprire le piccole attività segrete degli ebrei e, dopo una inutile e vana rappresaglia, vennero sterminati un centinaio di ebrei malati e disabili, gli anziani e tutti gli uomini facenti parte della polizia  ebrea.  
Nel gennaio 1943, i due Ghetti furono rafforzati. 
Nell'estate del 1943, i tedeschi inviarono molti esseri umani reclusi nel Ghetto il campo di lavoro di Kaiserwald e ad altri limitrofi.  
A dicembre, nel Ghetto di Riga non ci furono più ebrei.
Con l'avanzata delle forze sovietiche, nel 1944, le truppe tedesche inviarono alcuni gruppi di uomini ebrei alle fosse comuni col compito di aprirle e bruciarne i cadaveri sepolti. A lavoro terminato, non ancora contenti, i tedeschi,  fucilarono ogni uomo che aveva preso parte all'apertura delle fosse. 
Luglio, 1944. 
L'Armata Rossa riuscì a varcare i confini lettoni. I nazisti ne approfittarono per sterminare i prigionieri ebrei del campo di concentramento di Kaiserwald, a Riga. I pochi sopravvissuti furono smistati nei lager fuori dalla Lettonia, soprattutto a Danzica, nel campo di  Stutthof.
Finalmente, il 13 ottobre 1944, l'Armata Sovietica liberò Riga dalla dittatura nazista e circa 150 ebrei, tra i quali alcuni bambini, poterono uscire da quei nascondigli "sicuri" che gli permisero di salvarsi.






Interno e oggetti originali della Casa del Ghetto - foto personale -


A grandi linee, questa è la Storia dell'Olocausto di Riga.
Varcare la soglia di quel museo a cielo aperto non ha fatto altro che rafforzare ciò che libri, viaggi e vita mi hanno insegnato col tempo, ovvero quanto sia piccolo il mondo. 
Quanto il terrore, l'intolleranza e l'odio possano annullare le distanze, le ideologie, le nostre certezze e il diritto alla libertà.
Mi aspettavo il dolore e le lacrime, ma più di tutto mi ha fatto male sentirmi piccola e troppo fortunata per essere nata in un periodo di pace e con tratti somatici e discendenza sanguinea  che per quei tempi erano ritenuti "normali". 
Ma cosa è giusto? Chi e cosa può definire il concetto di normalità, di "purezza del sangue"?
Ogni volta che cerco di darmi una risposta, finisco sempre per incappare in altre migliaia di domande che una risposta non l'avranno mai.
Il percorso del museo del Ghetto inizia con la visita ai Ponti di cultura, un'esposizione sulla storia degli ebrei lettoni
Una grande stanza allestita con una ventina di poster che ripercorrono circa 450 anni di storia ebraica in lettone,  in inglese e, in alcuni casi, anche in francese, dalla nascita delle comunità del Ducato di Curlandia, fino a oggi.
Racconti dettagliati sulla Prima Repubblica, a cavallo tra il 1918 e il 1940, sull'importanza delle comunità ebraiche per lo sviluppo del nuovo Stato, della cultura, dello sport e dell'evoluzione scientifica.
Proseguendo si trova Un muro commemorativo dedicato agli ebrei vittime degli stermini, deportati a Riga dall'Europa Occidentale. Lungo i pannelli si possono leggere i nomi di tutti gli ebrei che dall'Austria e Germania furono deportati nel Ghetto e ivi deceduti tra il 1941 e il 1944.
Devastante è stato vedere e salire sul vagone che da Berlino arrivava a Riga. Viaggio di sola andata.
Nella piazzetta del museo, oltre a opere artigianali in memoria dell'Olocausto, si trova anche una casetta di legno originale dell'epoca. 
La casa del Ghetto di Riga
Casetta di legno su due piani, fu costruita a metà del 1800 nel quartiere moscovita (Maskava Forstate) nel punto in cui si sarebbe trovato il Ghetto durante la Seconda Guerra Mondiale. La casa ha una superficie di 120 mt quadri e all'epoca ospitò fino a 30 persone contemporaneamente.
Nel 2011 la casetta venne collocata poco distante, nell'attuale museo del Ghetto di Riga e dell'Olocausto,
A piano terra si possono oggi ammirare le riproduzioni di alcune sinagoghe lettoni. 
Al primo piano è stato riprodotto l'appartamento/cella composto da due stanzine, completamente arredate con mobili e oggetti personali e di uso quotidiano risalenti all'epoca.






Stanza 3.000 destini e opere della Beltsova - foto personale -



Se salire sul vagone mi ha stracciato l'anima, entrare nella stanza nominata 3.000 destini, mi ha completamente atterrata. Nella stanza è installata una ricchissima esposizione delle opere della pittrice Alexandra Beltsova, ritraenti momenti di vita nel Ghetto e di foto e documenti originali inediti, provenienti da collezioni  e archivi privati, tutta dedicato agli ebrei deportati dal Ghetto di Theresienstadt (oggi conosciuta come Terenzin, in Repubblica Ceca) e sterminati nel 1941.
La visita al museo è gratuita, lungo il percorso ci sono delle cassettine per offerte libere che permettono la manutenzione dei locali e del sito. 
Un ragazzo simpaticissimo è pronto a dare tutte le delucidazioni possibili in un inglese quasi madrelingua.
Sono presenti opuscoli in italiano e altre lingue, che riportano la spiegazione delle varie stanze.
Ci sarebbe da dire molto altro ancora, perché la storia è una enorme Matrioska: ogni volta che si pensa di aver conosciuto tutto, c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, nuovi capitoli da studiare, nuovi vissuti da conoscere.
Come dicevo prima, nessuno mi darà mai una risposta esaustiva e veritiera sul perché l'odio ha portato a uno sterminio di massa internazionale, sul perché nessuno abbia mai provato a scusarsi veramente per quegli orrori gratuiti.
Allora come oggi.














Berlino-Riga solo andata, il binario del non ritorno - foto personale -



So soltanto che viaggiare significa anche conoscere il nostro passato, la nostra storia, e gettare le basi per un futuro libero. Per nostra storia intendo La Storia dell'Umanità, unica e unita, senza distinzione di razza e sesso. 
Questo mio viaggio nella storia è stato uno dei tanti passi che prima o poi mi porteranno ad Auschwitz ma, per il momento, ho ancora tanto da imparare e da vedere, prima di essere in grado di affrontare il mio personale viaggio della Memoria.
Chiedo scusa se doveste riscontrare errori durante il racconto, non sono una storica e mi sono basata su nozioni lette in loco, prese dall'opuscolo rilasciato dal museo e da siti storici lettoni attendibili. Ovviamente il traduttore Google fa quello che può, per imparare il lettone non sono ancora pronta e soprattutto non credo di essere in grado. 
Qualcosa, sicuramente mi sarà sfuggito e gradirei se me lo faceste notare in modo da correggermi e correggere l'articolo.
Per chi volesse approfondire, posso consigliare The Journey into Terror: The Story of the Riga Ghetto, di Gertrude Schneider, la storia di una bambina in età scolastica, miracolosamente sopravvissuta all'Olocausto di Riga. Potete trovare il libro su Amazon, un po' caro e in inglese, ma credo nel valga la pena se riuscite a leggere in inglese.

Buona lettura e, perché no, buon viaggio.
Tania C.





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