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lunedì 11 settembre 2023

Recensione LA BAMBINA DI ODESSA La battaglia di una madre la promessa fatta a un figlio di Tiziana Ferrario - Ed. Chiarelettere -

 




LA BAMBINA DI ODESSA

La battaglia di una madre la promessa fatta a un figlio


Tiziana Ferrario

Ed. Chiarelettere

Collanana Narrazioni Chiarelettere

Genere Testimonianze, narrazioni

Formato Brossura con alette

Pag. 250

€ 18

Formato Ebook presente in tutti gli store digitali



CONOSCIAMO L'AUTRICE


Tiziana Ferrario, giornalista, il suo volto è entrato nelle nostre case durante la lettura delle notizie del Tg1, documentando guerre e crisi umanitarie. Reportage sull'Afghanistan presidiata dal dominio talebano, sulla loro caduta e sulle infinite difficoltà che il paese ha cercato di superare per abbattere le leggi tribali che lo governano.

Questo è il suo primo romanzo, dove racconta la storia di Homarira, principessa afghana esiliata a Roma, conosciuta personalmente durante il suo lavoro come giornalista, diventandone una cara amica.

Come in tutti i suoi libri, anche in questo suo romanzo emerge la forza di un problema del quale ha sposato la causa: la difesa dei diritti delle donne.

Tra le sue opere: Il vento di Kabul ( Baldini Castoldi Dalai 2006 ), Orgoglio e pregiudizi ( Chiarelettere 2017 ) e Uomini, è ora di giocare senza falli! ( Chiarelettere 2020 ), La Principessa Afghana e il giardino delle giovani ribelli 

 ( Chiarelettere 2022 ).


TRAMA

TIZIANA FERRARIO

LA BAMBINA DI ODESSA

La battaglia di una madre, la promessa fatta a un figlio.


<< LYDIA FRANCESCHI, UNA VITA CHE SEMBRA UN ROMANZO. LA NASCITA A ODESSA, LA LOTTA PARTIGIANA, GLI SCONTRI STUDENTESCHI, LA PERDITA DI UN FIGLIO: UNA GRANDE STORIA ITALIANA, LA VICENDA STRAORDINARIA MA VERA DI UNA DONNA CHE HA LASCIATO UN SEGNO INDELEBILE. >>

 «Lungo la strada della vita si incontrano tante persone, alcune non lasciano alcun segno, altre ci prendono per mano e ci guidano per farci capire da che parte sta il male e per che cosa vale davvero la pena lottare. Sono stata fortunata a incontrare Lydia Franceschi quando ero all’inizio del mio cammino nella vita. È stata un esempio. Non finirò mai di ringraziarla.»

Tiziana Ferrario

La nascita negli anni Venti (da genitori italiani) in quella che oggi è ancora l’Ucraina, il ritorno in patria, la lotta partigiana, l’insegnamento a scuola, gli anni Settanta e poi il dolore più indicibile: la morte di un figlio, negli scontri studenteschi. E ancora, una battaglia di vent’anni per far emergere la verità: Lydia Buticchi Franceschi, donna, madre, insegnante e testimone di un Novecento attraversato a testa alta, è qui raccontata dalla penna di Tiziana Ferrario.

Nata a Odessa nel 1923 da Amedeo, comunista fuggito dall’Italia per non finire nelle carceri fasciste, e Lidia, italorussa che abbandona le proprie origini borghesi per sposare la causa della Rivoluzione, Lydia prende il nome dalla madre, morta misteriosamente pochi giorni dopo la sua nascita. Tornata in Italia col padre e rimasta orfana a dodici anni, dopo che questi è ucciso dal cognato in camicia nera, cresce in solitudine e partecipa alla Resistenza come staffetta partigiana, diventa insegnante e poi madre di due figli, fino al giorno che segnerà la seconda metà della sua esistenza. Il 23 gennaio del 1973, durante una manifestazione all’esterno della Bocconi, suo figlio Roberto, ventenne e tra i leader del movimento studentesco milanese, è colpito a morte alla nuca da un proiettile sparato dalle file della polizia. Per ricostruire l’accaduto e chiarire le responsabilità delle forze dell’ordine, Lydia inizia una battaglia che durerà oltre vent’anni.  Lo Stato – incapace di identificare i colpevoli – si assumerà l’intera responsabilità risarcendo la famiglia che devolverà tutto alla Fondazione Roberto Franceschi, costituita nel 1996 in memoria del giovane ucciso.

Lydia si è spenta a Milano il 29 luglio 2021.

I proventi della vendita di questo libro saranno destinati alla Fondazione Roberto Franceschi Onlus (www.fondfranceschi.it).


IMPRESSIONI


"La bambina di Odessa" mi è stata gentilmente offerta in formato digitale da Alice e Tommaso di Chiarelettere, che ringrazio. 

Avendo problemi col mio e-reader ho dovuto leggere da pc, impiegando più tempo del previsto ma, come direbbe una mia amica, le recensioni non scadono e non passano di moda, perciò eccomi qua con le mie impressioni su questo appassionante racconto di uno spaccato della storia moderna italiana.


Milano, Università Bocconi, 1973. 

Per molti questa data potrebbe non significare nulla, fino a poco tempo fa io stessa sapevo ben poco del suo significato. Quell'anno Roberto Franceschi, un brillante studente della Bocconi e attivista di un movimento studentesco antifascista, figlio di Lydia Franceschi, la protagonista di questa storia, venne ucciso da un proiettile sparato dall'arma di un cordone di polizia, durante gli anni più cupi della lotta al neofascismo.

L'episodio del brutale omicidio segnò ancor di più la vita di Lydia, già provata fin dalla nascita da mille colpi bassi.

Tiziana Ferrario ha avuto la fortuna di conoscere Lydia e diventarne alunna. 

Venuta a conoscenza della travagliata vita della sua insegnante, con questa testimonianza e grazie all'aiuto della figlia di Cristina, figlia di Lydia, la Ferrario ha voluto dare voce alla donna e madre che non si è mai arresa, nonostante i continui affronti della vita, ma ha sempre lottato con ogni sua forza, per amore della famiglia e della giustizia.


"Sarebbe stato un 1° maggio indimenticabile per Amedeo e Lidia, perché la loro bambina aveva deciso di nascere proprio in occasione della festa più importante della nuova Russia..."


Lydia Buticchi nacque a Odessa nel 1923. Ancora in fasce rimase orfana di madre, Lidia, della quale porta il nome, deceduta in durante una serie di circostanze poco chiare. Il padre, Amedeo Buticchi, un antagonista perseguitato e in fuga dalle carceri fasciste, si risposò  e rientrò in Italia con la piccola Lydia e la moglie.


"Preferisco affrontare i fascisti che restare a guardarmi le spalle tra i comunisti."


Il rientro in Patria non fu idilliaco per Lydia. La moglie del padre non fu mai un'amorevole figura materna, e durante i primi anni di scuola le fu anche fatta terra bruciata intorno, per via degli ideali di opposizione del padre.


" Non esiste nessun fascio che non si possa rompere."


Lydia, costretta a crescere senza il calore dell'amore materno, si ritrovò  anche senza amiche, col timore che qualcosa di sconveniente, ascoltato tra le mura domestiche, potesse uscire dalla sua bocca, "offendendo" le compagne, figlie di gerarchi fascisti. 

Per un macabro gioco del destino, anche il padre venne a mancare fin troppo presto, ucciso per mano del cognato, una camicia nera, quando era ancora ragazzina, durante il periodo di studi in uno dei migliori collegi. 

La piccola fu costretta a dover fare i conti col muro di una realtà infame, ritrovandosi a dover lottare per il diritto a un pasto caldo, piegata da ore di duro lavoro e di studio. 

Per dare un po' di tranquillità alla sua anima provata, si immerse anima e corpo negli studi, appassionandosi  alla resistenza e diventando "staffetta partigiana" ancora ragazzina.

Accolta da una zia a Napoli, Lydia riuscì ad avere una vita abbastanza spensierata, fatta di balli e divertimenti, ma col pensiero fisso di seguire il suo sogno, quello di potersi laureare anche in chimica.

Tornata a Milano, riuscì a mantenersi agli studi e a conseguire anche il diploma scientifico, che le avrebbe finalmente aperto le porte alla facoltà di chimica

Nonostante le avversità della vita e tutti i suoi impegni sociali, non si lasciò mai scoraggiare, continuò a studiare, laureandosi e diventando prima docente e poi preside di una scuola.


"Come non sei Roberto? E allora chi sei?"

"Mi chiamo Mario. Mario Franceschi."


Grazie allo "scherzo" di un'amica in comune, conobbe Mario Franceschi, che sposò e dal quale ebbe due figli, Roberto e Cristina, i suoi gioielli più preziosi, che crescerà amorevolmente insegnando loro ideali di giustizia e libertà.

Nonostante gli anni felici passati col marito e i figli, la vita di Lydia fu da sempre funestata da pesanti lutti violenti che la segneranno per sempre.

Il più becero e brutale, quello del figlio, colpito a tradimento alle spalle, davanti all'Università Bocconi di Milano, come finale di un macabro gioco studiato a tavolino nel periodo cupo dell'Italia,  durante una manifestazione contro il neofascismo che stava imperversando in quegli anni.


" Chicco, non penserai di andare in piazza lunedì! " era tornata alla carica Lydia.

" Certo che andrò in piazza! Non si può non esserci, mamma, dopo quello che è successo."


Quel giorno, martedì 23 gennaio 1973, darà il via alla battaglia più importante e ostica di Lydia e della storia italiana, quella della strage di Piazza Fontana a Milano, quella contro gli anni di piombo, fatti di insabbiamenti, di omertà, di "armadi girati contro il muro". 


" Il lunedì successivo a Milano, una giornata plumbea e fredda, con un cielo gonfio di pioggia, Saragat non aveva partecipato ai funerali delle vittime di Piazza Fontana. Chissà cosa avrà avuto di più importante da fare in una giornata come quella..."


Una estenuante lotta per portare alla luce la verità, per fare finalmente giustizia e dare un nome e un volto ai carnefici dei crimini più efferati di quegli anni bui, segnati da altre stragi terroristiche che avrebbero insanguinato altre città italiane.


" L'assassinio di Roberto Franceschi sarebbe rimasto senza nome, come affermava l'ultima sentenza civile, la verità su quella notte non si sarebbe mai saputa. Un altro dei tanti vergognosi misteri italiani. "


Lydia Franceschi è deceduta nel 2021, all'età di 98 anni, senza essere riuscita a dare un'identità a quei criminali, beffata da una crudele sentenza. 

Ma la sua lotta non è mai stata infruttuosa perché insegna da sempre a lottare fino alla fine e a credere fermamente negli ideali di giustizia e lotta per i propri diritti. 

La storia di Lydia si legge come un romanzo, scorre fluidamente sotto gli occhi del lettore incuriosendo e appassionando fino alla fine.

Scritto con spiccata empatia,  usando uno stile semplice e magistrale, preciso e scorrevole, il racconto è frutto dell'impegno e delle accurate ricerche di Tiziana Ferrario, sempre precisa e attenta ai dettagli.


" In quarant'anni la società si è trasformata e la scuola non risponde più alle esigenze dei giovani. "


Un libro storico, che mi sento di consigliare, in particolar modo, ai giovani, alle scuole, per comprendere il significato di giustizia e di lotta all'omertà e per aiutare a capire cosa sia stato in passato e cosa si oggi il fascismo, di cui molti ragazzini si riempiono la bocca.

Invitandovi a passare dalla libreria più vicina, vi auguro buona lettura.

Tania C.




domenica 26 gennaio 2020

Recensione di CHERNOBYL 01:23:40 di Andrew Leatherbarrow - Ed. SALANI




CHERNOBYL 01:23:40
LA STORIA VERA DEL DISASTRO NUCLEARE CHE HA SCONVOLTO IL MONDO

Andrew Leatherbarrow
Ed. SALANI 2019
Pag. 263
Copertina flessibile
Traduzione Annoni, Salerno, Turrini
€ 15,90


CONOSCIAMO L'AUTORE

Andrew Leatherbarrow - foto dal web -

Per molti di noi Chernobyl è una città vera e proprio, un non luogo che improvvisamente, un giorno è rimasto deserto. Per Andrew Leatherbarrow è proprio questo che da un fascino esagerato al luogo. Per molto tempo si è domandato come sarebbe stato camminare in quei luoghi fantasma immaginando quale fosse la quotidianità prima che il disastro la colpisse. Un giorno si ritrova tra le mani l'annuncio di un tour a Pripyat, nella zona di esclusione. Partecipando avrebbe avuto accesso libero all'area. Da quel viaggio è nata l'indagine sul mistero che aleggia intorno al giorno della tragedia. Questo libro racchiude il risultato di cinque anni di ricerca, descrivendo un dettagliato ed accessibile resoconto di quello che realmente è accaduto quel 26 aprile 1986 nella centrale nucleare di Cernobyl.
Ad oggi Andrew vive con la compagna e i loro due figli in Inghilterra. Nel tempo libero dal lavoro scrive libri. Andrew e questo dettagliato docu-libro sono stato il punto di riferimento per le riprese della serie tv Chernobyl.

TRAMA

All'alba del 26 aprile 1986, all'01:23:40, Alexandr Akimov preme l'interruttore per l'arresto di emergenza del quarto reattore nucleare di Chernobyl.

Un gesto che costrinse permanentemente l'evacuazione di una città e decretò l'inizio di un disastro nucleare che ha segnato la storia mondiale e il destino dell'Unione Sovietica. Decenni di storie contraddittorie, inesatte  ed esagerate seguiranno faranno parlare del disastro. 
Con questo libro, frutto di cinque anni di ricerca, l'autore mette in luce un dettagliato e completo resoconto su ciò che accadde realmente quella notte. Grazie alle sue ricerche ci racconta con minuziosa descrizione la disperata lotta per evitare che la tragedia colpisse l'Europa, l'eroico sacrificio degli uomini che raggiunsero il luogo del disastro colpito da un livello di radiazioni talmente elevato che non riuscirono nemmeno a registrarlo, la verità sui leggendari 'liquidatori di Chernobyl', passando dal processo portato a termine dall'URSS con le relative menzogne.
La storia si alterna al racconto di viaggio dell'autore nella città ucraina di Pripyat, oggi ancora abbandonata, e nella vasta Zona di esclusione di Chernobyl. 
Una minuziosa corrispondenza che raccoglie fotografie dell'odierno paesaggio di Pripyat. Da leggere come un romanzo.

IMPRESSIONI

Me lo ricordo io, quel 26 aprile 1986, o meglio mi ricordo dal 27 aprile in poi, quando tutti i tg dell'epoca e le testate giornalistiche non facevano altro che raccontare di un importante disastro nucleare  che aveva colpito l'URSS, precisamente Chernobyl con gravi ripercussioni a livello europeo. La paura che le radiazioni contaminassero l'Italia, che non si potesse più uscire fuori a giocare nei prati, in quegli anni i social di noi ragazzini erano i campi e i prati attorno casa, era forte. 
All'epoca di Chernobyl avevo 12 anni e a malapena potevo comprendere quello che stava succedendo, o meglio la  grandezza e la potenza del danno socio-ambientale.
I miei ricordi mi rimandano a catene di solidarietà per ospitare i "Bambini di Chernobyl", figli di chi aveva perso tutto, spesso senza famiglia, mandati in Italia per "purificarsi" e passare un po'di tempo lontani da un ambiente insano e lugubre.
I danni, purtroppo, non sono stati solo morali, ma anche fisici e gravi. La notte di Chernobyl provocò 65 decessi, ma quelli venuti a  mancare a causa degli effetti a lungo termine furono molti di più. Cancro, trombosi, leucemie e deformazioni devastanti. Non potevo comprendere appieno, ma rimasi sconvolta, immaginando strani esseri deformi e fluorescenti aggirarsi  per la steppa. La mente dei ragazzini è talmente malleabile che basta poco a creare storie fantastiche, frutto anche della scarsa informazione in merito.
Ma di fantastico, nella tragedia di Chernobyl non c'era, non c'è e non ci sarà, per centinaia di anni ancora, nulla.
Il forte potere cancerogeno, sviluppato dalle radiazioni sprigionatesi dal disastro, oltre a morte e malattie, ha distrutto un raggio abitativo di circa 30 km, destinandolo a rimanere abbandonato ancora per centinaia di anni. Ad oggi la natura si sta riprendendo il suo territorio, piante, fiori e animali abitano il "cimitero a cielo aperto" , tra gli scheletri di edifici e strutture abbandonati a se stessi e ingoiati dall'eternità radioattiva. 

All'inizio del Ventesimo secolo la sua scoperta (Marie Curie) che la luminescenza del radio è in grado di distruggere le cellule umane malate più rapidamente di quelle sane generò una nuova industria che pubblicizzava le proprietà magiche (perlopiù immaginarie) di questo nuovo elemento a un pubblico ignaro e facile da sviare.

Solo negli anni trenta/quaranta si riuscì a capire quanto le radiazioni prodotte dal Radio fossero pericolose, circa 2,7 milioni di volte più dell'Uranio. Sino alla fine degli Anni Venti tutti sembravano impazzire per quella miracolosa scoperta che prometteva gran benefici all'umanità, dall'uso nella quotidianità sino a quello farmaceutico. Ma il caso delle "ragazze radio" diede inizio ai primi dubbi: le ragazze radio erano giovani donne impiegate della United States Radio Corporation che dipingevano manualmente i quadranti di orologi, approfittando spesso per laccarsi le unghie con la vernice fluorescente. Per tenere umida la punta dei pennelli usati, le ragazze la umettavano con la punta della lingua, ingerendo giornalmente quantitativi ingenti di particelle radioattive. Dopo qualche tempo si cominciarono ad intravvedere i risultati devastanti del radio: i denti e il cranio cominciarono a sgretolarsi.

La radioattività previene la pazzia, risveglia emozioni nobili, ritarda l'invecchiamento  e garantisce una vita meravigliosa, giovanile e gioiosa.

Un film dell'orrore a pensare agli studi, forse presi troppo alla leggera, di Marie Curie sulle radiazioni prodotte dal radio e alla propaganda un po' troppo propositiva che fecero riviste mediche dell'epoca.
Tutto questo orrore, a partire dagli anni '40, sembrò perdere popolarità a causa della richiesta di innovazione a scopo bellico per la Seconda Guerra Mondiale: tesi dell'epoca sostenevano che 

"la fissione funzionava meglio se nell'ambiente veniva introdotto un 'moderatore' per ridurre la velocità dei neutroni in moto all'interno di un atomo così da moltiplicare le probabilità di collisione e scissione."

Prese così il via la costruzione dei primi reattori nucleari. Il primo mattone del Chicago-Pile 1 fu messo a dimora nell'Università di Chicago, in campo al progetto Manhattan, supervisionato dal fisico Nobel Enrico Fermi. Quello che non era stato preventivato e, all'epoca studiato, furono le ripercussioni dei  molti incidenti nucleari accaduti durante la contaminazione. Si tendeva ad insabbiare tutto. 
La stessa Marie Curie ed altri studiosi, probabilmente, persero la vita a causa di tumori e malattie sviluppatesi  dalla continua e potente contaminazione da radiazioni. Nonostante si continuasse a negare il potere distruttivo delle radiazioni, figlia e genero della Curie, che vinsero il Nobel, morirono a causa della contaminazione per aver portato avanti gli studi della madre.
Nessuna stima nemmeno sulla sindrome da radiazione, in quanto la Russia aveva, negli anni, insabbiato tutta la documentazione sui molti incidenti nucleari capitati sino ad arrivare a quello della notte di Chernobyl. Sicuramente altri Paesi come Corea del Nord, Pakistan ed Iran,  rinomati per la facile corruttibilità governativa, continuano tutt'oggi sulla linea dell'omertà.
Ad oggi, come apprende e riporta Leatherbarrow dalle sue ricerche,  si stima che  gli incidenti nucleari gravi che hanno provocato molte vittime siano circa settanta, con almeno dieci decessi ufficiali e molti altri nascosti.
La maggior parte causati da errori umani in conseguenza anche a furti di apparecchiature mediche di radioterapia.
L'autore non ricorda di preciso quando iniziò la sua passione per Chernobyl. Era piccolo, sentiva parlare della catastrofe e soprattutto del villaggio abbandonato a se stesso frettolosamente, rimasto in balia degli anni e della natura per decenni, costretto a restarci per altre centinaia di anni. Agli occhi di un bambino tutto questo aveva un che di surreale. Chissà come sarebbe stato visitare quel villaggio spoglio, vuoto, che un tempo era abitato da bambini come lui...

Dopo anni di attesa ed innumerevoli ore passate ad analizzare la dinamica dell'incidente, oggi finalmente vedrò Chernobyl coi miei occhi.

Nel 2005, Andrew si iscrisse all'Università e venne a conoscenza di una serie di fotografie scattate da un motociclista che aveva attraversato in solitaria la zona di esclusione ricavandone un affascinante book fotografico. Col tempo venne fuori che la storia della traversata era una montatura, ma ciò non scalfì il fascino che le fotografie ebbero su Andrew.
Lo tsunami del 2011 in Giappone fu la causa del  secondo disastro nucleare per potenza e per l'autore fu oggetto di interesse talmente forte che lo spinse a documentarsi ancor di più  su ciò che in quegli anni si era diventato un'ossessione: Chernobyl. 
Non conoscendo però il funzionamento di un reattore nucleare, cominciò a documentarsi guardando documentari, leggendo articoli e con tutto quello che riuscì a trovare al riguardo. Man mano che si informava facendo scrupolose ricerche,  vennero alla luce documenti contraffatti, al riguardo di quel che successe la notte di Chernobyl al reattore quattro e le ripercussioni che ne scaturirono. 
Interesse della Russia era quello di nascondere i fatti realmente accaduti modificando ogni tipo di documento e di ricordo.  Mille domande affollavano la mente di Leatherbarrow.
Quanto, di quello che accadde quella notte fu raccontato realmente e quanto insabbiato? 
Chi furono i veri responsabili? 
Quali insegnamenti aveva dato quell'errore? 


Pripyat oggi - foto dal web -

L'interesse di Andrew cresceva sempre di più, per ogni documentazione contraffatta, la voglia di verità si faceva sempre più scalpitante, tanto da spingerlo, nell'ottobre 2011, a partire per un tour nella Zona di esclusione, con accesso illimitato a Pripyat. 
La sua sete di sapere lo portò addirittura a vendere alcuni dei suoi beni più cari pur di racimolare il denaro sufficiente a mantenersi durante il soggiorno.

Brutali strutture di cemento bianche e grigie, quasi prive di qualsiasi abbellimento, spuntano da quella che è diventata una foresta, mentre la sagoma lontana di Chernobyl si staglia minacciosa all'orizzonte, appena visibile attraverso la nebbia.

L'arrivo a Pripyat fu, per Andrew e probabilmente per il gruppetto di persone che viaggiava con lui, come il bacio di un Dissennatore. 
Durante il giro della zona residenziale "Fujiyama", sembrava che tutta la popolazione terrestre si fosse estinta e lui fosse rimasto l'unico sopravvissuto in un mondo grigio e desolato, dove regnano incontrastate solitudine e tristezza. Era solo un suo  pensiero o anche gli altri provavano la stessa sensazione di vuoto e gelo desolante?
Lungo il percorso fu rinvenuta la carcassa mummificata di un cane, ricoperta di piccoli fori. Era morto a causa delle radiazioni, oppure vittima dello squadrone di sterminio che all'epoca si aggirava battendo a tappeto la città? Erano passati venticinque anni, e quei fori avrebbero potuto significare tutto e nulla, anche la straziante sindrome da radiazioni, ma l'augurio, se così lo si può macabramente definire, per la sorte di quella povera bestiolina, è che fosse deceduta per stenti. Il che avrebbe significato, per paradosso, meno sofferenza.
Nonostante i depistaggi dell'austero regime russo, tutti i documenti studiati sino a quel momento da Leatherbarrow vennero smentiti dal suo viaggio nella storia di Chernobyl. 
Quel 26 aprile 1986, alle 01:23:40 un errore umano causò l'esplosione del reattore nucleare di Chernobyl. Così ci hanno voluto far credere, riscontrerà Andrew durante il suo viaggio fatto non solo di visite e foto, ma di cinque anni di approfondite ricerche. In realtà, all'errore umano si aggiunse il materiale di scarsa qualità col quale fu costruito che comportò un mal funzionamento del reattore dettato anche da un'errata costruzione e, non da meno, le importanti regole sulla sicurezza che mai furono rispettate. 
L'errore umano, quella notte, venne in parte ripagato dalla "eroicità" degli operai rimasti in sede per cercare di placare l'incendio ed evitare un disastro ancora più immane, che avrebbe spinto l'enorme onda radioattiva su tutta la terra. Uomini e donne che, contando sulla forza  delle loro braccia e donando, chi consapevolmente, chi ignaro, la propria vita, hanno cercato di contenere il disastro e liquidare la zona.
Esseri umani reali persero la vita da eroi, volutamente oscurati dal Governo Russo, perché tutto doveva restare segreto, riportati "in vita" da Leatherbarrow, come un doveroso omaggio a loro, che di vite ne avevano salvate tante. 


Chernobyl, il sarcofago che ricoprirà il reattore numero quattro - foto dal web -


PER CONCLUDERE

Dal 1986 il toponimo di Chernobyl è inevitabilmente associato all’incubo dell’incidente nucleare. 
Ma, alla fine, cosa sappiamo esattamente su quello che veramente accade la notte del 26 aprile 1986? 
Poco o nulla. 
La fredda disamina delle dinamiche che portarono il reattore numero quattro ad esplodere, quanto hanno contribuito ad approfondire la reale conoscenza di una materia tanto affascinante quanto distruttiva?

Se la potenza dell’atomo non viene guidata e incanalata può portare a danni inimmaginabili. 

Un intero Continente, quella notte, si trovò in bilico sull’orlo dell’Olocausto. Tristi i richiami all’impiego dell’arma atomica sperimentato nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale. 

Ancora oggi, la complicità del velo di silenzio imposto dalle autorità sovietiche, contribuisce a rendere ancor più oscuro il dipanarsi della trama di una strage silenziosa di cui nessuno conosce il bilancio: il sacrifico di chi lotto’ contro il tempo per evitare l’annientamento della vita. 
Noi italiani di quei giorni, di quei mesi, abbiamo impresse le immagini del latte versato, dei proclami delle autorità che ci rassicuravano sull'assenza di rischi. Ma non abbiamo mai voluto scavare a fondo. 
Il docu-libro di Leatherbarrow ha il merito di squarciare questo velo, agevolato dal grande successo riscosso dalla fiction che ne è stata tratta, la quale, seppure nell’ottica di una trasposizione televisiva, segue fedelmente l'histoire di  un thriller che tiene tutti con il fiato sospeso, costringendoci ad immergerci in un narrato fatto soprattutto di nozioni, indispensabili per conoscere.
Perché non si deve cancellare la memoria, perché sia monito a chi deve garantire la nostra sicurezza nel formare personale preparato scientificamente, indipendente dai diktat dell’apparato e delle logiche di mercato. 
Perché Chernobyl non fu’ solo un errore umano, ma anche il frutto di un' ottusa visione ancorata ai principi dell’ideologia. 
Dobbiamo ringraziare la passione/ossessione dell’autore, perché il dovere di documentare, informare e tutelare la memoria può diventare una martellante ossessione, così come la nostra è quella di non dimenticare.
Questo libro, quasi un documentario di guerra che si legge come un romanzo, scritto con un linguaggio semplice e viscerale, al contrario di quanto si possa pensare, non è propriamente una lettura leggera. Prendetevi tutto il tempo necessario, elaborate i pensieri, fate ricerche e integratelo con la serie tv. Non ve ne pentirete e potrete finalmente comprendere quello che veramente accadde quella notte. 
Ringrazio il mio fidanzato per avermi aiutata a chiarire dubbi, lacune e per avermi mostrato la via d'uscita dell'intricato labirinto dei reattori nucleari.
Buona lettura,

Tania C.





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