martedì 9 maggio 2023

Recensione AGENTE COBRA La mia vita di cacciatore di criminali di Attilio Alessandri - Ed. Chiarelettere -

 






AGENTE COBRA

La mia vita come cacciatore di criminali


Attilio Alessandri

Ed. Chiarelettere

GENERE: GRANDI INCHIESTE

COLLANA: REVERSE

PAGINE: 208

FORMATO: Brossura fresata con alette

PREZZO: € 17.00 

Formato ebook presente in tutti gli store digitali




CONOSICIAMO L'AUTORE


 

Attilio Alessandri, nasce nell’hinterland romano nel 1962. 

Quasi per dovere finisce il liceo e, subito dopo, si arruola in polizia, facendo gavetta nel reparto celere alla squadra volante per passare, nel 1982, a soli vent’anni, alla mobile.

Alla mobile percorre tutte le tappe della carriera fino al grado di sostituto commissario coordinatore, il grado più al quale può aspirare un poliziotto non laureato.

Dopo aver fondato e capitanato la squadra Cobra, riceve quattro promozioni per meriti sul campo, frutto del duro lavoro sulle strade di Roma, affrontando una dopo l’altra le pericolose bande armate che miravano a banche e portavalori.

Criminali di ogni genere: rapinatori, narcotrafficanti, pedofili, assassini, mafiosi sono stati ammanettati durante le sue operazioni, portate a termine con successo.

Pur essendo in pensione dal 2022, continua a collaborare con le forze dell’ordine.


TRAMA


AGENTE COBRA

La mia vita da cacciatore di criminali

 

LA STORIA VERA DELLO SBIRRO PIÙ TEMUTO E PIÙ

DECORATO DELLA CAPITALE

 

Attilio Alessandri (conosciuto come Agente Cobra) è il poliziotto più decorato della squadra mobile romana. Ha prestato servizio per oltre quarant’anni, indiscusso protagonista di operazioni memorabili: l’arresto del cassiere della mafia Pippo Calò e quello del narcotrafficante Massimiliano Avesani, detto “il Principe di Malaga”; le operazioni speciali per combattere lo strapotere della banda della Magliana; la cattura di Massimo Carminati, “il Cecato”, per decenni il criminale più temuto di Roma; i sequestri di persona; l’esperienza nell’antirapina; la caccia ai terroristi dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) e molto altro, che per la prima volta in questo libro ha deciso di raccontare in prima persona.

Come e perché è nata la squadra speciale Cobra. Come si costruisce un’operazione di polizia che porta all’arresto di pericolosi criminali o latitanti.

Come si sventa una rapina a mano armata.

Le sue operazioni raccontano la sua vita condotta sempre al limite, all’interno del corpo della polizia di Stato, a cui ha dedicato tutta la vita, arrivando a sacrificare gli affetti più cari e rischiando ogni giorno, in prima persona, di essere ucciso.

Un corpo che, come lo stesso agente Cobra rimarca, è luci e

ombre.

Perché “se il mondo è malato, lo è anche il Corpo di polizia”.

 

«Non sono un profeta. Ho fatto tutto quello che ho potuto. 

Fra poco nessuno si ricorderà più di me.»

«Almeno scrivi un libro. Racconta la tua storia. La storia

dell’uomo che ha fondato la mitica squadra Cobra.»



IMPRESSIONI


Amici della Valigia buon pomeriggio, spero passato in compagnia di tante belle letture. La recensione di oggi è tratta da un'inchiesta biografica veramente molto interessante, trattando temi di cronaca nera italiana sempre attualissimi. Il testo che sto per recensire si intitola "AGENTE COBRA La mia vita come cacciatore di criminali", porta la firma di Attilio Alessandri, (aka agente Cobra), e mi è stato gentilmente offerto in copia cartacea da Tommaso Alice di Chiarelettere che sanno quanto io ami queste letture, per questo li ringrazio.

Ho sempre recensito inchieste e biografie che riguardavano la mia passione per l'Arma dei Carabinieri ma, nei giorni scorsi, ho sentito bussare la curiosità di chiarirmi un po' le idee al riguardo. Ho così deciso di allargare le mie letture e i punti di vista verso un mondo a me sconosciuto, quello della Polizia di Stato, rimanendone piacevolmente affascinata.

<< Mi era nata dentro una sete di giustizia. Fu in quel momento che in me cominciò a farsi chiaro il mio avvenire: sarei diventato un poliziotto. >>

Ero ancora molto piccola il 19 marzo 1978, ma ricordo l'orrore e lo scalpore che fece in casa mia, quel giorno, apprendere la notizia dell'omicidio della scorta di Aldo Moro e il suo sequestro, sfociato poi in omicidio circa due mesi dopo, il 9 maggio 1978  (proprio oggi ricorre l'anniversario), per mano di un commando delle Brigate Rosse. 

All'epoca era ancora piccolo anche Attilio Alessandri.

Aveva soltanto sedici anni, poco più di un ragazzino nel pieno dell'adolescenza, ma abbastanza grande da rimanere sconvolto ed essere  in grado di capire le conseguenze politiche che sarebbero sarebbero scaturite da quella tragedia. 

Il giorno del sequestro  fu la molla che fece scattare in lui l'idea chiara e precisa della strada che avrebbe preso la sua vita: quella della giustizia, entrando  in Polizia.

<< Ma io non volevo studiare, ormai avevo fatto un patto con me stesso. Difenderò il mio paese, sarò il migliore dei poliziotti, andrò per le strade a scacciare i criminali. E lo farò non dopo, non domani, non quando avrò finito gli studi. Lo farò subito. >>

I genitori non presero bene quella notizia e furono perentori, prima avrebbe finito il liceo, poi avrebbe pensato al da farsi. Spinto dalla sua caparbietà, il giorno dopo il sequestro Moro,  Attilio si recò al commissariato più vicino.

Apponendo le firme dei genitori sui moduli e mentendo sull'età,  consegnò tutti i documenti che servivano per arruolarsi, restando comunque consapevole che prima dei diciotto anni non avrebbe potuto seguire il suo sogno.

Fin dalle prime pagine del racconto si evincono la forza di volontà e i valori  di quel ragazzino destinato a diventare uno dei cacciatori di criminali più esperti nel settore.

Mi è subito piaciuto quest'uomo dallo spirito fermo e il cuore grande. Una persona con una spiccata empatia, ma capace di non cedere alla pressione che ogni indagine avrebbe comportato.

Come tutti gli esseri umani è formato da carne, ossa, cuore e soprattutto sangue freddo. Ce ne vuole tanto per fare il suo lavoro. Intere giornate di appostamenti, in luoghi e situazioni improbabili, con la consapevolezza che quello potrebbe essere l'ultimo respiro. 

Solo chi ama e crede profondamente nel proprio lavoro è disposto ad accettare certi ritmi, e Attilio ha sempre portato a termine ogni incarico per amore.

L'amore per la giustizia,  l'amore per quella divisa che avrebbe garantito alla sua famiglia e agli italiani di vivere in sicurezza ogni giorno. 

Ma per portare avanti i propri ideali bisogna anche essere ben consci, ed accettare, che a  qualcosa bisogna rinunciare. Alessandri lo  accettò, non senza sofferenze e pagando un prezzo alto, ma lo fece da padre e marito che sa quello che è giusto per aiutare la propria famiglia e svolgere bene il proprio lavoro. 

Posso solo immaginare la sofferenza provata nell'ammettere senza paura i propri errori e prendere  decisioni che segneranno per sempre la tua vita.

Durante un'operazione i rischi superano di netto le sicurezze, se la testa è occupata da pensieri e problemi personali, nella squadra si viene a creare uno stato di ansia generale che potrebbe compromettere non solo la buona riuscita del caso, ma la vita stessa di più persone, anche innocenti.

Mente lucida e corpo saldo sono stati il punto di forza che fin da subito lo hanno portato a svolgere il suo lavoro egregiamente, emergendo nella carriera ancora giovanissimo, fino a fondare, dopo un periodo produttivo nella squadra anti sequestri, la Squadra Cobra, un gruppo di agenti scelti, specializzati in anti rapine.

<<... Lì, forse per la prima volta, ho piena coscienza di quel tumulto interiore che attraversava un uomo in situazioni di pericolo estremo e immediato. Paura, ma anche determinazione. E capisco che la paura rallenta il tempo... >>

I primi anni '80, passati nella squadra anti sequestri, lo coinvolsero nelle operazioni di liberazione di ostaggi sequestrati dal Mas (Movimento armato sardo).

I sequestri mi hanno sempre colpito molto, chi non ricorda gli anni di agonia di Cesare Casella o l'atrocità dell'orecchio mozzato del piccolo Farouk Kassam?  Ho sempre sentito parlare dell'Anonima sequestri sarda o calabrese, ma mai del Mas. 

Dal momento che tutto mi affascina, ho voluto  approfondire, sapere di più su quella associazione  criminale indipendente sarda, e la mia sete di conoscenza mi ha portato a parlarne a lungo con chi, in Sardegna, ha combattuto  la criminalità ogni giorno per  trent'anni, vestendo un'altra divisa.

Il Mas, organizzazione criminale indipendente nacque negli anni '80 nelle zone più ostili e impervie dell'isola, crescendo sotto la protezione della popolazione locale, molto spesso consenziente, e dei pastori mercenari che si misero ben presto al soldo di criminali latitanti, grazie al loro stile di vita molto primitivo, ubicato in montagne impenetrabili e isolate. 

Considerato alla pari delle Brigate Rosse e dei Nar (Nuclei anti rivoluzionari), a differenza della più longeva Anonima Sarda che affondò le sue radici e agì, oltre che in Sardegna anche tra le campagne di Lazio, Toscana, Umbria e parte dell'Abruzzo, il Mas non operò mai fuori dall'isola, eccezione fatta per il sequestro Comper, la cui operazione di dissequestro coinvolse Alessandri.

A farne parte erano un gruppo di malviventi e latitanti locali, uomini disumani senza scrupoli, senza nulla da perdere e dediti, oltre che alle rapine, a brutali rapimenti a scopo estorsione. 

Il Mas, seguendo quasi fedelmente i paradigmi dell'Anonima Sarda, era strutturato su una gerarchia a base piramidale, fondata sul potere matriarcale e rispettosa di un preciso codice d'onore che non li avrebbe mai visti  collaborare con le mafie e non li avrebbe mai visti coinvolti in sequestri di donne e bambini. L'organigramma esecutivo dei rapimenti partiva dalla base della piramide, gestita da un latitante, vari carcerieri, un  "cameriere" addetto al rifocillamento, che doveva fare la spola tra le cucine, abbastanza distanti dalla "tana", dove venivano preparati i pasti per l'ostaggio e carcerieri, e il nascondiglio. C'era poi un favoreggiatore, destinato a raccogliere informazioni finanziarie dell'ostaggio e alcuni uomini che fungevano da portavoce con gli intermediari della contrattazione del riscatto. 

Dal basso verso l'alto, il gradino inferiore riceveva ordini dal gradino superiore. Nessuno scavalcava nessuno e nessuno dei gradini bassi poteva interagire col vertice. 

La cosa che più mi ha sconcertato è stato apprendere che al vertice della piramide, a dettare regole, fossero proprio le donne. 

Quelle stesse donne che hanno sempre dato l'immagine di chi vive tra casa e agricoltura.

Un altro fatto che mi ha sconvolto è stato venire a conoscenza del fatto che gli ostaggi venissero legati con pesanti catene, al collo o ai piedi, lunghe giusto quel poco per poter cambiare posizione durante la notte, costretti a vivere nei loro stessi escrementi.

Più di tutto, però, mi ha scombussolato l'anima sapere che se i riscatti non venivano pagati, gli ostaggi più fortunati sarebbero stati sotterrati dal cemento, altri dati in pasto ai maiali. 

Ai maiali... come rifiuti! Quella notte quasi non ci dormii.

Il sequestro Comper segnò anche l'inizio della fine dei sequestri in generale, grazie all'introduzione, da parte della magistratura, della procedura al congelamento dei beni degli ostaggi, atto ad evitare il pagamento dei riscatti, tramutata poi in legge numero 82 nel 1991.  

Alla fine di marzo del 1985, dopo lo smantellamento della squadra anti sequestri  ci fu la svolta che  fece capire ad Attilio di appartenere "alla squadra", di essere un membro effettivo e collaborante. 

Il clima che si respirava nella sezione quel 30 maggio, era quello di quando sta per accadere qualcosa di grosso, di serio.  C'era in corso un'importante operazione che aveva teso gli animi fino allo spasmo. Anche se non vi aveva preso parte attivamente, grazie all'ordine di un superiore, venne coinvolto nella scorta di un uomo che avevano appena arrestato insieme a un gruppo di malavitosi siciliani. 

Insieme ad un collega gli venne affidato il compito di scortare nei laboratori della scientifica, per le procedure di riconoscimento, un signore dall'aria molto distinta. Attilio, curioso di sapere chi fosse, durante il breve tragitto in ascensore, cercò di soddisfare la sua curiosità domandando direttamente all'uomo le sue generalità, tanto più che di li a poco la scientifica lo avrebbe identificato.

Con un luccichio indimenticabile che scaturì dai suoi occhi, l'uomo si rivolse ad Alessandri rispondendogli:

<< Picciotto, facisti tredici. >>

Quell'uomo, scortato dall'ignaro Attilio, era uno dei più potenti boss della mafia siciliana, Pippo Calò.

Da quel giorno il giovane agente continuò egregiamente il suo lavoro nell'anti rapina, diventando sempre più scaltro e preciso durante le operazioni coordinate con la collaborazione di una squadra affiatata e valida, avanzando velocemente nella carriera.

<< ... E allora Attilio scatta dal nulla e gli salta al collo. Un gatto! Anzi, no, un cobra!. >>

<< Cobra. Da quel momento sarà il mio nome e in seguito anche quello della mia squadra. >>

Nei primi anni '90, a trent'anni, già ricopriva il grado di sovrintendente e nel '95 quello di viceispettore, conosciuto e in certi casi anche rispettato a dalla malavita per il suo modo di agire sempre schietto e diretto. Durante gli arresti non era difficile che molti si arrendessero subito alle sue manette, riconoscendone la bravura.

Quell'anno durante una movimentata operazione sul traffico di merce rubata, che lo coinvolse in un rocambolesco quanto esilarante inseguimento finito tra i rovi dei giardini di Villa Pamphili a Monteverde, venne ufficialmente costituita la squadra dell'agente Cobra.

Agente Cobra, il temuto e stimato cacciatore dei più feroci rapinatori della capitale ma non solo, perché grazie alle sue doti partecipò anche a importanti operazioni sotto copertura oltre oceano...

Ma questa è un'altra storia che vi lascio scoprire leggendo questa avvincente inchiesta.

Questa lettura mi ha aperto mondi sconosciuti, portandomi a conoscenza di interessanti  aneddoti sulla storia criminale italiana, che desidero approfondire al più presto.

Il bello di certe letture è che non si fermano alla trama stessa, ma infondono il piacere, la voglia e la curiosità di saperne di più, di scavare a fondo e conoscere.

L'Agente Cobra ha portato a termine, onorevolmente, anche questa "operazione" e per questo, in particolar modo se amate il genere giallo/noir, vi consiglio vivamente questa lettura.

Scorrevole, incalzante, accurata (per quanto, ovviamente, sia lecito raccontare) e soprattutto leggera, pur affrontando temi impegnativi.

Ringrazio ancora Tommaso e Alice per questa nuova opportunità e ringrazio il mio "informatore" per aver condiviso con me parte della suo vissuto, spesso molto simile a quello raccontato nel testo, durante gli anni di servizio sull'isola. 

Augurandovi buona lettura vi invito a correre in libreria o a spolliciare negli store, sicura che non ve ne pentirete.

Tania C.


 


giovedì 4 maggio 2023

Recensione L'ULTIMO BAR di Massimo Bigi - Ed. Ass. Terre Sommerse -

 






L'ULTIMO BAR

Autore Massimo Bigi

Ed. Ass. Terre Sommerse

Formato Brossura

Pag. 104

€ 19,90 con cd allegato

Ebook presente in tutti gli store digitali, anche con cd allegato



CONOSCIAMO L'AUTORE


Massimo Bigi, foto su sua gentile concessione 


Massimo Bigi nasce nel 1958 a Castiglione del Lago (Perugia),

suggestiva cittadina sulle rive del Trasimeno.

Cresce con uno spiccato amore per la musica e la lettura ma

non si considera né musicista né scrittore.

Da chitarrista anarchico a divenire tecnico del suono, il passo è 

breve e la sua passione per la musica lo farà approdare poi 

nell’ambito della produzione musicale.

Per alcuni anni si fa le ossa in qualità di tour manager presso la 

famosa agenzia romana “Teatro e Musica” di Fausto Paddeu.

Grazie a questa esperienza ha l’opportunità di lavorare con 

importanti artisti italiani, tra i quali Enrico Ruggeri. Proprio col 

Rouge scatta un grande feeling che si trasforma ben presto in 

una forte e indissolubile amicizia che farà emergere Massimo 

come autore di brani musicali, prodotti dallo stesso Ruggeri.

Nel 2020, prodotto da Enrico, pubblica l’album “Bestemmio e 

Prego” che già dal primo ascolto accoglie i favori del pubblico e 

della critica musicale.

Bigi, pur provandoci, non si ferma e continua a collaborare 

sempre con Ruggeri all’album “LA RIVOLUZIONE”, firmando 

alcuni brani e partecipando come ospite al tour omonimo.

In questi giorni è uscito nelle librerie e in tutti gli store digitali il 

suo nuovo lavoro intitolato “L’ULTIMO BAR”, un libro di racconti 

corredato da un “concept album”.



IMPRESSIONI DI UN'ANIMA PERSA

ALL'ULTIMO BAR



<<... L'ultimo dei bar alla fine è solo un bar ... >>


Buonasera lettori della Valigia.

Quella che state per leggere è una recensione un po' diversa dalle mie solite, che raccontano le mie letture o i miei viaggi di  approfondimento. Quella di oggi è si la recensione di un libro, ma anche di un album musicale e il racconto di una mia elettrizzante esperienza all'interno di quel mondo. 

Quando, per la prima volta, vidi Massimo, il Bigi (per gli amici), ero poco più di un'adolescente, innamorata follemente delle poesie musicali di Ruggeri.  

Un amico in comune, proprio durante un concerto di Rouge, del quale Massimo era tour manager, me lo fece conoscere e, da allora, non ho mai perso i contatti. 

È impossibile non volergli bene e non essere amici del "Bigi", la sua carica travolgente è contagiosa, ti cattura, il suo spirito sognatore  ha la capacità di trascinarti nel cuore delle sue idee e diventarne parte attiva, proprio quello che mi è successo lo scorso anno.

Con l'umiltà e il grande cuore che lo identificano, l'estate scorsa, il Bigi mi chiese di aiutarlo nel suo nuovo progetto che riguardava la prossima uscita di un libro di racconti allegato ad un album di canzoni, nati dalla sua penna e dai suoi accordi.

Come dirgli di no, come rifiutare, quando un amico ha bisogno di te?

Iniziai così, onorata di tanta fiducia riposta in me, la mia nuova e personalissima avventura nell'affascinate mondo degli editor, ascoltando i brani,  leggendo in anteprima i racconti e sistemando qua e la qualche congiuntivo ribelle.

Un racconto al giorno, emozioni intense, nuovi luoghi da esplorare, nuove menti con le quali interagire ed  entrare in sintonia.

I racconti di Massimo sono contenuti nel libro "L'Ultimo Bar", allegato ad un album progressive di canzoni che ho personalmente  definito rock "da meditazione".

Ogni racconto è dedicato ai protagonisti delle canzoni e alle loro esperienze di vita. Sono tutti personaggi che potrebbero far parte della quotidianità di ognuno di noi,  col loro bagaglio emozionale, trascinato fino a L'Ultimo Bar.

Ubicato in una qualsiasi provincia americana, L'Ultimo Bar, è il protagonista principale di ogni racconto. 

Locale dal sapore legnoso, vintage. L'aria densa di volute di fumo e vapori di alcol sapientemente dosato dall'abilità di Frank, il suo gestore.

<<... Perso nei miei giorni aspettando treni che non passano nemmeno per pietà... >>

Tra polvere, cielo afoso e laghi, ogni personaggio si ritrova a passare dal bar scandendo il  tempo cullato dall'abbraccio di  una dolce malinconia che trasporta chi legge e ascolta in un'atmosfera così familiare e accogliente, che quasi dispiace dover tornare alla realtà una volta letto il racconto e ascoltato il brano.

Nulla vieta, però, di continuare a scambiare due chiacchiere con Frank, di raccontargli i nostri problemi o, semplicemente, le nostre giornate. 

Lui, anche se non ha la soluzione concreta, sa sempre di cosa abbiamo bisogno per superare il momento critico. Birra, vodka, gin, una buona parola e una pacca amichevole sulla spalla, sono gli ingredienti che rifiniscono il suo carattere talmente taciturno da essere prolisso e  rendono il suo locale il refugium peccatorum perfetto per chi  si perde dentro le buche seminate lungo le strade della vita.

<<... Ho visto gente perdersi in un bicchiere altre non perdersi mai... >>

I clienti fissi dell'Ultimo Bar sono persone al margine, che dalla vita non hanno avuto sconti ma che hanno ben chiaro ciò che vogliono: un po' di comprensione e amore. 

Anime nate o finite nelle tempeste che la vita ti fa trovare lungo il percorso. 

Lottano, sperano, ci credono fino in fondo per poi sbattere contro il muro della realtà ma, dietro a quel muro, c'è Frank col suo fantastico margarita appena versato, pronto ad elargire i suoi saggi e muti consigli. 

Dietro il bancone c'è anche Cheryl, la ragazza del bar, nuova arrivata, pronta a servirti e a scambiare qualche parola di conforto, cercando di placare i suoi tormenti di apprensiva madre single. 

In un angolo, immersa nel fumo denso delle sue sigarette, puoi trovare  Rachel, davanti ad un bicchiere di lacrime e gin tonic, persa nelle sue domande e nelle cattiverie che altre donne le incollano addosso senza pietà. Nessuno sa quando, come e perché sia arrivata a L'Ultimo Bar e nessuno glielo chiederà mai. C'è, fa parte di quel luogo e questo basta a farla salire di diritto nella giostra delle anime perse.

<<... Quattro anime perse nella penombra del fumo tra un liquore e un profumo sorridendo a nessuno si lasciano andare in braccio al tempo ...>>

Altri personaggi si avvicendano durante le giornate liquide e fumose del bar. 

Storie, ricordi, attimi di altre anime che hanno incrociato e segnato le loro vite. 

Entri, ti siedi e tutto accade con effetto domino: i pensieri si sciolgono liberi nell'aria diventando un pot-pourri di confidenze comuni. Nessuno chiede di più e, anche se a volte si parla troppo, l'ascolto prevale sulla curiosità perché non serve sapere altro di più del qui e ora. 

È proprio in quel momento, quando capisci di essere ascoltato senza giudizi universali appesi sopra la testa come una Spada di Damocle, che diventi parte di quel microcosmo nebuloso, di una famiglia un po' al limite, ma pronta ad accogliere e dare una nuova possibilità di riscatto.

Ho definito L'Ultimo Bar "Un viaggio nel cuore dell'umanità al margine di sé stessa" perché ogni brano e ogni racconto invitano a riflettere, a scavare nel margine della nostra anima per capire quanto essere sé stessi e riuscire a stare a galla nella società, a volte, possa essere difficile nonostante i nostri sforzi per essere compresi e accettati. 

Massimo, con una delicatezza pacata e sottile è riuscito a trasmettere il disagio di certe situazioni sull'orlo del precipizio e a farne il punto di forza del carattere di ogni personaggio.

Tra un giro di do e i tre puntini di sospensione, emerge dalle proprie ceneri la voglia di nuova vita che cerca di farsi strada  nello strato coriaceo del terreno nel quale era iniziata. 

Per quanta strada possiamo aver fatto, se vogliamo andare avanti, dobbiamo tornare al punto esatto dal quale eravamo partiti, come Massimo che, a due anni dalla pubblicazione del suo album "Bestemmio e prego", si è rimesso in gioco, tornando esattamente al punto dal quale era partito: con la sua chitarra  all'Ultimo Bar. 


La grande e preziosa amicizia tra Bigi e Rouge - foto su gentile concessione di Massimo -


Per chi ancora non conoscesse questo, come lui stesso si definisce "Chitarrista anarchico e distratto, inciampa su note e pause come fossero scalini non adatti al suo passo irregolare" , mi sento in dovere di consigliare, oltre all'ascolto dei brani, la lettura dei racconti.

Come già scrissi all'uscita del cofanetto, i motivi per acquistarlo sono tanti:

1. È un album di canzoni d'autore allegato ad un libro di racconti che svelano il dietro le quinte dei personaggi delle canzoni. Quindi prenderete 2 piccioni con una fava, e non c'è cosa più bella che leggere con un coinvolgente sottofondo musicale.

2. Se dico che sono canzoni d'autore, significa che in questo album, oltre al Bigi, sensibile paroliere e chitarrista graffiante, ci hanno messo l'anima, voce e chitarre grandi nomi del panorama musicale italiano: il chitarrista magico Riccardo Cherubini, la soave Andrea Mirò e il poeta chansonnier Enrico Ruggeri.

3. Il percorso di questo progetto è stato lungo, intenso, divertente e merita di essere conosciuto.

4. Sarà un'avventura che vi porterà in luoghi nascosti della vostra anima e non mancheranno spunti sui quali riflettere.

5. I racconti sono brevi, scorrevoli e scritti con un linguaggio semplice, poiché la sottoscritta "bacchettona" ha "volutamente" lasciato correre qualche licenza poetica molto personale... (volutamente...)


6. La prefazione del libro è stata scritta da Enrico Ruggeri ed è già quella una poesia. Subito dopo la sua prefazione, e di questo mi sento onorata e orgogliosa, c'è la mia esperienza a L'Ultimo Bar quindi, se mi volete bene, sentirete il bisogno di leggerla.

Ultimo, ma non per importanza, il libro ha una cover pazzesca che racchiude l'essenza di tutto il lavoro fatto. Un piccolo capolavoro di arte grafica senza tempo ma che buca lo schermo e brucia l'asfalto.

Sperando di avervi convinti, vi auguro buona lettura e buon ascolto, ricordandovi che l'alcol, se ne abusiamo, può far male ma musica e libri sono terapeutici.

A presto, con nuove recensioni,

Tania C.






 

 


giovedì 27 aprile 2023

Recensione UN AUTUNNO D'AGOSTO di Agnese Pini - Ed. Chiarelettere -







UN AUTUNNO D'AGOSTO

Agnese Pini

Ed. Chiarelettere

Genere Grandi inchieste                                                  Collana Narrazioni Chiarelettere

Pag. 256

Formato Brossura con alette

€ 18

Formato ebook presente in tutti gli store digitali


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Agnese Pini (Carrara, 1985), giornalista, da agosto 2019 è direttrice de “La Nazione”, prima donna ad aver ricoperto questo ruolo in oltre 160 anni di storia del quotidiano. 

Da luglio 2022 ha assunto anche la direzione de “il Resto del Carlino”, “Il Giorno” e “Quotidiano Nazionale”. 

"UN AUTUNNO D'AGOSTO" è il suo primo libro.


TRAMA

Estate 1944. 

Lungo la Linea gotica che da Massa Carrara si snoda, per 300 km, fino alla provincia adriatica di Pesaro-Urbino, si combatte la parte più cruenta della guerra in Italia, causa di una serie di eccidi brutali, compiuti dai nazifascisti. 

A San Terenzo Monti, paesino di poche centinaia di abitanti, arroccato sugli irti colli tra Liguria, Emilia e Toscana, vengono uccise senza pietà e a tradimento, 159 persone, soprattutto donne e bambini, brutalmente crivellati dal fuoco nemico, col macabro e beffardo  sottofondo del suono di un organetto. 

Scavando nella storia della sua famiglia, con una scrittura intensa e delicata, Agnese riporta in vita una parte di personaggi che hanno vissuto su quelle colline il periodo più buio della storia italiana, persone dai tratti quasi romanzeschi proprio per la forza e l'umanità della sua narrazione. 

Agnese Pini ha scritto un importante romanzo civile, plasmato nel respiro universale dell'inchiesta-racconto che parla di noi e del presente. 

“Una storia così” dice l'autrice “lascia un segno indelebile nelle famiglie che l'hanno subita, e appartiene a tutti i sopravvissuti e ai figli dei sopravvissuti. È una storia di umanità e amore perché, soprattutto nei momenti in cui vita e morte sono così vicine, l'umanità e l'amore escono più forti che mai. 

L'ho sentita raccontare fin da quando ero piccola: la raccontavano mia nonna, mia madre, mia zia (nella foto di copertina), ma per molto tempo ho pensato che fosse un capitolo ormai chiuso della storia d'Italia e della mia storia personale. 

Grazie anche al lavoro che faccio, ho capito invece che quel capitolo era tutt'altro che chiuso, che lì si nascondono gli istinti più inconfessabili di ciò che possiamo ancora essere. L'ho capito con la guerra in Ucraina, vedendo come certi orrori si perpetuino sempre identici al di là delle latitudini e degli anni. 

E l'ho capito perché nel nostro paese c'è un periodo, il ventennio fascista, che ancora non riusciamo a guardare con una memoria davvero condivisa. La storia raccontata in questo libro può diventare allora un'occasione per tornare a ciò che siamo stati con una consapevolezza nuova. Del resto la resistenza civile di un paese si può tenere viva solo restituendo verità e dignità al destino degli ultimi. 

Questo è un libro sugli ultimi ed è a loro che è dedicato, perché su di loro si è costruita l'ossatura forte e imperfetta di tutto il nostro presente, dunque anche del mio”.


IMPRESSIONI


Cimitero di San Terenzo Monti, epitaffio della stele dedicata ai martiri dell'eccidio - foto personale

Amici della Valigia buongiorno,  la recensione di oggi è tratta dall'inchiesta biografica "UN AUTUNNO D'AGOSTO" di Agnese Pini, edito da Chiarelettere. 
Il 25 aprile, zaino in spalla, col supporto della mia amica Martina, ho deciso di percorrere la Via della Resistenza che ci ha portate a San Terenzo Monti, ripercorrendo i passi dell'autrice.
Agnese Pini è una mia conterranea, con un passato importante e duro da "digerire" ancora oggi. 
Un passato talmente radicato e presente, che ha deciso di farlo conoscere a più persone possibili, in modo tale che il sacrificio dei martiri di San Terenzo Monti diventasse un monito per non dimenticare mai più gli stessi orribili crimini di un tempo.

La storia di San Terenzo Monti è legata a quella di San Terenzo Mare per la leggenda del Vescovo di Luni Terenzio.
Il Vescovo, approdato dalla Scozia a Portiolo di Lerici avrebbe dovuto recarsi a Roma, ma non vi arrivò mai, decidendo di vivere in povertà a Portiolo e dedicandosi alla fede e alla pesca.
Venne poi trucidato in un agguato teso dai suoi servi. Fu caricato su un carro trainato da due buoi e lasciato in balia degli eventi. Il carro, senza guida, si inerpicò sulle mulattiere, attraversando le colline lericine per arrivare fino al torrente Bardine sul confine montanaro di Liguria, Emilia e Toscana: la Lunigiana, terra della Luna.
Lungo le sponde del Bardine, i buoi morirono e, in quel luogo, nel 728 venne eretta la chiesa di un paese che prenderà il nome di San Terenzo Monti.
Gli abitanti di Portiolo, non avendo più le sacre spoglie del Santo a cui rendere omaggio, decisero quindi di cambiare il nome di Portiolo in San Terenzo che guarda il mare, oggi San Terenzo (Mare).
Questa storia è raccontata nei primi capitoli del libro di Agnese, di origine santerenzina (San Terenzo Monti) per parte di madre. A raccontarla è l'amico Roberto Oligeri, delegato alla Memoria del Comune di Fivizzano e nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca, figlio dell'oste del paese Mario Oligeri, un uomo che ha lasciato il segno nella storia, sacrificando sé stesso e parte della sua famiglia sfamando Reder e il Monco, per cercare di salvare il paese.

Salumeria Oligeri, ai tempi Osteria di Mario. Al piano terra c'era l'emporio e al piano superiore l'Osteria - foto personale -


Lo vedevo, e mi sembrava quasi di sentirlo Mario Oligeri, con il suo viso buono, amichevole, contratto dal terrore di quei momenti interminabili dell'assedio in Osteria, mentre aiutava a mettersi in salvo nei boschi sottostanti la sua cameriera Emma, presa di mira dai loschi tirapiedi di Reder.
Oggi l'antica Osteria Oligeri non c'è più, è rimasta la salumeria, quella che, ai tempi, era l'emporio sito all'entrata del paese.
Davanti alla sua insegna, la mente altro non può che ripercorrere il tempo a ritroso, come fosse una pellicola in bianco e nero dell'Istituto Luce.
Mario, aiutato dalla vecchia Adalgisa, intento a cucinare i sei polli da servire ai tedeschi. La preoccupazione sui volti della giovane Emma e di Adalgisa, nell'apprendere che i sei polli, molto difficili da reperire in quel periodo, erano diventati sette.
Erano le undici e trenta del 19 agosto, l'aria resa irrespirabile dall'afa e dal terrore dello scricchiolio prodotto dalla maschinenpistolen impugnata dal sottufficiale Paul Albers.
La voce di Reder, impastata dal vino, quello buono, messo in fresco da Mario, che da il via a procedere in quell'istante all'esecuzione di massa dei rifugiati a Valla.

<< "Centosessanta" aveva detto. E gli era bastato quel numero, non aveva dovuto aggiungere altro. Reder aveva annuito ... >>

Luni, zona della villa quartier generale di Reder - foto da Google Maps -

Mille voci e immagini mi rimbombavano per la mente non mi davano pace, mentre le lacrime trattenute a stento mi chiudevano la gola alla luce dell'agghiacciante scoperta che, a Luni (all'epoca Comune di Ortonovo, oggi Luni), a pochi metri da casa mia c'è una villa che al tempo dei fatti, era stata assediata dalle SS, diventando quartier generale di Reder e del Monco.
In una di quelle stanze, nell'ufficio di Reder, la sera del 17 agosto 1944, alle otto in punto, Helmut Looß entrò a colloquio con Reder e, tra le volute di fumo del maggiore, pianificarono data e luogo del massacro.
Storia sepolta nei ricordi, smarriti, dei miei concittadini, dei miei bisnonni e nonni. Storia che nessuno ha mai raccontato fino in fondo. Forse per dimenticare, per non ridare linfa vitale ai fantasmi di un passato così atroce.

Il racconto della Pini e di Oligeri prosegue quasi come un romanzo, ridando voce ai martiri dell'eccidio di Bardine e San Terenzo, attraverso le voci della sua famiglia e dei loro compaesani, alcuni riusciti a scampare la ferina esecuzione.

<< Sarebbero andati a Valla la mattina dopo. Palmira non aveva detto neppure una parola, era rimasta in silenzio a sentire le decisioni della nuora e della Lea, e non aveva replicato nulla. Non aveva nemmeno annuito. Eppure sentiva dentro un'angoscia che le pesava sul petto come un mattone, non era affatto convinta che Valla fosse la scelta giusta, che la grande fattoria dei Cecchini sarebbe stata un posto buono per nascondersi. >>


Stele eretta al ponte di Bardine in memoria del gruppo partigiano "Ulivi" e dei ragazzi versiliesi - foto personale -

San Terenzo Monti, 13 agosto 1944, presso il ponte di Bardine, un gruppo di partigiani chiamato "Ulivi" capitanati da Alessandro Brucellaria "Memo", facente parte della Brigata partigiana Ugo Muccini guidata dal maggiore Alfredo Contri, riuscì a spuntarla su 17 soldati tedeschi che stavano razziando il bestiame dei paesani.
Quattro giorni dopo, il 17 agosto, un plotone delle SS, al comando del maggiore Reder, fece incursione in quel di San Terenzo con 53 prigionieri catturati durante un rastrellamento in Alta Versilia.
La sera del 17, dopo l'incontro nella villa di Ortonovo, per vendicare i soldati tedeschi, Reder decise di uccidere i partigiani e i versiliesi, lasciando come monito uno sbeffeggiante, macabro e minaccioso cartello, per annunciare che avrebbe rastrellato tutta la zona da Bardine a San Terenzo:

"Questa è la prima vendetta dei 17 tedeschi uccisi presso il Bardine.

I giovani partigiani e i versiliesi catturati vennero legati e impalati agli alberi e ai pali dei vigneti e, dopo barbare torture, vennero fucilati senza pietà il 18 agosto.
Nello stesso momento, la bisnonna di Agnese, Palmira Ambrosini, nonostante avesse provato a non pensare alla brutta sensazione che la stava attanagliando, per scampare alla "visita" dei nazifascisti, decise di scendere a Valla, dai Barucci, ma non riuscì a salvarsi e venne trucidata sotto al pergolato della fattoria a Valla, situata in un boschetto appena fuori dal paese, insieme ad altri paesani e bambini.

<<... A Valla è sicuro e si può stare anche coi ragazzi più piccoli.>>
<<Anna... >>
<<... Qui ci ammazzano tutti ...>>
<<Tu lo sai che hanno promesso...>>
<<... Hanno promesso che San Terenzo non la toccano, lo sanno che noi non c'entriamo niente.>>


Valla, fattoria Barucci gestita, all'epoca dell'eccidio, dai mezzadri Cecchini -foto personale -


La fattoria, vista la sua posizione isolata, avrebbe dovuto essere un luogo sicuro, intoccabile, fuori dalla portata di Reder e del suo tirapiedi Looß, nominato il "monco", a causa della mancanza di un arto superiore perso durante una battaglia.

Fattoria Barucci a Valla, si notano le due strutture dove, inizialmente, avevano diviso gli uomini dalle donne e bambini perché: " Hanno detto che le donne e i bambini non li toccano." - foto personale -

Ripercorrere i passi della bisnonna Palmira, quasi udire l'assordante grido di dolore di ogni vittima tradita da chi si votò al potere nero, è stata un'esperienza intensa, forte come il temporale che ci ha sorpreso nella fattoria a Valla.
Lampi, seguiti da tuoni, come a voler rimarcare la raffica metallica delle "maschinenpistole" del fuoco nemico.


Monumento ai martiri di Valla, trucidati nel mezzogiorno del 19 agosto 1944


Davanti al monumento dei martiri di Valla, non potevo fare a meno di pensare alla speranza di salvezza che avevano portato nel cuore quelle persone buone e semplici, che si erano fidate, cercando di trovare un briciolo di un umanità in chi, l'umanità, non sapeva nemmeno cosa fosse.
Guardavo il paesaggio circostante, gli immensi pascoli gialli così placidi e rigogliosi, il verde smeraldino del boschetto di canne di bambù e noccioli che circondano la fattoria e mi chiedevo come abbia fatto Reder a trovare quel luogo così isolato, fuori mano e nascosto. Talmente nascosto che pure io, con tanto di navigatore non sono riuscita a trovare "alla prima".

Prato della fattoria di Valla, "il prato delle foto" - foto personale -


Sembrava quasi di vederle tutte quelle povere anime, ballare perplesse, ma col cuore ancora inesorabilmente gonfio di speranza, tra quei fiori gialli mossi da una brezza nella quale riecheggiava la macabra sinfonia dell'organetto di Reder.
Persone innocenti, tradite e sbeffeggiate dalle camicie nere, da conterranei corrotti, spesso per convenienza.
Due giovanissime ragazze di Ceserano, Beppina e Giorgetta, vendute al fuoco nemico da un sedicente ''direttore di ufficio pubblico di Carrara", in cambio della salvezza della sua famiglia.
Un gioco macabro, al massacro, senza etica né pietà, dove una vita, per convenienza, aveva più valore di un'altra, come quelle bestie che divorano i propri cuccioli per sopravvivere...

<< Don Rabino sembrava che lo stesse aspettando, manteneva lo sguardo alto e fermo, senza dire nulla perché in fondo non c'era nulla da dire... >>

Cimitero di San Terenzo Monti, sacrario dei martiri dell'eccidio - foto personale -


Non ho trovato riscontro, ma credo sia il pollaio della canonica dove la piccola Maria Vangeli si nascose, scampando alla cattura, dopo l'esecuzione di Don Rabino - foto personale -


Dopo la visita a Valla, abbiamo sentito il bisogno di recarci al cimitero del paese, dove riposano le vittime della fattoria e il parroco.
Davanti alla sua tomba, ho ripensato agli sforzi di Don Rabino, che ha cercato di salvare, invano, più gente possibile.
Ucciso lui stesso, un'esecuzione spietata, un colpo al centro del petto, nella canonica della Chiesa.
Don Rabino che, nonostante tutto, un'anima innocente, la piccola Maria, era riuscito a salvarla, nascondendola nel pollaio della canonica.


Targa affissa sul muro della canonica di San Terenzo, in memoria di Don Michele Rabino - foto personale -


Non ero mai stata in quei luoghi, pur abitando a pochi km. Ne avevo sentito parlare nei racconti di mia nonna e dello zio che, ai tempi, abitavano poco distante ed hanno vissuto il terrore sulla loro pelle, nascondendosi per giorni interi nei fossi e nelle grotte durante i bombardamenti e i rastrellamenti. Fortunatamente la mia famiglia non è stata toccata, sono riusciti a sopravvivere tutti, ma hanno portato nell'anima, per anni, quel peso troppo grande per loro, all'epoca bambini e adolescenti.
Dopo aver letto "UN AUTUNNO D'AGOSTO", mi sembrava doveroso approfondire e il 25 aprile, anche se con la pioggia, mi sembrava la giornata più "giusta".
Una giornata della Memoria, per ricordare il periodo più buio della storia italiana, fatto di odio, violenza, dolore, crimini feroci.
Crimini per i quali nessuno ha chiesto perdono, si è mai pentito, ma soprattutto ha mai pagato, fatto salvo alcuni, comunque mai pentiti ( ancor peggio ), messi spalle muro dal Procuratore Generale Militare Marco De Paolis.
Reder stesso, l'unico, all'epoca, ad aver pagato per i suoi crimini tuonò, nel 1986, appena rientrato in Austria dall'Italia, a spese del governo italiano, dopo l'amnistia concessagli da Craxi nel 1985:

<< NON HO BISOGNO DI GIUSTIFICARMI DI NIENTE. >>

E questo dovrebbe restare indelebile nella memoria di tutti!

Nella sua inchiesta, la Pini non ha potuto non dedicare qualche pagina all'ombra nera di un'altra guerra, terribilmente attuale. In Ucraina si sta combattendo da quasi un anno e mezzo. Un nuovo massacro, conseguenza di un gioco di potere e tirannia del quale nessuno si addossa la colpa e che da anni non riesce a trovare un punto d'incontro, ma continua a mietere vittime innocenti ogni giorno.
Nessuno vuole desistere, l'orgoglio, il potere, la smania di dominare l'Europa, stanno portando ad una battaglia infinita che sta avvolgendo col suo manto nero l'incolumità mondiale.

Chiedo scusa se ci fosse qualche inesattezza storica, ho cercato di seguire fedelmente il racconto di Agnese Pini e le varie targhe trovate affisse lungo il paese, ma essendo la storia stessa così ricca di fatti, spesso è facile perdersi o fare un po' di confusione perciò, doveste trovare qualche errore, gradirei la segnalazione per poterlo correggere.
Ringrazio il signore del trattore che ci ha evitato di girare a vuoto, facendoci strada fino alla Fattoria Barucci a Valla. È stato così gentile da raccontarci anche la storia della sua famiglia, trucidata proprio sotto il pergolato di Valla.
Ci è sembrato anche molto contento nell'apprendere che il libro della Pini non fosse un romanzo ma la fedele ricostruzione della storia del paese. Si vedeva chiaramente quanto fosse orgoglioso di questo. E a noi ha fatto un immenso piacere che Agnese abbia saputo raccontare la storia con tanta empatia da sembrare quasi romanzata.
Mentre il ''Signore gentile del trattore'', così lo abbiamo nominato non ricordandone il nome, ci raccontava la sua storia, un sorriso dolce era stampato tra le sue labbra.
Il sorriso di chi porta ancora addosso il peso di quegli anni bui, ma che è felice di poter condividere e ridare voce e vita a chi la vita l'ha persa combattendo fino alla fine per dare un futuro ai loro figli riusciti a sopravvivere.

Il gentile Signore del trattore - foto personale -




Dell'ubicazione della Villa di Isola di Ortonovo, quartier generale di Reder, non ho un riscontro preciso. Pur avendo cercato notizie al riguardo, sia on line, sia in Comune o chiedendo agli storici del Comune, la fonte più attendibile penso si trovi proprio nella foto postata.
All'epoca erano state assediate sia la Fattoria Benellli che Villa Becco, oggi Villa Elena, situata nella zona del Becco, sulle alture di Isola, proprio sul confine con Carrara. Escludendo la fattoria Benelli, che si era stata assediata, ma nel testo si parla di Villa e non di fattoria, Villa Becco/Elena, mi sembra la meno probabile, sia come ubicazione e soprattutto perché non c'è un riscontro di Reder in quella casa. Resta però impresso il ricordo comune di case e stanze confiscate dai tedeschi un po' ovunque nella mia zona di residenza.
A quei tempi i tedeschi confiscavano le case senza tanti complimenti, proprio grazie alla posizione strategica, situata tra il mare e la Linea Gotica.
Una di queste dimore si trova proprio dietro casa mia.
Non è stato facile venire a conoscenza di questi ricordi, sto facendo ricerche personali sul luogo, vicinissimo a casa, ma tutto risulta molto difficile. I ragazzini che vissero quel periodo oggi sono quasi novantenni, molti non amano ricordare, altri hanno preferito dimenticare, altri ancora, i più, non hanno mai saputo nulla al riguardo perché all'epoca ai bambini si nascondevano le atrocità per poterli salvare. I più fortunati venivano mandati in dimore sicure da parenti o amici che potessero prendersene cura.
Di quanto ho appreso da UN AUTUNNO D'AGOSTO e dalle mie ricerche, sono sempre più convinta che, nelle scuole, la storia che dovrebbe essere insegnata è questa.
Storia locale, che sul sangue versato dai nostri bisnonni e nonni, ha creato l'Italia.
Durante la visita a Valla, il Signore del trattore ci ha raccontato che poco tempo fa una scolaresca elementare, proveniente dalla Germania si era recata proprio alla fattoria a Valla.
I bambini avevano dipinto dei sassi coi nomi da lasciare sotto la stele commemorativa dei martiri.
Non ho potuto fare a meno di pensare a cosa abbiano provato questi bambini e i loro insegnanti alla luce dei fatti e visitando quel luogo, che oggi emana una pace surreale.

Il ricordo di Clara Cecchini, la bambina di 7 anni rifugiata nella fattoria di Valla, unica superstite dell'esecuzione avvenuta sotto il pergolato della fattoria. - Foto personale -

Non vi racconto la storia di Clara, nemmeno quella di Enia e della sua gallina, lascio a voi il piacere di scoprirla leggendo la storia raccontata da Agnese Pini.
Un libro che mi sento di consigliare soprattutto ai giovani, alle scuole e ai miei conterranei, per capire da dove proveniamo, e riflettere sul sacrificio di chi ci ha permesso di essere qui, oggi, a leggere queste pagine.
Il libro storico potrebbe mettere timore ma, vi rassicuro, la lettura è piacevole grazie allo stile pacato e semplice di Agnese. Così scorrevole e semplice che viene facile ricordare anche le date, incubo delle interrogazioni di ogni alunno.
Vi invito anche a visitare questi luoghi, non solo San Terenzo ma anche Sant'Anna di Stazzema, Bergiola, Vinca, Castelpoggio. I paesi che hanno dato la vita per garantire la vita futura.

Fattoria Valla. Colonnina spezzata in memoria dei martiri di Valla.
Spezzata come la vita di tutte le persone che si sono sacrificate per la pace e la libertà.




Per la copia cartacea di "UN AUTUNNO D'AGOSTO" che ho avuto in omaggio, ringrazio Alice e Tommaso di Casa Editrice Chiarelettere.
Ho amato ogni pagina di queste confidenze, ho amato ogni persona che ha raccontato la sua storia e li ringrazio tutti con un abbraccio virtuale.
Li ringrazio col cuore in mano per avermi invogliato a scavare nella storia della mia terra, la terra della Luna.

Buona lettura,
Tania C.

Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

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