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sabato 2 marzo 2024

I BINARI DEL NON RITORNO: IL GHETTO DI RIGA - Il mio viaggio in Lettonia lungo i binari del non ritorno -






I BINARI DEL NON RITORNO:
IL GHETTO DI RIGA
- Il mio viaggio in Lettonia lungo i binari del non ritorno -

Amici della Valigia ben ritrovati. 
Come di consueto, anche quest'anno, la Valigia ha preso il volo per seguire i "Binari del non ritorno", atterrando in Lettonia, precisamente sul Mar Baltico, a Riga.
Ho scelto una delle date più possibile vicine alla Giornata della Memoria, ma anche un periodo durante il quale il freddo polare non fosse troppo impietoso. 
Di fatto, il 24 febbraio, armata di buone scarpe termiche anti ghiaccio e mantella per la pioggia, ho varcato, col cuore gonfio di emozioni indefinibili, il cancello del Museo del Ghetto di Riga.
Il museo del Ghetto di Riga si trova sulle sponde del placido e gelato fiume Daugava, poco distante dall'antico Ghetto ebraico, sito nel quartiere moscovita. 
Gli edifici di austera architettura sovietica, rimandano al 1 luglio 1941, quando Riga venne occupata dai nazisti.
Intorno al Ghetto, edifici di pietre rosse e nere, severi, stagliati sotto il cielo gravido di pioggia e vento, testimoni immemori di uno dei più atroci stermini di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Quartiere moscovita - foto personale -

Tutto lascia presagire che all'epoca, probabilmente, quegli edifici fungessero da campi lavoro o comunque da edifici di nazisti, ma non ho trovato approfondimenti.
Riga è la capitale della Lettonia, sulla costa del Mar Baltico. 
La  Lettonia, insieme alle confinanti Estonia e Lituania, formano le tre Repubbliche Baltiche e, nel 1940, l'Unione Sovietica le inglobò sotto il suo dominio.
Pochi giorni prima dell'Olocausto, a Riga viveva una comunità ebraica di all'incirca 43.000 ebrei. 
Il 1 luglio 1941, la città di Riga subì l'occupazione da parte delle truppe naziste, infervorata dall'insorgere di feroci gruppi lettoni simpatizzanti delle truppe naziste. 
Questi gruppi crearono scompiglio e terrore arrestando, massacrando e trucidando brutalmente, tra le conifere e betulle del vicino bosco di Bikernieki, una parte degli ebrei residenti a Riga, circa 27.000.
Tre giorni più tardi un gruppo di mercenari lettoni appiccò il fuoco alla Sinagoga Chor, nella quale persero la vita circa 300 rifugiati ebrei. Quella fu la prima di altre Sinagoghe date al rogo. 
Fu grazie al provvidenziale intervento dei cittadini lettoni e di Riga che si poté arginare un massacro immane. 
Žanis Lipke, un portuale lettone che prestava servizio a Riga, dopo aver assistito alla brutalità dell'accanimento contro gli ebrei da parte delle truppe naziste e dei loro scagnozzi, contando sulle sue sole forze, riuscì a mettere in salvo 50 ebrei. 
270 furono gli uomini, eroi coraggiosi, che si adoperarono a salvare esseri umani finiti sotto le grinfie cancerogene dei nazisti. 
I loro nomi sono riportati su una targa alla memoria.
Nei tre mesi successivi la comunità ebraica residente a Riga visse nel terrore. In pochi minuti, quelle povere persone, si videro costrette a lasciare le loro case, a vedere tutti i loro risparmi e le loro proprietà confiscate. 
Persero il lavoro durante retate coatte, subendo violenze e aggressioni senza precisi motivi, solo per il fatto di essere ebrei, esseri imperfetti, indesiderati. 
In particolar modo venne loro imposta la pubblica umiliazione del divieto di utilizzo dei mezzi di trasporto, di camminare lungo i marciapiedi e quella di indossare obbligatoriamente, cucita su ogni indumento, la Stella Gialla, la Stella di David.  

La Stella di David su abiti originali - foto personale -


Dopo atroci barbarie, susseguite da violenti stermini e aggressioni, il 25 ottobre 1941, nel quartiere moscovita, la parte più cruda, austera e fatiscente di Riga, venne costituito il "Ghetto di Riga", una minuscola città dentro la città, dove poter confinare gli "indesiderati", i "rifiuti" da debellare.
Una volta costituito il Ghetto, i tedeschi cominciarono a ridurne, con uno sconvolgente crescendo esponenziale e per mezzo di azioni barbare, il numero degli abitanti. 
I luoghi dei massacri di massa ritenuti più idonei alle esigenze dei boia furono la foresta di Rumbula, dove vennero massacrati, in totale, 38.000 ebrei e il bosco di Bikernieki che raggiunse la stima di 48.000 omicidi, in prevalenza di ebrei. 
Gli anziani, vista la situazione di estremo e degradante disagio, formarono un consiglio, in modo da cercare di rendere più dignitosa possibile la permanenza nel Ghetto. 
Con l'aiuto di tutti, presero vita un centro anziani, una farmacia e un piccolo ospedale. 
Intanto tutti gli ebrei del Ghetto, uomini, donne e bambini, furono condannati a lavori forzati, mentre gli aguzzini nazisti depredavano le loro case da qualsiasi loro oggetti di finissimo artigianato: abiti ricamati a mano, dipinti artistici, antichi strumenti musicali, preziosa biancheria.

Museo del Ghetto di Riga, La Casetta del Ghetto nella piazzetta con le opere dedicare all'Olocausto - foto personale -


Nella notte tra il 29 e 30 novembre 1941, l'alto ufficiale delle SS Friedrich Jeckeln, eseguì l'ordine del Generale Heinrich Himmler: "far fuori il Ghetto trucidando tutti gli ebrei lettoni". Quella notte il Ghetto venne circondato e a tutti gli ebrei venne ordinato di riunirsi in gruppi di circa 1000 persone. 
Avrebbero potuto portare con sé una valigia di circa 20 kg perché sarebbero stati trasferiti in un campo nei pressi di Riga.
Furono molte le persone che non credettero all'umiliante bugia raccontata dai carcerieri e, quelle stesse persone, durante il trasferimento, si suicidarono.
La mattina del 30 novembre, alcuni gruppi vennero portati nella foresta di Rumbula e fucilati senza pietà.
I restanti vennero uccisi per le strade del Ghetto e nelle loro case, fino allo sterminio totale di più di 27.000 persone, conclusosi tra l'8 e il 9 dicembre del 1941.
Molti furono i personaggi di spicco uccisi: il Rabbino Capo, lo storico Simon Dubnov e alcuni membri del Consiglio degli anziani.
In città rimasero 4.000 ebrei uomini  e poche centinaia di donne, quasi tutte sarte. 
Non contenti delle atrocità messe in opera, i nazisti ricrearono il ghetto quasi vuoto deportatando da Germania, Austria e Cecoslovacchia 16.000 ebrei.
Il nuovo ghetto fu diviso in "Ghetto Maschile Lettone", dove vennero confinati solo uomini e "Ghetto delle donne Lettone", dove furono imprigionate solo donne e bambini. Questo nuovo ghetto prese il macabro nome di "ghetto tedesco". 
Gli abitanti, cercando di sopravvivere, radunarono le loro poche forze per allestire, clandestinamente, un negozio di alimentari e un panificio. Venne allestita anche una scuola con una cucina per gli ultimi bambini ancora in vita.  
Nel 1942, come un avido segugio che fiuta e stana la preda, i tedeschi riuscirono a scoprire le piccole attività segrete degli ebrei e, dopo una inutile e vana rappresaglia, vennero sterminati un centinaio di ebrei malati e disabili, gli anziani e tutti gli uomini facenti parte della polizia  ebrea.  
Nel gennaio 1943, i due Ghetti furono rafforzati. 
Nell'estate del 1943, i tedeschi inviarono molti esseri umani reclusi nel Ghetto il campo di lavoro di Kaiserwald e ad altri limitrofi.  
A dicembre, nel Ghetto di Riga non ci furono più ebrei.
Con l'avanzata delle forze sovietiche, nel 1944, le truppe tedesche inviarono alcuni gruppi di uomini ebrei alle fosse comuni col compito di aprirle e bruciarne i cadaveri sepolti. A lavoro terminato, non ancora contenti, i tedeschi,  fucilarono ogni uomo che aveva preso parte all'apertura delle fosse. 
Luglio, 1944. 
L'Armata Rossa riuscì a varcare i confini lettoni. I nazisti ne approfittarono per sterminare i prigionieri ebrei del campo di concentramento di Kaiserwald, a Riga. I pochi sopravvissuti furono smistati nei lager fuori dalla Lettonia, soprattutto a Danzica, nel campo di  Stutthof.
Finalmente, il 13 ottobre 1944, l'Armata Sovietica liberò Riga dalla dittatura nazista e circa 150 ebrei, tra i quali alcuni bambini, poterono uscire da quei nascondigli "sicuri" che gli permisero di salvarsi.






Interno e oggetti originali della Casa del Ghetto - foto personale -


A grandi linee, questa è la Storia dell'Olocausto di Riga.
Varcare la soglia di quel museo a cielo aperto non ha fatto altro che rafforzare ciò che libri, viaggi e vita mi hanno insegnato col tempo, ovvero quanto sia piccolo il mondo. 
Quanto il terrore, l'intolleranza e l'odio possano annullare le distanze, le ideologie, le nostre certezze e il diritto alla libertà.
Mi aspettavo il dolore e le lacrime, ma più di tutto mi ha fatto male sentirmi piccola e troppo fortunata per essere nata in un periodo di pace e con tratti somatici e discendenza sanguinea  che per quei tempi erano ritenuti "normali". 
Ma cosa è giusto? Chi e cosa può definire il concetto di normalità, di "purezza del sangue"?
Ogni volta che cerco di darmi una risposta, finisco sempre per incappare in altre migliaia di domande che una risposta non l'avranno mai.
Il percorso del museo del Ghetto inizia con la visita ai Ponti di cultura, un'esposizione sulla storia degli ebrei lettoni
Una grande stanza allestita con una ventina di poster che ripercorrono circa 450 anni di storia ebraica in lettone,  in inglese e, in alcuni casi, anche in francese, dalla nascita delle comunità del Ducato di Curlandia, fino a oggi.
Racconti dettagliati sulla Prima Repubblica, a cavallo tra il 1918 e il 1940, sull'importanza delle comunità ebraiche per lo sviluppo del nuovo Stato, della cultura, dello sport e dell'evoluzione scientifica.
Proseguendo si trova Un muro commemorativo dedicato agli ebrei vittime degli stermini, deportati a Riga dall'Europa Occidentale. Lungo i pannelli si possono leggere i nomi di tutti gli ebrei che dall'Austria e Germania furono deportati nel Ghetto e ivi deceduti tra il 1941 e il 1944.
Devastante è stato vedere e salire sul vagone che da Berlino arrivava a Riga. Viaggio di sola andata.
Nella piazzetta del museo, oltre a opere artigianali in memoria dell'Olocausto, si trova anche una casetta di legno originale dell'epoca. 
La casa del Ghetto di Riga
Casetta di legno su due piani, fu costruita a metà del 1800 nel quartiere moscovita (Maskava Forstate) nel punto in cui si sarebbe trovato il Ghetto durante la Seconda Guerra Mondiale. La casa ha una superficie di 120 mt quadri e all'epoca ospitò fino a 30 persone contemporaneamente.
Nel 2011 la casetta venne collocata poco distante, nell'attuale museo del Ghetto di Riga e dell'Olocausto,
A piano terra si possono oggi ammirare le riproduzioni di alcune sinagoghe lettoni. 
Al primo piano è stato riprodotto l'appartamento/cella composto da due stanzine, completamente arredate con mobili e oggetti personali e di uso quotidiano risalenti all'epoca.






Stanza 3.000 destini e opere della Beltsova - foto personale -



Se salire sul vagone mi ha stracciato l'anima, entrare nella stanza nominata 3.000 destini, mi ha completamente atterrata. Nella stanza è installata una ricchissima esposizione delle opere della pittrice Alexandra Beltsova, ritraenti momenti di vita nel Ghetto e di foto e documenti originali inediti, provenienti da collezioni  e archivi privati, tutta dedicato agli ebrei deportati dal Ghetto di Theresienstadt (oggi conosciuta come Terenzin, in Repubblica Ceca) e sterminati nel 1941.
La visita al museo è gratuita, lungo il percorso ci sono delle cassettine per offerte libere che permettono la manutenzione dei locali e del sito. 
Un ragazzo simpaticissimo è pronto a dare tutte le delucidazioni possibili in un inglese quasi madrelingua.
Sono presenti opuscoli in italiano e altre lingue, che riportano la spiegazione delle varie stanze.
Ci sarebbe da dire molto altro ancora, perché la storia è una enorme Matrioska: ogni volta che si pensa di aver conosciuto tutto, c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, nuovi capitoli da studiare, nuovi vissuti da conoscere.
Come dicevo prima, nessuno mi darà mai una risposta esaustiva e veritiera sul perché l'odio ha portato a uno sterminio di massa internazionale, sul perché nessuno abbia mai provato a scusarsi veramente per quegli orrori gratuiti.
Allora come oggi.














Berlino-Riga solo andata, il binario del non ritorno - foto personale -



So soltanto che viaggiare significa anche conoscere il nostro passato, la nostra storia, e gettare le basi per un futuro libero. Per nostra storia intendo La Storia dell'Umanità, unica e unita, senza distinzione di razza e sesso. 
Questo mio viaggio nella storia è stato uno dei tanti passi che prima o poi mi porteranno ad Auschwitz ma, per il momento, ho ancora tanto da imparare e da vedere, prima di essere in grado di affrontare il mio personale viaggio della Memoria.
Chiedo scusa se doveste riscontrare errori durante il racconto, non sono una storica e mi sono basata su nozioni lette in loco, prese dall'opuscolo rilasciato dal museo e da siti storici lettoni attendibili. Ovviamente il traduttore Google fa quello che può, per imparare il lettone non sono ancora pronta e soprattutto non credo di essere in grado. 
Qualcosa, sicuramente mi sarà sfuggito e gradirei se me lo faceste notare in modo da correggermi e correggere l'articolo.
Per chi volesse approfondire, posso consigliare The Journey into Terror: The Story of the Riga Ghetto, di Gertrude Schneider, la storia di una bambina in età scolastica, miracolosamente sopravvissuta all'Olocausto di Riga. Potete trovare il libro su Amazon, un po' caro e in inglese, ma credo nel valga la pena se riuscite a leggere in inglese.

Buona lettura e, perché no, buon viaggio.
Tania C.





martedì 16 gennaio 2024

Recensione: PASSARE IL FIUME di Alessio Torino e Simone Massi - Ed. Orecchio Acerbo _

 






PASSARE IL FIUME

Autore Alessio Torino

Illustrazioni Simone Massi

Ed. Orecchio Acerbo

Anno di pubblicazione 12 gennaio 2024

Formato 21x23

Genere Albi illustrati 

Età di lettura da 8 anni in su

Pag. 56

€ 18,90 (in offerta sul sito della C. a € 17,96)


CONOSCIAMO GLI AUTORI

Alessio Torino

Ogni scrittore ha un compito importante da svolgere: quello di donare e tramandare ai lettori, le proprie storie. 

Parole di Alessio Torino a proposito del suo mestiere. 

Nato a Urbino nel 1975, insegna Letteratura latina nell’università della sua città.

La scalata alla carriera di scrittore vede gli esordi con la pubblicazione di alcuni suoi racconti sulla rivista Nuovi Argomenti. Il  2010 vede la pubblicazione del suo primo romanzo “Undici decimi”, edito da Minimum Fax. 

Il successo del romanzo lo porterà alla soddisfazione della vittoria del  Premio Bagutta, come miglior Opera Prima e il premio Frontino Montefeltro. 

Pregio incrollabile della sua carriera è quello di aver vinto un premio  per ogni libro pubblicato: ultimo il prestigioso Premio Mondello, vinto con “Al centro del mondo”, edito da Mondadori nel 2020. 

I suoi romanzi sono spesso dedicati ai più piccoli, sono al protagonisti dei suoi interessi narrativi, a partire da “Tina” (Minimum Fax, 2016). 

Il suo ultimo suo romanzo è “Cuori in piena” , pubblicato da Mondadori nel 2023.

“Passare il fiume”, primo libro pubblicato da Orecchio Acerbo, segna il suo esordio nella letteratura illustrata.


Simone Massi 

Nato nel 1970 tra le dolci colline  marchigiane di Pergola, Simone Massi riscrive in italiano la pacata semplicità dei suoi amatissimi artisti slavi. 

Impiega anni di lavoro impegnativo e passione per illustrare e animare in pochi minuti la storia di numerose generazioni di infaticabili lavoratori dall'anima boschiva.

Ma Simone, come un buon maratoneta, ha la resistenza lunga. 

A  ventitré anni, ormai "adulto", si  iscrisse, frequentandolo, all’Istituto d’arte di Urbino.

Nel nel disegno animato che tanto amava, aveva scorto una possibilità di stacco dal lavoro in fabbrica cui pareva destinato.

Rinnovando negli anni la fedeltà a quel sogno,  la sua fama a livello internazionale lo annovera come uno tra i più importanti autori italiani di cinema d’animazione e ha vinto più di 300 premi nel mondo. 

Nel catalogo di orecchio acerbo, “La casa sull’altura” di Nino De Vita (2011), “Buchettino” su testo di Chiara Guidi (2016) e “Il maestro” di Fabrizio Silei (2017). 

Il suo primo lungometraggio animato, “Invelle”, è stato in concorso nella sezione Orizzonti alla Biennale Cinema di Venezia 2023.

(Fonte Comunicato Stampa Orecchio Acerbo)


TRAMA

Una famiglia ebrea, un partigiano, un prete, una mugnaia

1944. Appennino umbro-marchigiano. 

I nazi-fascisti stanno rastrellando  i dintorni di Secchiano.

Nel mulino del paese ha trovato un nascondiglio sicuro una famiglia ebrea, con una bambina, Charlotte. 

La famiglia era approdata con un barcone a Rimini, dopo un lungo e stremante viaggio dalla Germania. 

Vennero subito accolte nella soffitta della famiglia di Mercedes Virgili, osti di Secchiano.

Due  persone hanno messo in gioco la loro vita per aiutarli: Samuele Panichi, anarchico, appena tornato dall’America dove era espatriato per combattere nella Resistenza, e don Celli, il parroco. 

Quando i tedeschi cominciano a rastrellare il paese Panichi, per salvarsi, insieme  ai due figli e a un gruppo di compagni, è costretto a “passare il fiume” e darsi alla macchia. 

Don Celli invece viene internato e portato a Mauthausen e da lì al “Mulino delle ossa” di Harteim, dove i resti dei prigionieri vengono polverizzati e sparsi nelle gelide acque del Danubio. Anche lui “passa il fiume”. 

In paese, invece, il mulino da rifugio a Charlotte e alla sua famiglia. 

E la mugnaia li sfama. 

Fino all’arrivo degli Alleati.


IMPRESSIONI


Buon pomeriggio amici della Valigia, ben ritrovati.

La recensione di oggi è molto particolare. Si tratta di una lettura di nicchia, gentilmente offertami, in formato digitale, da Paolo Cesari di Orecchio Acerbo. 

Per me si tratta di una nuova esperienza collaborativa. Non è la prima volta che recensisco un libro per bambini, ma lo è per un testo magistralmente illustrato.

Chi mi conosce sa quanto io sia profondamente interessata al  periodo più buio della storia mondiale, dal '39 al '45, in particolar modo la Shoah.

Ci stiamo avvicinando alla commemorazione del 27 gennaio e ci tenevo a segnalarvi qualche nuova lettura al riguardo.

Nuova nel senso di particolare, non il classico diario o romanzo. L'occasione giusta si è presentata tramite una mail di Paolo Cesari, nella quale veniva pubblicizzato il  testo illustrato "Passare il fiume", appena uscito nelle librerie.

<< Vi vengono a cercare. Vi vogliono trovare. Vi verranno a cercare anche giù dal cielo. Vi vogliono trovare tutti. >>

È un testo nato per i bambini, se ne consiglia la lettura dagli 8 anni in su. Ciò non toglie bellezza e valore al contenuto. 

La storia della famiglia della piccola Charlotte e di chi li ha aiutati a salvarsi viene raccontata attraverso brevi paragrafi dal sapore poetico, narrati da Alessio Torino e dalle splendide illustrazioni che portano la firma di Simone Massi.

Poche pagine, che scorrono sciolte ma con la potenza della paura e del dolore vissuti in prima persona da Charlotte e da tantissime altre Charlotte nel mondo.

La bambina, assieme alla sua famiglia, cercando di fuggire al rastrellamento nazista, era giunta nel paese di Secchiano da Rimini, dove era approdata con un barcone dopo uno stremante viaggio dalla Germania, alla ricerca di un rifugio sicuro, nell'attesa che finissero tutti gli orrori o di riuscire a scappare in una terra finalmente libera da ogni angheria e vessazione verso il popolo ebraico. 

Ad aiutarli a trovare una sistemazione protetta, Samuele Panichi.

<< Il mulino di Secchiano. Il Bosso, che ci scorre accanto. Meglio nascondersi meglio, meglio nascondersi accanto al fiume. >>

Panichi, il partigiano di Pianello, giunge a casa Virgili con la famiglia nascosta sulla sua carrozza, confidando nel buon cuore dell'amico che, se pur ancora fortemente nostalgico del ventennio, si prodigò per aiutare quei poveretti costretti a nascondersi come topi.

Don Celli, parroco del villaggio, fin da subito si presta a rifornire i viveri per la famiglia di Charlotte.

La casa dei Virgili sembra essere il luogo perfetto ma, col passare del tempo, i rastrellamenti si fanno sempre più incalzanti e quel luogo in principio confortevole, sta diventando insicuro e pericoloso. 

Ben presto la famiglia è costretta a lasciare la casa e a rifugiarsi al vecchio Mulino del paese, accanto al fiume Bosso.

In loro aiuto, ancora una volta, Don Celli e  Panichi, quest'ultimo insieme ai figli, all'avvocato eugubino Terradura e ai suoi figli, vennero soprannominati la banda "Panichi", i partigiani.

<< "Io non ho fatto niente di male."  Parole di don Giuseppe Celli, parroco di Secchiano. >>

Panichi e la sua banda sono i primi a "passare il fiume" per sfuggire ai fascisti, mentre don Celli, dopo aver aiutato, portando viveri alla famiglia di Charlotte, viene arrestato e trasferito al Campo di Fossoli, in attesa di essere smistato nel campo di sterminio Mauthausen dove vivrà un inferno che mai avrebbe potuto immaginare, per finire poi al "Mulino delle ossa" per essere polverizzato e sparso nelle acque gelate del Danubio.

Così anche don Celli ha "passato il fiume".

Mentre la banda Panichi, allo scopo di bloccare l'avanzata nazi-fascista faceva saltare ponti per opera di Walkiria, figlia dell'avvocato, il figlio di Panichi viene brutalmente fucilato dal fuoco nemico.

Al Mulino di Secchiano, Rosina, moglie del mugnaio continua ad aiutare la famiglia di Charlotte, consegnando cesti di viveri per potersi rifocillare e superare la rigidità di quel gelido inverno.

Giorno dopo giorno, cesto dopo cesto, finché le campane cominciano a suonare una nuova melodia di speranza.

È arrivata l'estate del 1944, gli alleati risalgono l'Italia. 

Le campane suonano per la libertà!

Come ho già scritto prima, la lettura è veramente breve, ma ha una forza tale da entrare sottopelle, da racchiudere un mondo di emozioni in quella manciata di paragrafi.

Rabbia, sconforto, disperazione, rassegnazione.

Gratitudine, speranza, certezza.

Un turbinio in crescendo di brividi lungo la schiena, da parte mia un odio viscerale verso la cattiveria e crudeltà di quegli esseri indegni di chiamarsi uomini.

Come ogni volta che mi documento e ripercorro i passi di quel periodo storico, qualche lacrima si affaccia sul bordo dei miei occhi per poi scivolare libera, amara e ustionante, lungo il viso.

Ogni volta con la consapevolezza che nessuno potrà mai darmi una risposta precisa e soddisfacente alla mia perpetua domanda: "Perché tutto questo odio?".

In passato ho cercato qualche risposta proprio a Fossoli, ma una volta varcato l'accesso al viale del Campo, le mie domande sono soffocate in gola, sepolte nelle macerie di alcuni edifici ancora da restaurare, dove strati di storia si sono alternati e rinnovati negli anni.







Campo di concentramento-smistamento di Fossoli - Foto personali -


La strada per la verità è ancora lunga, forse nessuno avrà mai la forza e il coraggio portarla alla luce, ma un po' di conforto deriva dal sapere che in passato l'uomo ha dimostrato il suo valore nei piccoli gesti, mettendo a rischio la propria vita, spesso perdendola tragicamente, per aiutare amici e sconosciuti. Solo per amore verso il prossimo. 

Costruendo anche le basi per un lieto fine...

Raffinate illustrazioni che sembrano vive accompagnano chi legge lungo i vicoli di Secchiano, sulle sponde del Bosso, nel gelo dei campi di sterminio, cercando di riscaldare l'anima commossa dal racconto.

Il linguaggio semplice, delicato, scorrevole, da una parte aiuta i bambini a comprendere meglio gli orrori dell'Olocausto, dall'altra spinge il lettore più adulto a scavare in questa storia, a saperne di più, ad ascoltare i dialoghi in tedesco di Charlotte, ad accompagnare Rosina con la cesta carica di viveri fino al vecchio Mulino.

Ho trovato in rete parecchi articoli dedicati alla storia di Charlotte, e piano piano li leggerò tutti: sarebbe bello se venisse scritta una storia più approfondita, anche solo per far conoscere meglio luoghi della resistenza e il grande cuore dei marchigiani. 

Nato come romanzo illustrato per bambini, "Passare il fiume" racconta una storia che tutti dovrebbero conoscere, per capire e sperare ancora nell'umanità.

Ringraziando infinitamente Orecchio Acerbo e Paolo Cesari per questa possibilità, vi invito all'acquisto del testo, un piccolo gioiello da custodire in libreria e da rileggere ogni volta che la nostra vita sembra non essere troppo clemente, perché la giornata della memoria non è solo il 27 gennaio. 

Buona lettura,

Tania C.



 


venerdì 27 gennaio 2023

I Binari senza ritorno, l'anticamera del lager: visita all'ex Campo di Concentramento e Smistamento di Fossoli

 

Fossoli - foto personale -



CAMPO CONCENTRAMENTO E SMISTAMENTO DI FOSSOLI

Domenica 20 febbraio dello scorso anno, la Valigia aveva messo in spalla il suo zainetto per visitare l'ex Campo di concentramento e smistamento di Fossoli.

Non avevo scelto una data a caso, proprio in quei giorni, il 22, ricorre l'anniversario della partenza del primo vagone blindato verso Auschwitz.

Su quel vagone, senza un barlume di speranza, viaggiarono stipati come carne da macello, Primo Levi, che aveva immortalato la sua permanenza al Campo  nel libro ''Se questo è un uomo'' e nella poesia ''Tramonto a Fossoli'',  insieme ad una famiglia di La Spezia con la loro figlia di nove anni, Adriana Revere.

Di Adriana e del suo triste destino vi avevo già parlato in un altro post, Primo Levi non ha bisogno di presentazioni, quello che voglio raccontarvi è il Campo.

Carpi dista poco meno di due ore da casa mia, la giornata era calda e soleggiata, l'ideale per una gita fuoriporta.

Con l'emozione che invade l'anima di chi si appresta a fare qualcosa di importante per la prima volta eravamo partiti alla volta di Carpi, destinazione Campo di Fossoli.

L'arrivo fu  molto più traumatico di quel che pensassi. Consapevole che nel campo non è mai stato ucciso nessuno, vedere i ruderi delle casette dalle quali transitarono migliaia di ebrei destinati a morte sicura, una morsa feroce mi strinse il cuore.

Campo di Fossoli - foto personale -

I piccoli edifici di mattoncini rossi, alcuni crollati, altri restaurati, le torri del telegrafo, il vialetto che porta alla sala grande e ai bagni comuni, tutto mi rimandava la mente alle immagini del campo di Auschwitz viste in tv o nei libri di storia. Il Campo di Fossoli non ha forni né docce, ma l'aria è pesante, straziante, probabilmente quanto quella di un Campo di sterminio europeo. 

L'ex Campo di concentramento e smistamento di Fossoli fu costruito nel 1942 per opera del Regio Esercito. Usato, all'inizio, come prigione per i soldati nemici, sul finire del 1943, per volere della Repubblica Sociale Italiana, venne convertito in Campo di Concentramento  per "non desiderati", gli ebrei, anche se, a quanto narra la storia, nessuno venne mai ucciso nel campo. Il Durante quel periodo il Campo fu gestito dalla direzione di Titho Karl e alcuni membri delle SS, mentre il lavoro di sorveglianza venne svolto dalla Questura di Modena. 

Diviso in tre settori, una parte del nuovo campo fu destinata alla vigilanza, una parte agli avversatori politici e una terza agli ebrei, divisi a loro volta in ebrei puri e ebrei dal sangue misto.

Viale di accesso al Campo - foto personale -

All'inizio della primavera del '44, le famiglie potevano vivere insieme i giorni che li separavano dal viaggio senza ritorno, con la parvenza di un minimo di intimità data da dei pannelli che li separavano dalle altre famiglie, costruiti nelle baracche condivise, dopodiché  vennero separate per genere.

Durante la permanenza non venne usata violenza fisica sulle persone, né vennero loro imposti i lavori forzati, ma l'umiliazione di essere schedati come persone indesiderate, l'incertezza, o meglio la certezza del loro futuro, la fame patita, la condivisione forzata degli alloggi, furono più devastanti della violenza fisica stessa.

A partire dal febbraio 1944, il "villaggio" subì un'ulteriore conversione in Campo di smistamento e transito, presidiato dalle  SS che lo utilizzarono come anticamera dei Lager Nazisti e Campo Nazionale di deportazione politico-razziale, dall'Italia ai Campi di sterminio europei.

All'incirca 5.000 indesiderati razziali e  politici  transitarono dal Campo di Fossoli, diretti ai Campi di Auschwitz-Birkenau, Dachau, Flossemborg, Buchenwald, Ravensbürg e Mauthausen, quest'ultimo, in genere, destinato a prigionieri politici.

La deportazione non durò che pochi mesi; dalla stazione di Fossoli, poco distante dal Campo, partirono circa una decina di vagoni blindati e sul primo, diretto ad Auschwitz, il 22 febbraio del '44, partì il primo convoglio blindato nel quale viaggiò Primo Levi insieme alla piccola Adriana Revere e alla sua famiglia. Quando il numero degli ebrei purosangue si aggirava intorno alle 600 persone, il vagone partiva per Auschwitz. 

Se questo è un uomo - foto personale -


Il viaggio, della durata di poco meno di una settimana, fu un calvario. Una volta saliti a bordo, uomini, donne e bambini si ritrovarono stipati in un freddo carro bestiame, senza cibo né acqua, senza dignità, senza identità. Solo un numero assegnato all'arrivo ai campi di sterminio.

Per gli ebrei discendenti da famiglie miste, essendo trattenuti, spesso si aprì uno spiraglio di speranza di liberazione destinato a spegnersi del tutto nell'agosto del '44, data in cui il Campo troverà nuova sede a Bolzano, da dove verranno poi  deportati nei lager europei.

La deportazione avvenne tramite una Transportlisten, la famosa lista trascritta in varie copie, coi nomi di tutti quegli ebrei da esiliare. Due copie della lista furono destinate al Campo di Fossoli, le altre due a Verona, nell'Ufficio B4 della Gestapo.

Fino ai primi di agosto del '44, ogni convoglio in partenza da Fossoli, venne segnalato tramite telegramma al Campo di Auschwitz, al RSHA di Berlino e all'Ispettorato Ss di Oranienburg, dando vita ad una ragnatela costruita su quattro basi: Italia-Fossoli, Polonia tedesca-Auschwitz, Germania-Berlino e Germania-Oranienburg.

Dal '45 al '47, il Campo di Fossoli venne impiegato come Centro raccolta profughi stranieri civili. 

Per volere di Don Zeno, da quelle casette nacque il villaggio di Nomadelfia, con lo scopo di riunire famiglie, persone sole e sacerdoti per poter vivere il Vangelo in società, dedicandosi al prossimo in nome del principio di fratellanza e uguaglianza professato dal suo fondatore.

Sul finire degli anni '50 fino ai primi anni '60 il Campo venne nuovamente convertito in Villaggio San Marco, strutturato per accogliere i profughi dalmati istriani e giuliani, assumendo l'aspetto di un villaggio vero e proprio. Pur mantenendo la muratura originale, alcune baracche vennero radicalmente modificate in abitazioni moderne, in modo da ''cancellare'' il dolore del quale era intriso il Campo.

Dal '63, diventato ormai proprietà dello Stato, per circa un decennio, il Campo venne abbandonato a sé stesso, alle intemperie e all'incuria della gente che lo devastò. Nel 1973 il Comune di Carpi decise di riqualificare l'area allestendo il Museo Monumento al Deportato, chiedendo la possibilità di poter acquistare il sito per preservarlo e salvarlo dal destino di abbandono. Nel 1984, grazie ad una particolare legge, lo stato concesse Comune la vendita a titolo gratuito e il Campo, dopo essere stato ripulito e in parte ristrutturato, diventò un Museo della Memoria a cielo aperto. 

Tutte le informazioni riportate nel racconto della mia esperienza sono frutto di appunti presi durante la visita guidata gratuita al Campo e dal sito https://www.fondazionefossoli.org/ 

La visita, come già sapete, è guidata e gratuita, ma un'offerta per il mantenimento del sito è sempre gradita. La maggior parte del lavoro viene svolta da ragazzi volontari che, come la guida che trovai quella domenica, regalano il loro tempo anche in condizioni di salute precarie. 

La ragazza, reduce da un brutto infortunio sportivo, volle comunque portare a termine l'impegno preso per quel giorno, saltellando sulle stampelle. Da ammirare la passione, la volontà e la preparazione storica.

L'unica nota stonata è stata il racconto della conversione del campo a Villaggio San Marco, che vide la ristrutturazione molto invasiva e irreversibile di alcune baracche. Cosa fortemente voluta proprio per cercare di cancellare, quasi insabbiare, tutto il male e l'ombra nera della morte che transitava dal Campo.

Questa parte della storia mi ha dato molto da pensare. Ho trovato ingiusta la ristrutturazione invasiva, anche se a scopo ''benefico''. 

Per quanto si cerchi di dimenticare, mettere la testa sotto la sabbia non fa altro che assecondare il male vissuto. I ricordi, per quanto brutti, devono restare indelebili e, proprio i ricordi di quel particolare periodo storico, hanno  diritto e soprattutto il dovere di rimanere indelebili per ricordare (permettetemi la ridondanza) all'uomo gli orrori e  le atrocità che ha inferto gratuitamente su altri uomini. Errori da non ripetere mai.

Sembra, invece, che l'essere umano si dimentichi troppo spesso e ricordi solo per convenienza o per la pubblicità dei media durante la ricorrenza della Giornata della Memoria.

Luoghi come il Campo di Fossoli, fanno parte non solo della Storia d'Europa, ma in particolar modo di quella italiana e l'Italia ha bisogno di mantenere viva la sua memoria, soprattutto per le nuove generazioni, cresciute solo a calcio e playstation.

Una gita a Fossoli, coi figli o amici, è un'esperienza da fare nella vita, in particolar modo se non si ha la possibilità di recarsi ad negli altri luoghi della Memoria. 

Tornata a casa, quella sera mi ero ripromessa di recarmi al più presto ad Auschwitz. Avevo già programmato tutto e, pochi giorni dopo, quasi come una maledizione, la storia ci ha messo lo zampino, cancellando sogni e speranze di tanti esseri umani.

Più passa il tempo, più mi riesce difficile capire come può l'essere umano, essere così crudele, cattivo e, respirare, vivere sulla propria pelle questi luoghi ne è l'esempio.

Per chi desiderasse saperne di più, vi lascio il link dell'articoletto di Adriana Revere, la piccola ebrea spezzina

https://valigiadeltempo.blogspot.com/2022/01/adriana-revere-la-piccola-ebrea-spezzina.html  

Per approfondire vi lascio anche il link con le info per partecipare ad una interessante mostra fotografica del Campo di Auschwitz-Birkenau. Un reportage del viaggio nella Memoria di un bravissimo fotografo, oltre che un carissimo amico: Adriano Cascio.

La mostra, gratuita, si terrà domani, 28 gennaio a Rapallo. Per chi fosse in zona, per chi volesse fare una gita o per chi ci abita è l'occasione da non perdere perché merita veramente.

https://www.facebook.com/photo/?fbid=2912224875579139&set=a.220155474786106&__cft__[0]=AZXmcdhE5YgHJl-Fvr_ZVuE3bztCH0r-lioj4VcQQFj5a9wHRv46Z-ofV6tRnNV7f_2GMgXqtAtzfczd-uO2pboduuzdivofVoUpSTEJ---C7VaBGeza9gWsO1_B7FXrPV3zFN3sISDiQFU0X6rrHOqLtS76nAJEGY5zkvWC4JX4_K85ES5dG_6lel_5lCONqt8&__tn__=EH-R

Orari del Campo di Fossoli:

Domenica e festivi dalle  10.00-13.00 e 14.00-18.00 

Sabato visita guidata gratuita dalle 15.00, previa prenotazione entro le 13.00 del venerdì.

Per ulteriori informazioni potete visitare il sito della Fondazione Fossoli cliccando sul link che vi ho lasciato sopra oppure inviare una mail a info@fondazionefossoli.it 

Buona lettura e buona visita,

Tania C.




Tutte le foto sono state scattate in presenza dalla sottoscritta. 


































 






























































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