Visualizzazione post con etichetta #taniac. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #taniac. Mostra tutti i post

sabato 14 giugno 2025

Recensione LETTERE DAL FARO di Valentina Cebeni - Ed. Sperling & Kupfer -

 





LETTERE DAL FARO

Autore: Valentina Cebeni

Editore: Sperling & Kupfer

Anno di pubblicazione: 3 giugno 2025

Formato: Brossura

Pag. 264

Genere: Romance

€ 12,90 cartaceo

Versione digitale presente in tutti gli store online


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Valentina Cebeni vi racconterà chi è Nike, la protagonista del suo nuovo romanzo "LETTERE DAL FARO".

Io voglio invece raccontarvi chi è Valentina Cebeni.

Ci siamo conosciute quasi 10 anni fa, quando feci la recensione di un suo romanzo, al quale sono molto legata: "La ricetta segreta per un sogno".

Era un brutto periodo per me e lei, dopo averlo saputo, mi restò molto vicina.

Lunghe chiacchierate al telefono, confidenze e consigli ci portarono alla fiducia reciproca e, dopo qualche tempo, a conoscerci di persona, gettando le basi su una nuova e solida amicizia.

Valentina è l'Amica che, discretamente, è sempre presente, soprattutto nei momenti più bui; Valentina è l'Amica con la quale puoi parlare di tutto: lei ha sempre la parola o il consiglio giusto; Vale è quell'Amica che quando sei giù, anche se a terra lei stessa, si rialza insieme a te; Valentina è quell'Amica con la quale 6 mesi prima accenni distrattamente a un tuo desiderio e, al momento giusto, lei lo soddisfa; con Valentina non ho legami di sangue, ma la sua amicizia va oltre la biologia.

Vale è l'Amica che, insieme al suo meraviglioso papà, senza pensare ai suoi bisogni e doveri, è pronta a farsi 1000 km in una giornata, per stare con me anche solo 2 ore, durante il funerale di mio papà.

Valentina è un dono speciale che ho ricevuto dal "nostro amico", un tesoro che custodisco con cura.

Ma Valentina è molto di più di tutto questo e il suo tutto lo mette nei suoi romanzi, nei personaggi, nelle ambientazioni geografiche. Il 3 giugno, in tutte le librerie fisiche e digitali, è uscito "Lettere dal faro", un romance dalla copertina deliziosa (amo i fari, e lei lo sa! 🩷).

Questa è l'occasione giusta per farvi un bel regalo e imparare a conoscere lei e il suo "mondo" di emozioni, profumi, sapori, colori, suoni e viaggi che potrete ritrovare anche in:

Una nuova vita -La saga dei Fontamara- storico, edito da Sperling;

Un mondo libero -La saga dei Fontamara- storico, edito da Sperling;

Mandorle amare - storico, edito da Sperling;

L'ultimo battito del cuore - romance, edito da Giunti;

La ricetta segreta per un sogno - romance, edito da Garzanti;

La collezionista di meraviglie - romance, edito da Garzanti.

TRAMA

DOPO IL SUCCESSO DELLA SAGA DEI FONTAMARA TORNA UNA DELLE AUTRICI ITALIANE PIÙ AMATE

Nike arriva a Casebianche in cerca di pace, ma porta con sé le cicatrici di un passato che brucia: una relazione violenta, un amore malato e una gravidanza inattesa. Per questo si rifugia nel vecchio faro del paese, un luogo sospeso nel tempo che custodisce i segreti di una donna enigmatica, Vittoria Pontini, e delle lettere che, per cinquant'anni, ha ricevuto: confessioni accorate da persone smarrite in cerca di consiglio e parole d'amore da un uomo sposato. Attratta dal mistero di quella corrispondenza e dall'eco delle emozioni che custodisce, Nike comincia un percorso che è tanto ricerca della verità quanto rinascita. E quando nella sua vita entra Daniel, il figlio dell'uomo che ha amato Vittoria, tutto cambia. Tra lettere del passato, segreti del presente e un legame che si fa sempre più profondo, Nike e Daniel dovranno scoprire se la loro vulnerabilità li rende ancora capaci di amare e se potranno fidarsi l'una dell'altro. Perché, a volte, sono proprio le ferite a indicare la via verso la luce.

(Dalla quarta di copertina)


IMPRESSIONI

Fare una recensione non è così facile come possa sembrare. Riportare su carta le emozioni, le sensazioni che quella lettura  ha scatenato nella tua anima è una montagna ripidissima da scalare: un passo falso e i rischi di scivolare nel baratro della banalità o del vuoto sono dietro l'angolo.

Quando il romanzo da recensire ti ha scombussolato l'anima, le emozioni fanno a pugni per uscire, creando un vortice turbinante che ti porta in una realtà  così grande da non riuscire a trovare parole degne per descriverne la potenza.

Così mi sta succedendo con "Lettere dal faro".


" Bene, se sei arrivata a leggere questo biglietto vuol dire che sei a Casebianche. "


La storia di Nike, la protagonista, è una storia che comincia con un grande dolore, uno di quelli che mettono in dubbio la propria esistenza. 

Ma Nike è una fenice che, circondata dall'affetto di tante persone che la amano, riesce a rinascere dalle proprie ceneri più forte e coraggiosa che mai, pronta a  tutto pur di trovare un po' di pace e sollievo per le sue ferite.

Il suo percorso ha inizio con il  matrimonio, a Parigi, città della luce e dell'amore, trasformatosi fin troppo velocemente in inferno.

Giunta allo sfinimento, decide di tagliare i ponti da tutto per rifugiarsi in Puglia, nel faro che la fedele amica di sempre le cede, in modo che possa riprendersi e decidere cosa fare della sua vita, momentaneamente naufragata nella violenza, nella solitudine e in una gravidanza inattesa ma già così tanto importante per lei.

Nike (dal greco Vittoria) trova così il coraggio di fuggire da quello strozzatoio in cui il marito violento e alcolizzato l'ha rinchiusa. 

Stanca di lottare contro la solitudine che le si è incollata addosso sin dall'infanzia, una Nike rinnovata dall'amore di quel piccolo cuore che sta crescendo dentro di lei, sa che deve lasciarsi alle spalle il passato, senza però perdere la tempra caparbia e curiosa, quella che le permetterà di riscattare tutto il dolore provato fino al momento della fuga.

Valentina, riscattando le tante "Nike" che non ce l'hanno fatta a causa della violenza di un uomo, ha reso viva la sua Nike: i capelli sciolti che ricamano onde dorate nel vento; i suoi abiti impalpabili che danzano candidi nella fresca sinfonia blu  delle onde contro la scogliera e che, giorno dopo giorno, rivelano a occhi sempre più meravigliati la dolce rotondità del suo ventre; il calore di nuovi sentimenti che stanno prendendo vita nel suo cuore, inebriati dal profumo del timo limone e dell'elicriso dorato; la cocciutaggine che cela una decisa dolcezza, come i succulenti frutti spinosi del fico d'india che circonda il faro. 

Puoi sentire tra le labbra il sapore zuccherino e la calda luminosità dei sorrisi di Nike, il profumo fresco del rosmarino che emanano i suoi capelli lasciati liberi. Liberi come lo è lei adesso. 

E la vedi, in lontananza, la sagoma  sfumata di Nike sulla scogliera, con lo sguardo limpido, immerso nell'agrumata azzurrità  mediterranea, mentre la salsedine le fa brillare i capelli e gli occhi. 

Nel silenzio della canicola puoi farti cullare dal monotono cigolio della catena di una vecchia bici con la quale percorre il sentiero che si arrampica verso il faro e nei vicoli di Casebianche, con le guance arrossate dal sole e dalla fatica.

Puoi sentire ogni battito accelerato del suo cuore, quando la paura che il suo passato così ingombrante possa tornare e sfondare il muro di protezione che ha creato per sé e per il suo bambino.

Nike non è solo dolore e paura ma è, soprattutto, orgoglio, speranza e amore. 

È voglia di libertà, di poter viversi ogni giorno, di abbandonarsi, finalmente, a un amore vero e puro, senza divieti e catene a minare la sua voglia di essere sé stessa e ciò che ha sempre desiderato essere. Se la sua libertà si potesse tradurre in un profumo, sarebbe quello del vento, del sale, dell'azzurro e delle erbe aromatiche che crescono selvatiche nei sentieri.    

Nonostante "l'isolamento" rigenerante nel quale ha deciso di rifugiarsi, Nike non si incammina verso la rinascita da sola.

Intorno a lei ruota un caleidoscopio di personaggi positivi, belli e solari. 

Ognuno con la propria croce da trascinare ma, grazie all'arrivo della donna, un po' più leggera perché condivisa.

Perché Nike non si nega, aiuta e si lascia aiutare in nome dell'amicizia e si, anche della spiccata curiosità sul misterioso passato dell'ex proprietaria del faro in cui vive.


" Cara donna del faro, ho bisogno del tuo aiuto. "


C'è un mondo di emozioni e sentimenti da scoprire nel profondo sottobosco degli occhi di Nike, che frugano curiosi nelle lettere ritrovate nello scantinato del faro, e Valentina ce lo svela anche attraverso la perplessa e contrastante perplessità di Daniel, un affascinante chef, aumentando la nostra curiosità fino alla fine.

Il faro, simbolo di protezione, di luce che rischiara il cammino verso casa, è il filo conduttore della storia. 

Rifugio sicuro, ben ancorato alla dura scogliera della quotidianità, combatte ogni giorno una tempesta sempre diversa. 


" Qualunque sia il mistero che nasconde, giuro che lo scoprirò."


Ogni giorno più provato e usurato, ma ancora lì, aggrappato al suo sperone, pronto a ricominciare da capo ogni mattina, rivelando  segreti delicati, una tragedia terribile e tanto amore. 

La penna di Valentina scorre fluida e delicata come i leggeri abiti di Nike, tra i vicoli di Casebianche, lungo il sentiero che serpeggia tra la scogliera che porta alla caletta, nei profumi del cibo preparato dalle mani sapienti di Daniel e nell'aroma intenso del caffè alla mandorla di Giada.

Ogni capitolo è un'esplosione di colori e sapori, ma anche di suoni e musica antica, come una danza atavica e liberatoria.

Insieme a Nike il lettore percorrerà il sentiero di un viaggio sensoriale che sfocerà anche nella dura realtà che sta cercando di occultare i ricordi di un amore impossibile ma più ardente del fuoco. 

Un mulino a vento contro il quale sembra impossibile combattere ma che, grazie alla caparbietà di Nike, alzerà bandiera bianca, anche se solo per un infinito, commovente attimo.

In questo romance i temi affrontati dall'autrice sono tanti e tutti attuali. 

La violenza sulle donne è il principale, raccontato con schiettezza ma con l'animo delicato che contraddistingue Valentina. Le cicatrici, il dolore, la paura di Nike sono elementi vividi e palpabili, capaci di scatenare, nel lettore, protezione e difesa a qualunque costo.

Un altro argomento grigio e doloroso è l'Alzheimer, il male che cancella la memoria e l'autonomia dell'uomo. Valentina ha preso per mano l'argomento cullandolo ma con la consapevolezza di chi sa che dietro ogni effimera emozione scaturita da un tenue ricordo improvviso, c'è la realtà del buio con la quale dover combattere.

Lettere dal faro non è solo dolore, è anche amore per la terra che ci ospita, per il suo cibo e i profumati prodotti che offre;  è la suadente melodia della voce di una giovane donna che, attraverso il canto, trova il coraggio di inseguire la felicità; è la voglia di amare di nuovo dopo un matrimonio andato in fumo; è il profumo acre e antico dei ricordi rimasti intrappolati per troppo tempo nella carta da lettere nascosta in uno scantinato.

E poi c'è il profumo delle mandorle, del caffè nero e forte, il profumo frizzante del vento che sferza la roccia del faro, quello dolce-amaro, come il risotto ai fichi e rosmarino, della consapevolezza che la libertà ottenuta dopo una dura lotta è la base per ricominciare a vivere nella luce dell'amore per la vita.

L'unico modo per poter vivere queste spumose sensazioni è quello di fare un salto in libreria e immergervi nelle  acque cristalline di Otranto e dintorni, lasciandovi trasportare dalla sinfonia del vento.

Valentina sa scrivere, e questo romanzo ne è la conferma. Un ritorno alle origini che ha fatto centro, che ha saputo coinvolgermi nel mondo di Nike per il tempo di una notte, sempre più avida di arrivare in fondo. 

Ogni volta che arrivo ai ringraziamenti finali di un suo romanzo, mi viene voglia di chiamarla per chiederle: "Ma dove le scovi certe similitudini così perfette, da dove nascono tutte queste idee? Quanto lavora la tua mente?" E lei, con tutta la dolcezza e la calma di cui dispone mi risponde, sorridendo: "Dovrò pur guadagnarmi la pagnotta, bisogna inventarsi sempre qualcosa di nuovo."

Datele una possibilità, potreste scoprire nuovi e infiniti orizzonti dietro le nuvole afose di questa estate mordace.

Buona lettura,

Tania C.


 




venerdì 14 febbraio 2025

Conferenza: RICOMINCIAMO A PARLARE DI DROGHE VECCHIE E NUOVE a cura di ROBERTO SBRANA E DEL COMUNE CITTÀ DI LUNI

 




Cari lettori della Valigia buongiorno e ben ritrovati.

Oggi non ci sarà la solita recensione, anche se alla fine, vi lascerò qualche consiglio sulle letture a tema di questo articolo.


Dottor Roberto Sbrana e Dottoressa De Masi Patrizia 


Ieri pomeriggio, nella sala Consiliare del mio Comune, Città di Luni (La Spezia), ho avuto il piacere di presenziare a un'interessante conferenza dal titolo RICOMINCIAMO A PARLARE DI DROGHE VECCHIE E NUOVE. 

Relatore Roberto Sbrana, psicologo, psicoterapeuta già Docente Università di Genova. 

Il curriculum del Dottor Sbrana è lungo e vario e, per chi è della zona e lo conosce, sa quanti ragazzi caduti nelle dipendenze da droga abbia aiutato in oltre 30 anni di carriera, proprio al S.E.R.T.


Maggiore Luca Panfilo e Maresciallo Giorgio Romanelli


La conferenza è stata moderata dal Sindaco Alessandro Silvestri insieme all'ideatrice della conferenza, l'assessora alle Politiche Sociali – Cultura - Pubblica istruzione e coadiuvata dal prezioso contributo dell'Arma dei Carabinieri, grazie alla disponibilità del Maggiore della Compagnia di Sarzana, Luca Panfilo e del Maresciallo della Caserma di Luni, Giorgio Romanelli che hanno magistralmente descritto la realtà quotidiana della loro  lotta alla droga nella nostra comunità, raccontando fatti di cronaca strazianti.


Il Sindaco Dott. Alessandro Silvestri

Ha aperto la conferenza il Sindaco Silvestri, rendendoci partecipi di quanto sia grave, oggigiorno, la situazione in ambito minorile. 

Come avvocato si trova sempre più coinvolto in casi dilaganti di tossicodipendenza e di tutti i guai che ne conseguono. Tra i tanti, oltre la detenzione di sostanze stupefacenti e furti, anche la violenza.

Alla base, sempre  più spesso, le famiglie all'oscuro della situazione ma che si ritrovano a chiedergli aiuto per i loro figli,  minori o poco più che adolescenti. 

Alessandro ha anche ricordato che un aiuto lo si può dare, ma bisogna che i ragazzi lo vogliano realmente e che ci sia una collaborazione a 360° tra i ragazzi, le Comunità che li accolgono, la famiglia e lo Stato che dovrebbe sostenere il tutto. Ha sottolineato anche che uscire completamente dalla dipendenza non è facile e non ci si riesce mai del tutto, la percentuale di chi riesce è, purtroppo, ancora molto bassa. 

La parola è passata subito al Dottor Sbrana, che ha descritto un quadro della situazione molto preciso, informando il pubblico in sala che, ad oggi, la droga che emette più vittime, è legale, venduta e consumata liberamente.

Questa droga ha un nome, si chiama alcol e ogni anno miete circa 18.000 mila morti contro gli 860 circa di overdose.

Quando si parla di droga e tossicodipendenza, viene facile pensare agli anni '70, alla siringa di eroina, ancora infilata nel braccio di un qualche ragazzo buttato in un angolo o al parco . Da quel periodo il corso degli eventi ha avuto una svolta esorbitante, è cambiata la società, la tecnologia si è evoluta e sono arrivate anche le nuove droghe, tra le quali, molto in voga negli ultimi anni, la ketamina, una sostanza sintetica utilizzata anche in veterinaria come tranquillante per i cavalli. 

Non entro in merito perché non è mia competenza, non essendo un medico, ma trovo perverso che i ragazzi debbano ricorrere all'uso di sostanze tossiche per "trovare un posto nel mondo".

L'età minima di ragazzi che fanno uso di sostanze, dall'alcol alle cosiddette "droghe pesanti", negli ultimissimi anni è scesa vertiginosamente alla soglia preoccupante dei 12 anni.

Il Dottor. Sbrana ricorda di aver chiesto a uno di questi ragazzi ragazzi come passa il propri0 tempo libero e la risposta è stata una pugnalata: "Non ne ho idea, non so cosa fare!"

Possibile che un ragazzino, soprattutto ai nostri giorni, non abbia idea di come passare il tempo libero, senza dover ricorrere a sostanze stupefacenti per avere un attimo di ebbrezza? 

Come si è arrivati a ciò?

Questa è stata la domanda fulcro della conferenza.

Senza demonizzare e incolpare nessuno, il Dottor Sbrana ha spiegato quanto sia importante, oggi, prendersi la responsabilità di ri-cominciare a parlare delle droghe e degli effetti devastanti che ne provoca l'assunzione: effetti sociali, economici, ma soprattutto fisici, portando spesso la vittima alla morte.

Una responsabilità che deve partire dalla famiglia, allargarsi alla scuola e alla comunità. 

Una rete fitta e collaborativa, che riesca a coinvolgere tutta la comunità, Forze dell'Ordine comprese, senza timore, ma con lo scopo di divulgare e educare non solo i ragazzi ma anche le famiglie.

Alla base di tutto, un collante potentissimo: il dialogo, che molto spesso viene meno per mancanza di tempo, per tabù o per scarsa documentazione sull'argomento.

È proprio il dialogo mancante a far sentire a disagio i ragazzi. La frenesia odierna ci spinge sempre di più alla solitudine, all'asocialità, a una socialità digitale o, peggio ancora artificiale.

L'uso smodato della tecnologia e dei media, delle compagnie frequentate, se non cautelati da una formazione di base e dalla sorveglianza della famiglia, per un ragazzino può diventare un veicolo trainante verso i pericoli delle dipendenze. 

Prendersi il tempo necessario per annoverare i valori, la fiducia nelle Forze dell'Ordine, negli insegnanti e nei genitori stessi, deve essere all'ordine del giorno in un contesto familiare e sociale sano. Certi tabù, sorpassati da tempo, devono sgretolarsi e lasciare spazio alla conoscenza.

C'è bisogno di cooperare insieme, di fare dei passi indietro, disconnettersi per qualche pomeriggio o giornata dalla realtà virtuale e vivere la propria vita, tornando a giocare a pallone nel campetto col compagno di banco, a corteggiare le ragazzine che ridono felici con le amiche, sedute sulla panchina della piazzetta, sfogliando un libro o osservando, nascoste dietro una rivista, il ragazzo che fa sognare tutta la scuola.

C'è bisogno di calore umano e di quella semplicità che la famiglia tornare a donare ai propri figli.

Ovvio che non è tutto così facile. 

Ogni persona, ogni ragazzo, è un caso a sé, con la propria personalità e capacità di reagire alle difficoltà, ma se si tornasse a parlare tutti insieme, pubblicamente, del campo che sta riprendendo la droga, si rimarrebbe sorpresi dallo scoprire quanto i ragazzini siano realmente interessati, ricettivi all'argomento e propositivi verso una soluzione.

Questo è ciò che è stato riscontrato dopo questa conferenza, tenuta sempre dal Dottor Sbrana, alla Scuola Media di Luni qualche giorno fa. 

Una sola goccia in mezzo a un oceano ha già creato una piccola onda nel Comune di Città di Luni e la speranza è che la divulgazione e nuove conferenze, attività di sensibilizzazione, possano far crescere questa ondina fino a farla diventare lo "tsunami" che spazza via tabù, paure e disinformazione. 

Il Dottor Sbrana, nel 2019, ha scritto un libro dall'omonimo titolo della conferenza, Ricominciamo a parlare di droghe, vi lascio qui sotto il link se desiderate acquistarlo o leggerne un estratto, scritto in maniera veramente semplice ed empatica, tipica dell'umanità dell'autore.

Cliccando sul link potrete trovare anche altre sue interessanti pubblicazioni.


https://www.google.com/search?sa=X&sca_esv=16afa8dc77c0fa71&rlz=1C1CHBD_itIT902IT905&sxsrf=AHTn8zpBDQPlQbw0J_Hqjl4fEZTI948L3w:1739483196015&q=Ricominciamo+a+parlare+di+droghe+Roberto+SBRANA&stick=H4sIAAAAAAAAAONgFuLVT9c3NEzPTsrKM7RMVoJwM0yL8owK0ou0pLKTrfST8vOz9RNLSzLyi6xA7GKF_LycykWs-kGZyfm5mXnJmYm5-QqJCgWJRTmJRakKKZkKKUX56RmpCkH5SalFJfkKwU5Bjn6OE9gYAUwNlipxAAAA&ved=2ahUKEwji4vbvz8GLAxXtxwIHHSHIHtMQ-BZ6BAgoECc&tbs=kac:1,kac_so:1&biw=1366&bih=607&dpr=1


Per chi invece volesse cimentarsi in letture a tema ma più crude, posso menzionare un "diario" controverso che lessi alle medie, a 12 anni: Alice i giorni della droga

Autore sconosciuto, il diario è una raccolta di esperienze di un'adolescente dal nome presumibilmente fittizio, Alice, che annota le sue giornate a base di droga e sballi da LSD su foglietti rimediati in giro.

Non si sa se Alice sia realmente esistita o sia opera di fantasia di un autore pure lui dipendente o, se la ragazzina abbia avuto un altro nome, opportunamente cambiato.

Il diario, edito da Feltrinelli, lo potrete trovare anche in rete, vi lascio sotto il link. È crudo, spiazzante, non lascia nulla all'immaginario, nemmeno sul macabro post effetto di alcune "dosi", ma è un documento prezioso che può aiutare a capire il mondo della tossicodipendenza.


https://www.feltrinellieditore.it/opera/alice-i-giorni-della-droga-1-2/


Altro titolo che mi viene in mente, un cult degli anni '80, Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, dal quale è stato tratto l'omonimo film e, molti anni dopo, il libro sequel La mia seconda vita, dove Christiane F. racconta della sua ricaduta nel tunnel, evidenziando quanto sia realmente difficile uscire dalla dipendenza. Entrambi li potete trovare su Amazon e sugli store digitali online.

Ultimo titolo, di più recente pubblicazione, è un romanzo thriller con qualche cameo paranormale, Teddy di Jason Rekulak, dove la tossicodipendenza e la lotta per uscirne della protagonista è uno dei fili conduttori del romanzo, che potrete trovare in tutte le librerie o store digitali.

Chiudendo questo articolo, ci tengo a ricordarvi che in ogni titolo che vi ho segnalato, il dialogo sincero e aperto con la famiglia, il medico, lo psicologo o l'educatore, è alla base per capire e superare le difficoltà in cui si incappa. 

Sempre.

Sperando di avervi sensibilizzato alla causa, vi invito a leggere anche altre pubblicazioni del Dottor Sbrana e a partecipare numerosi alle prossime conferenze organizzate dal Comune Città di Luni.

A presto e buone letture,
Tania C.




domenica 26 gennaio 2025

EUGENIO E LUISELLA di Isa Sivori Carabelli - Ed. MEF L'Autore Libri Firenze -

 




EUGENIO E LUISELLA

Autore Isa Sivori Carabelli
Ed. MEF L'Autore Libri Firenze
Pag. 94
Anno di pubblicazione 2012
Formato Copertina flessibile
In copertina Charles Angrand Coppia nella strada Mef Studio
Genere Storico-Biografico



CONOSCIAMO L'AUTRICE

Isa Sivori Carabelli, è nata a Rocchetta di Vara, in provincia di La Spezia.
Laureata in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Parma, è stata insegnante  e autrice. 
Ha pubblicato le Opere Racconti di Guerra di "Gente comune", Testimoni del tempo e della storia, Leggende.



PREFAZIONE

"Eugenio e Luisella è un omaggio vero e sentito ad una generazione di italiani (e di europei) che hanno subito le ingiustizie e le atrocità di una guerra assurda: tanto assurda da aver dovuto passare attraverso l'orrore dell'Olocausto e dei campi di sterminio e di aver avuto bisogno, per concludersi, dell'esplosione di due bombe atomiche su altrettante città giapponesi. È, insieme, anche un omaggio alle nostre montagne, quelle dell'Appennino ligure, emiliano e toscano e alle tante borgate che sorgono sulle loro pendici e che vissero le vicende di quella guerra, forse senza riuscire a comprenderle...". 

(Dalla prefazione di Egidio Banti)


TRAMA E IMPRESSIONI

Cari lettori della Valigia, ben ritrovati.

Domani è la Giornata della Memoria e mi fa piacere segnalarvi una lettura breve ma ricca di sentimenti forti, che ci racconta, quasi fosse un grande dipinto, una parte di storia locale, vissuta tra le aspre montagne del comprensorio di La Spezia, fino ai campi di sterminio di  Auschwitz-Birkenau, passando per il campo di Fossoli e il Carcere Militare di Peschiera.

<< "Papà, mi racconti di quando eri partigiano e di come sei stato catturato dai tedeschi?" >>

Eugenio e Luisella è un lungo racconto biografico in versione romanzata, nato dalla penna di Isa Sivori Carabelli, cugina acquisita di mio padre e custode dei preziosi ricordi sul fascismo e sulla resistenza spezzina, vissuti in prima persona dai suoi genitori.
Ricordi potenti, tramandati dalla madre Isolina e dal padre Gino, un giovane partigiano ligure, forte e valoroso che è riuscito a sopravvivere agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, alla fame, alla folle prigionia di Auschwitz e dei russi.
Fin da piccola Isa, spinta dalla curiosità di conoscere il vissuto dei genitori, inizia a raccogliere aneddoti e ricordi per poi tradurli in un racconto poetico, dal sapore di zuppa calda e fuoco scoppiettante.

<< ... Era il suo primo giorno di lavoro in quella zona lontana da casa e,  un pochino, si sentiva sperduto. 
Era il tre gennaio 1943. >>

Luisella è una bella ragazza dai lunghi ricci scuri, semplice e devota, che si innamora di Eugenio, affettuosamente chiamato Giò, un giovane buono, bigliettaio dell'autolinea locale dell'epoca, la Sita.
Eugenio, non ancora diciannovenne, decide di arruolarsi nei partigiani insieme ad altri ragazzi e uomini del paese che, come lui, si rifiutarono di far parte dell'esercito della neonata Repubblica di Salò, opponendo resistenza al regime nazifascista. 
Nascosti nel folto della selva dell'entroterra ligure, in provincia di La Spezia, ma anche lungo i labili confini dei crinali emiliani e toscani, molti giovani come il padre di Isa, danno il loro contributo fisico e morale affinché l'Italia potesse tornare un paese libero da ogni dittatura.
Anche Luisella, insieme all'aiuto dei suoi compaesani, attraversando boschi bui e sferzati dal vento gelido, apporta il suo contributo alla salvaguardia e sostentamento di quei giovani ragazzi, temporaneamente rifugiati tra le mura di famiglie benevolenti.
Purtroppo, i nazifascisti e le loro spie, avevano collaudato una rete ben fitta volta a scovare i "traditori" per poi imprigionarli e deportarli nei campi di concentramento: chi come ebreo indesiderato, chi come deportato politico o altre barbarie simili. 
Nonostante l'aiuto di Luisella, della cognata e di molti  amici, Eugenio, insieme al cognato e agli altri partigiani della zona, viene presto catturato e deportato dapprima nel Campo di Concentramento e Smistamento di Fossoli, che i più credevano, erroneamente, in smantellamento, poi nel Carcere di Peschiera del Garda e, infine, oltre i cancelli del campo più terribile della storia: Auschwitz II-Birkenau.
Malgrado i ragazzi abbiano cercato con tutte le loro forze di mettersi in salvo, scappando in piena notte e mezzi nudi nei boschi del paese, i tedeschi riescono a catturarli deportandoli subito a Fossoli, con tanto di documento beffardo e umiliante attestante che:
"Tal dei tali è stato ingaggiato  provvisoriamente per lavoro ".
Dopo una breve permanenza nel campo di Fossoli, il povero ragazzo, viene deportato per qualche giorno nel Carcere Militare di Peschiera del Garda, condannato a eseguire dei lavori forzati. 
Proprio da Peschiera, durante una svista delle guardie, il giovane Giò, già molto provato dalla prigionia, riesce ad assentarsi qualche attimo per acquistare una cartolina da inviare all'amata Luisella. 
Una cartolina raffigurante una bella bambina riccia che stringe a sé una bambolina. 
Bella come la sua amata!
Chissà quanto le avrebbe fatto piacere riceverla!
Questo pensa Giò, mentre in fretta e furia si reca nel negozio, rendendosi poi conto di non avere denaro per pagare cartolina e spedizione.


<< Allora, senza perdersi d'animo, rivelò alla giovane chi egli fosse e lei, mossa a pietà, gli fece cenno di uscire alla svelta, bisbigliandogli i suoi auguri. >>



Cartolina originale che Gino Sivori scrisse alla fidanzata Isolina durante la prigionia nel Carcere Militare di Peschiera del Garda



Posso solo immaginare l'umiliazione, il dolore e la "sconfitta" che ha provato in quel momento il povero Eugenio.
Ma le anime buone esistono e, durante la lunga prigionia, Giò ne ha trovate tante, tra le quali la signora della piccola bottega che, impietosita dalle condizioni fisiche e dalla sua umiltà di prigioniero, gli dona quel cartoncino illustrato col cuore.

Eugenio riesce così a mandare notizie alla fidanzata; pur non avendo denaro per la spedizione, la bontà divina guida quella piccola immaginetta, datata 4 ottobre 1944, fino in Liguria, a casa di Luisella, in preda all'angoscia ma pronta a lottare con tutte le sue forze contro il regime nazifascista.
Da Peschiera ad Auschwitz il passo è fin troppo breve, stipati come rifiuti in un vagone che percorre i binari del non ritorno. Dentro a quel vagone solo disperata rassegnazione, nessuna speranza e troppa morte coi suoi effluvi opprimenti.
Marchiati a fuoco come prigionieri politici, Giò e i suoi compagni vengono rinchiusi nel campo lavori forzati, non senza aver prima preso visione di ciò che sta macabramente accadendo a migliaia di ebrei.
La permanenza ad Auschwitz è dura, anche se per il momento c'è solo la condanna ai lavori forzati e, forse, una piccolissima speranza. 
La sopravvivenza, giorno dopo giorno, diventa sempre più difficile: i morsi della fame sono attanaglianti, il cibo scarseggia e quel poco è ripetitivo: circa 100 gr. al giorno di pane nero, duro, a testa, poca acqua e, quando va di lusso, qualche briciola di patata, spesso raccolta scavando la terra a mani nude.
Il deperimento fisico e cognitivo avanza quasi di pari passo e molti periscono sotto il peso dei lavori o per inezia.
Eugenio non si scoraggia, nonostante sia ridotto pelle e ossa, i suoi lineamenti delicati e buoni, la sua dignità, l'amore per la fidanzata, riescono a sopraffare il dolore. 
È proprio l'amore verso la ragazza, la quale aveva sì perso la voglia di lavorare, ma non l'ardore, che riesce a mantenerlo in vita in quei quattro lunghi mesi di prigionia senza mai perdere del tutto la speranza di poterla riabbracciare.
Finalmente la mattina del 27  gennaio 1945 quelle povere anime disperate, si svegliano senza la solita raffica di spari, senza i bombardamenti e le grida feroci dei tedeschi: i russi, dopo aver sfondato il fronte polacco, sono entrati nella Nazione mettendo in fuga i nemici! 
A mezzogiorno, con lo sguardo incredulo e allibito, i ragazzi avvistano il primo carro armato russo che sfonda il cancello del campo abbattendo, finalmente, l'ipocrita insegna  "ABREIT MACH FREI". 
La disperazione comincia a trasformarsi in gioia e speranza, soprattutto all'arrivo degli altri carri che, in poche mosse, fanno crollare il magazzino viveri! 
Quasi non sembra vero.
Finalmente possono prendere cibo vero, nutrirsi o barattarlo con altre cose utili e poi, non appena le forze lo avessero concesso, avrebbero potuto tornare a casa.
I russi curano  Giò e i compagni, li rifocillano poco per volta, per non creare danni a un corpo già troppo logorato dagli stenti e li rimettono "in forza", per quanto si potesse coi pochi mezzi dell'epoca, in modo che poi i ragazzi stessi potessero aiutare i russi a curare i loro soldati.
Purtroppo, nonostante quella nuova libertà acquisita, l'agonia non è ancora finita. 

<< Caricato su un camion, Eugenio fu trasportato in un campo di smistamento situato poco lontano dalla città di Katowice, una zona non lontana da Auschwitz, mentre Tonio e Dino furono mandati in un altro luogo. >>

I russi caricano Giò, i suoi amici e gli ex prigionieri su un camion diretto a un campo di smistamento nei pressi di Katowice. 
Gli amici verranno però smistati in un altro luogo e Giò si ritrova a vivere sì libero, ma pur sempre sotto il dominio russo, sistemato tra quattro mura mezze diroccate, dividendo giaciglio e cibo con un uomo buono, molto colto e dignitoso che si chiama Primo Levi.
Il signor Levi si presenta a Eugenio come un giovane ebreo, scampato al fuoco dei forni grazie alla sua professione di chimico, che i tedeschi vollero sfruttare per comodo.
Un compagno di vita molto importante per Eugenio e anche per alcuni compaesani di Luisella, appena ritrovati in quel nuovo campo. 
Le giornate, anche se trascorse in quell'apparente libertà, ora sono illuminate dalla compagnia dei paesani ritrovati insperatamente e dal sapere della cultura che Primo Levi decide di condividere con loro.

Leggere questo ricordo mi ha aperto l'anima, portandomi a riflettere su quanto la speranza e la gioia per ogni piccola conquista, possa aiutare a mantenere viva la dignità e l'umanità, anche in mezzo alla follia, alla disperazione più nera.

Il tempo passa e la vita nel campo dei russi comincia a irrigidirsi sempre di più: il cibo, nonostante i pasti siano leggermente più regolari, scarseggia ed è ripetitivo, 100 gr. al giorno di pane nero duro come le pietre, un triangolino di formaggio nero e acqua nera.
L'acqua nera, ricavata da radici e erbe amare e spacciata per caffè, viene spesso usata per lavarsi e per dare un po' di calore alla pelle ma le forze continuano a mancare e i russi sono "strani".
Non ci si può fidare delle loro promesse di rimpatrio che, giorno dopo giorno, fino a diventare mesi, si ripetono  evasivamente senza mai arrivare ai fatti.
Giò sa che se lui e gli amici vogliono tornare a casa devono giocarsi tutto e scappare prima che possono.
Dalla Polonia la strada è lunga ma, il 15 giugno 1945, i ragazzi, grazie a uno stratagemma, riescono a fuggire alla guardia che li stava conducendo verso una nuova prigionia. 
Una volta arrivati a Katowice, trovano aiuto grazie a dei buoni contadini che mossi a pietà, vedendo quel gruppetto di italiani scheletrici e disperati, condivide con loro il poco cibo e un riparo per la notte. 
Il mattino presto, dopo quella notte, inizia un lungo peregrinare fino in Austria, aiutati dalla carità degli abitanti e in preda alla alla paura di essere riportati nel campo russo. 
Ma così non è stato, fortunatamente.
Attraverso arrampicate sulle montagne, lunghe scarpinate nei boschi e con il freddo a mordere il collo, ecco pararsi innanzi a loro il fiume Mur, in Stiria, a significare la tanto attesa salvezza: gli americani.
Sono proprio gli americani, al mattino, a trovare il gruppetto di italiani, infreddoliti, bagnati e duramente provati.
Li vestono con vestiti nuovi, li rifocillano con cibo nutriente e buono, bevande calde e sigarette e poi, finalmente, dopo cinque giorni di cure e riposo, li fanno salire su camion che li avrebbe condotti al confine italiano.
Giunti a Tarvisio, finalmente nella cara Patria Italia, Giò da libero sfogo alle proprie emozioni e, raccolta una pietra dal suolo della sua Terra, riprende il lungo cammino verso la Liguria, dalla sua  Luisella...

Da qui in poi passeranno ancora alcuni giorni, ma il lieto fine è vicino.
Non lo spoilero perché è facile dedurlo e non servono altre parole se non un sentito e infinito grazie a chi ha sempre protetto e aiutato quelle povere anime.
Questo racconto, dal sapore di romanzo, è un documento prezioso per la Memoria storica ligure, nazionale e mondiale. 
Una storia che meriterebbe di essere letta nelle scuole, in memoria di ciò che è stato e della speranza che ha tenuto saldi i cuori e menti di migliaia di persone fino alla libertà.
Un aneddoto, narrato nel libro, che mi ha fortemente commosso, è stato il gesto che Eugenio e i compagni hanno compiuto prima di lasciare il campo di Auschwitz: hanno raccolto alcune manciate di cenere fuoriuscite dai forni in modo da rendere degnamente onore a tutte le vittime innocenti della macabra follia di un pazzo assassino.
Come si può restare insensibili di fronte a tanta umiltà e generosità?
Lo stile narrativo dell'autrice è limpido e scorrevole, semplicità e modernità si fondono a creare una poesia romanzata che scorre come un fresco torrentello di montagna pronto a gettarsi in un lago come fosse la nostra anima.
L'amore forte e incondizionato di una bambina verso i propri genitori traspare in ogni capitolo, soprattutto nell'avidità di conoscere sempre di più di quel buio periodo storico.
Un doveroso ringraziamento mi sento di porlo al compianto Gino Sivori, padre dell'autrice, per l'immenso contributo lasciato alla Memoria. 
Non tutti i sopravvissuti ad Auschwitz sono riusciti, almeno nei primi anni, a raccontare in maniera così dettagliata gli orrori subiti e costretti a vedere.
Di orrori ne vengono descritti tanti anche nei racconti di Giò, non ve li trascrivo ma lascio a voi la decisione di saperne di più leggendo il romanzo, che si legge veramente in un'ora.
Ma fa riflettere su quanto l'essere umano abbia ben poco capito dal passato e penso che sia questa la storia che dovrebbero insegnare i libri di scuola, affinché gli orrori del passato non si ripetano. 
Ancora oggi si compiono Olocausti terribili per mano di pazzi che manovrano inutili guerre e  nuovi dittatori che manipolano il popolo, rendendolo una massa di scheletri automi, servitori di un  regime totalitario ma talmente "democratico" ed evoluto da farli morire di fame, ignoranza e violenze.
E nessuno riesce a fare qualcosa per riportare questi popoli alla vita dignitosa che meritano.
Ringrazio Isa Sivori Carabelli per avermi dato la possibilità di leggere e conoscere questa storia familiare straziante ma, fortunatamente, a lieto fine, se pur con tutte le difficoltà passate.

Purtroppo, ad oggi, il romanzo si può reperire solo su Amazon e, a quanto ho potuto constatare, è presente una sola copia. 
Il mio consiglio è quello di cercarlo in qualche biblioteca o, se siete della zona di Sarzana (La Spezia), di cercarlo tramite passaparola. 
Chissà che non ci sia la possibilità di qualche ristampa...
Fortunatamente, anche se non riuscirete a leggere il libro, potrete guardare l'intervista a Gino Sivori nei link che vi lascio qui sotto:





Durante questa bella intervista, Sivori racconta i suoi ricordi tramandati alla figlia e riportati nel romanzo.
Sperando che questa recensione vi sia piaciuta, vi auguro tante belle nuove letture.


Tania C.

Carrellata di foto personali scattate durante una visita al Campo di concentramento e smistamento di Fossoli, nel quale furono internati Gino Sivori e tantissimi compaesani insieme a Primo Levi.










sabato 28 settembre 2024

Recensione: BASTA UN PEZZO DI MARE di LUDOVICA DELLA BOSCA - Ed. CORBACCIO -

 



AUTORE Ludovica Della Bosca
Ed. Corbaccio
GENERE Romanzo
COLLANA Narratori Corbaccio
FORMATO Brossura con alette
PAG. 256
€ 16,90
Ebook presente in tutti gli store digitali


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Ludovica Della Bosca nasce a Monza nel gennaio del 1992. 

In seconda elementare scrive il suo primo romanzo su un foglio protocollo e alla fine della terza media decide di intraprendere un percorso di studi classici. 

Nel 2011 si diploma presso il liceo ginnasio Bartolomeo Zucchi di Monza e inizia a studiare Lettere Moderne all’Università degli Studi di Milano, mentre collabora con il Giornale di Monza. 

A novembre del 2017 frequenta un corso annuale presso la scuola di scrittura Belleville, dove capisce finalmente che quello di diventare scrittrice è il suo sogno più grande. 

Basta un pezzo di mare, segnalato dalla giuria del Premio Calvino 2022, è il suo primo vero romanzo.

(Fonte: Corbaccio)


TRAMA

Una voce italiana pronta a conquistare le nuove generazioni


Agata e Sara sono due giovani donne, dalla personalità irrisolta. Agata ha perso la madre da pochi anni; anche se apparentemente crede di aver superato il trauma,  all’università, lei, bravissima a scuola, si è bloccata e finendo a lavorare come commessa. 

Sara, sua amica inseparabile, dopo aver rivelato alla famiglia la propria omosessualità, non è stata accettata, decide di tagliare i ponti con tutti e di vivere viaggiando all’estero. 

Dopo anni, per caso, si incontrano durante il rientro di Sara a Monza, dove entrambe abitano.

Il fortuito incontro avviene proprio quando Agata ha appena deciso di liberare in mare un astice ancora vivo acquistato al supermercato. 

Che il suo progetto è alquanto bislacco, Agata è la prima a esserne consapevole.  

Per quanto sia una situazione paradossale,  rappresenta per entrambe la possibilità di dare una svolta alla loro vita e riprendere un’amicizia mai finita né dimenticata, anche se da tempo bruscamente interrotta.
Basta un pezzo di mare è un romanzo d’esordio intimo e commovente, che affronta con toni pacati e una spolverata di umorismo, la difficoltà di diventare adulti e di trovare il proprio posto nel mondo, il rapporto viscerale tra madri e figlie, il distacco, l’accoglienza, l’amore incondizionato. 

È la storia di un’amicizia sincera, profonda, capace di ricucire le fratture e abbattere le distanze. 

È il racconto di un viaggio reale e metaforico di scoperta e accettazione della propria identità.

( Fonte: Corbaccio, dalla quarta di copertina )


IMPRESSIONI


Buona fine settimana cari lettori della Valigia, ben ritrovati.

Per la copia cartacea di BASTA UN PEZZO DI MARE, di Ludovica della Bosca, ringrazio di cuore Valentina di Corbaccio Editore che me l'ha gentilmente offerta.

L'ho letto già da tantissimo  di tempo ma  alcuni  problemi di salute  mi hanno rallentato parecchio le letture e la scrittura. Spero di essermeli lasciati alle spalle.


<< E adesso non aspetterò domani

per avere nostalgia

Signora libertà, signorina fantasia

così preziosa come il vino

così gratis come la tristezza

con la tua nuvola di dubbi e di bellezza >>


La storia di Sara e Agata è molto più comune di quanto si possa pensare. 

Due ragazze alla ricerca della propria luce interiore, di quella fiamma che permette di illuminare ogni loro passo verso la realizzazione e la felicità, da troppo tempo soffocata dalle pieghe della vita.

Agata, sin da bambina, ha sempre vissuto cercando di compiacere i genitori, crescendo coi sensi di colpa verso la madre gravemente malata, ma sempre presente nella vita della figlia. 

Il rapporto coi genitori non è mai stato idilliaco, loro troppo pressanti e imponenti, Agata chiusa in sé stessa, da sempre fin troppo remissiva, si ritrova bloccata dalla paura che le impedisce di uscire dal guscio e inseguire i suoi sogni. 

A volte la remissività, protratta negli anni, soffoca l'anima e porta a mentire, a non far valere i propri ideali e progetti, trasformando le persone in servitori manipolati e insoddisfatti, piegati a ricatti morali e ideali falliti che certe famiglie fanno ricadere sui figli, quasi come fossero loro i responsabili. 

Già dai primi malesseri della madre, Agata sente che la vita le va sempre più stretta, i panni che ha indossato fino a quel momento non sono mai stati i suoi e, dopo la morte di Adele, la paura di "dimenticare" è troppo difficile da gestire. 

Abbandonarsi all'assuefazione del conforto "della memoria" sembra la strada più facile, come un giaciglio caldo e sicuro che l'avrebbe protetta dalla realtà.

Gli studi vanno bene, ma non rappresentano ciò che vorrebbe diventare. 

L'Università non è mai stata fino in fondo una sua libera scelta. In realtà non ha ancora ben chiaro nemmeno lei cosa vuole, ma sa benissimo che quella non è la sua strada. 

Lei ha bisogno di essere libera, di trovare un punto di incontro col passato e i ricordi che la tormentano!

La morte della madre le da quindi la spinta per "decollare", per resettare la sua vita e ricominciare da dove aveva interrotto, quando ancora credeva nei suoi sogni.


<< Ricordo che in un ristorante, una volta, mi hanno portato dei crostacei su un vassoio di ghiaccio: dovevo scegliere io quale sacrificare, quale fare fuori. >>


Chiave di svolta è un'astice, in bella mostra nell'acquario del reparto pescheria di un supermercato. 

Agata, di fronte a quell'acquario si sveglia dal torpore che la sta divorando, scrollandosi di dosso anni votati a soffocare ogni sua emozione e desiderio solo per non dare un dispiacere ai genitori, alla madre morente in particolare.

Alla ragazza viene naturale paragonare la sua vita a quella del crostaceo: nascere libera, cominciare a vivere felice nell'Oceano, circondata da milioni di creature libere di nuotare e lasciarsi trasportare dalla corrente. 

Poi, un giorno, per il povero astice, tutto diventa buio: un manto cupo che limita spostamenti e libertà, lo avvolge stringendogli  le chele nella morsa molesta di un elastico; la paura negli occhi che, velocemente, si propaga in tutto il corpo. 

Proprio come per Agata, con la stessa sensazione di finire in una grossa pentola angusta e bollente, divorato dalla vita.

Forse una speranza c'è ancora, forse non tutto è perduto!


<< Quanto grande può essere un vuoto? >>


Mesi di psicoterapia contro la sua volontà, seduta su un divano a piangere, rassegnata nelle sue elucubrazioni limitanti e, come per magia, ecco la svolta che aspettava da anni!

Basta un attimo, un guizzo fulmineo nella mente della ragazza e quella bestiolina, ancora viva e  perplessa, che la fissa con gli occhietti cosi neri e rotondi, si trova tra le sue mani. 

Il primo passo verso la libertà, anche se la strada è ancora lunga e in salita, adesso basta pensare a un luogo sicuro dove liberarla.

Presa dai pensieri di libertà, appena fuori dal supermercato, Agata incontra Sara, l'amica più cara della sua adolescenza, anche lei risucchiata nel buco nero delle spire avverse del tempo passato.

Per le ragazze, dopo l'imbarazzo iniziale, gli anni sembrano non essere mai passati. Nonostante i volti segnati dalla vita, i loro occhi sono ancora vividi e guizzanti, in memoria di quell'amicizia così profonda e sincera che è sempre andata "oltre" alle apparenze, riuscendo a non farsi scalfire dall'impietoso avanzare del tempo. I dissapori e i contrasti che avevano diviso le loro strade sembrano dissolversi nella profondità dei loro occhi.

Sara, amica di Agata sin dai tempi della loro adolescenza, è sempre stata un punto fermo nella sua vita, un rifugio sicuro quando le rispettive famiglie cominciavano a essere troppo soffocanti.

Sara è sempre stata un'anima libera e ribelle, tanto da scontrarsi bruscamente con gli stereotipi di madre intollerante e andarsene di casa, lasciando Agata in balia di dubbi e timori che nessuno, a parte lei, avrebbe potuto dissolvere.


<< Sapeva che le persone viaggiano per piacere, perché si divertono e hanno bisogno di spezzare la quotidianità, ma questo no, non era per lei; lei non si stava divertendo, non solo, lei si stava plasmando trovando nella forma dinamica del viaggio una stabilità che finalmente riuscisse a definirla. >>


Con lo zaino pieno di sogni, solitudine e lacrime amare, inizia una nuova vita in giro per il mondo, dura, aspra, spesso avversa, ma capace di rinnovarla nell'anima e nello spirito senza farle  dimenticare mai il suo passato, i suoi ideali e Agata. 

Messa a confronto con la propria interiorità e i solchi che il tempo lascia sulla pelle, sa che per chiudere il cerchio deve fare pace col passato e tornare a Monza. 

L'incontro casuale con Agata fa riemergere tutti i sentimenti repressi ma mai dimenticati.

All'improvviso torna anche la complicità, la voglia di viversi senza paure, di riconoscersi e conoscersi di nuovo.

Fattori determinanti anche per l'incolumità del crostaceo di Agata, che sguazza perplesso in un'improbabile soluzione di acqua e sale, dentro una bacinella blu. 

Come il mare, come la libertà.

Sara decide di aiutare l'amica nell'impresa di liberare in mare l'astice, dubbioso sulla propria sopravvivenza e sulle intenzioni di quelle due umane così strampalate.

Cominciano a progettare il viaggio verso il mare e, non a caso, scelgono la Liguria come meta sicura per il crostaceo, nel frattempo rinominato "Fabrizio".


<< Se c'è un posto in cui mi sento a casa, quello è il faro di Punta Vagno. >>


Il faro di Punta Vagno, luogo del cuore delle loro vacanze adolescenziali, della libertà e delle prese di coscienza, ma anche dei primi scontri con la realtà di una società bigotta e chiusa che segnerà drasticamente il loro destino.

Tra un morso di fügassa, un bagno fuori stagione e tante risate, è arrivato il tempo di liberare l'astice, di dargli una nuova possibilità nelle acque profonde della vita.

Tutto ha il suo tempo, anche per Fabrizio; prima bisogna liberare e lasciare andare il passato, recidere le catene che da troppo tempo stanno limitando le loro vite. 

Per essere libere di vivere la propria identità, le ragazze devono piegare la testa un'ultima volta, dissolvere tutti i dubbi e paure e poi  tuffarsi finalmente nelle cristalline acque liguri e lasciarsi trasportare dalla corrente della felicità, dentro alle rispettive anime per trovare il loro posto nel mondo. 

Adesso è tempo di crescere, di diventare adulte consapevoli del proprio essere, del proprio valore e dei propri sentimenti.

Questa storia cosi dolce e profonda è un viaggio evolutivo di due anime inquiete, separate dalle avversità della vita, messe di fronte a dure prove da un destino troppo esigente ma, una volta superati tutti gli esami, i loro cuori sapranno riconoscere la strada per la felicità.

Il romanzo viene raccontato in prima persona dalle voci di Agata e Sara che, seguendo il sottile "fil rouge" di diverse linee temporali, ci condurranno nel profondo delle loro anime, ripercorrendo la forza di sentimenti forti e contrastanti.

Si amano, si vivono, litigano, si allontanano scegliendo di non sentirsi più per sopire dolori così forti da elaborare, ma nonostante tutto si ritrovano. 

Cambiate, ma ancora unite dal legame indissolubile di quell'amore puro che è sempre stata la loro amicizia. 

E ricominciano a vivere, a viversi, seguendo la forza trainante dei sogni.

Ludovica Della Bosca, ha saputo entrare in punta di piedi nella delicata sfera dell'accettazione con semplicità, ma con una forza tale da falciare pregiudizi e luoghi comuni, per lasciar posto alla libertà di essere sé stessi.

Di questo romanzo ho amato ogni singola sfumatura dei sentimenti descritti, ho sorriso di fronte alle frizzanti elucubrazioni di Fabrizio, mi sono emozionata e rinfrescata nelle acque trasparenti che lambiscono il promontorio del faro di Punta di Vagno, ho allargato i miei orizzonti e dissolto molti dubbi, per capire che la libertà consiste soprattutto nell'accettarci per come siamo. 

Punto fermo dal quale partire per crescere ed evolverci.

Consiglio questa lettura a chi ha paura, a chi si sente insicuro e non trova il coraggio per uscire dal guscio e inseguire le proprie aspirazioni.

Fuori dal mantello dell'invisibilità della paura c'è un mondo di colori, profumi e sapori da vivere, da assaporare, basta seguire l'onda e lasciarsi trasportare dalla corrente, come Fabrizio.

Ringrazio ancora Corbaccio per questa possibilità e vi invito a passare dalla libreria più vicina per immergervi in questa emozionante avventura, sicura che vi aprirà nuovi orizzonti.

Buona lettura,

Tania C.






 



Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

  TUTTO NASCE PER FIORIRE Autore: Demetra Costa Editore: IoScrittore Formato: Brossura Pag.: 503 Uscita: Giugno 2025 € 18 formato cartaceo F...