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mercoledì 27 marzo 2024

Recensione "CHI HA PAURA DELL'UOMO NERO Il romanzo dell'esodo istriano" di Graziella Fiorentin - Ed. CORBACCIO -

 




CHI HA PAURA DELL'UOMO NERO

Il romanzo dell'esodo istriano


Autore Graziella Fiorentin

Ed. Corbaccio

Genere Romanzo storico

Collana Narratori Corbaccio

Formato Brossura

Pag 304

€ 18,90

Formato Ebook presente in tutti gli store digitali


CONOSCIAMO L'AUTRICE


Graziella Fiorentin è nata a Canfanaro d'Istria.

Nel 1943, a causa della persecuzione verso gli istriani, ha dovuto lasciare il suo paese natio per trovare rifugio come profuga prima a Chioggia, poi nelle campagne dei dintorni e, infine, a Padova, dove ancora risiede.

Grazie a questo libro, nel 2001 vince il Pemio del Presidente del concorso <<Firenze Europa>>; nel 2002 vince il Premio Nazionale <<Santa Margherita Ligure Delphino>>; nel 2002 le viene segnalata la finale a Premio Internazionale <<Città di Milano>>; nel 2007 riceve un premio al <<Trofeo Penna d'Autore>>; nel 2011, a Verona, vince il Premio <<Gen. Tanzella>>.

A questo romanzo è stato liberamente ispirato il Movie Rai, recentemente in onda su Rai 1 " La rosa dell'Istria".


TRAMA


8 settembre 1943, con un annuncio ufficiale alla radio, il Maresciallo Badoglio, dichiara la resa dell'Italia agli americani e agli inglesi, creando scompiglio, lasciando allo sbando l'Esercito  e il popolo istriano privo di ogni difesa.

Il Generale Tito, appoggiato dai suoi partigiani, procedeva la sua avanzata cercando di annettere l'Istria alla Jugoslavia, mentre le milizie della Repubblica Sociale stavano appoggiando la riorganizzazione dei tedeschi.

Già dal '43, ma in particolar modo con la fine della Guerra e il 1945, una barbara "pulizia etnica" costringe trecentomila italiani, dei quali settantamila bambini, a fuggire dall'Istria per cercare aiuto in altre regioni, spesso accolti in maniera ostile dagli abitanti.

La figlia del medico condotto, Maddalena e alter ego dell'autrice, ha soltanto 8 anni quando viene strappata con la forza alla sua terra, a quel suo piccolo mondo fatto di mare, sogni, colori e profumi.

Il tempo passa e la bambina racchiude ricordi della sua terra nel suo cuore. Vent'anni dopo, ormai adulta e madre, decide di fare ritorno in quel lembo di terra nel quale è nata, la culla della sua storia, per poter raccontare la storia di tutti quei bambini che, come lei, furono costretti a lasciare troppo presto le loro radici e la loro infanzia.


IMPRESSIONI


Amici della Valigia buongiorno.

Il libro di oggi mi è stato gentilmente offerto, in versione digitale, da Valentina di Corbaccio Editore che ringrazio di cuore per aver accontentato la mia richiesta.

Il suo titolo è "Chi ha paura dell'uomo nero" e racconta, in versione romanzata, la vera storia dell'autrice, istriana, e di tanti altri bambini, costretti all'esodo nel 1943.

Prima di parlarvi della storia di Maddalena-Graziella, credo ci sia bisogno di fare una premessa storica, giusto per comprendere meglio i fatti.

Si dice che a Roma abbiano fatto più danni i Barberini che i Barbari, io non sono d'accordo anzi,  sono più che sicura che, non solo a Roma ma in tutto il mondo, abbia fatto più danni la Seconda Guerra Mondiale coi suoi pazzi persecutori.

Nel '43 l'Italia era in uno stato di sbando totale. Al fallimento del regime fascista di Mussolini conseguì una catena di sfaceli devastanti: il crollo del partito fascista, lo scioglimento delle Forze Armate e la capitolazione dell'8 settembre. 

La disfatta dell'Esercito  finì per coinvolgere  gli stati di confine, maggiormente la Croazia con Zagabria e Lubiana, all'epoca provincia autonoma, con gravi ripercussioni anche in tutti i Balcani, dove Tito, forte della politica comunista, approfittando del caos venutosi a creare, prese il sopravvento. 

Fu l'8 settembre del '43 che i partigiani di Tito diedero il via a un'ondata di cruenta vendetta contro i fascisti che in quegli anni avevano dominato in maniera poco ortodossa Istria e Dalmazia, costringendo il popolo all'integrazione italiana forzata e a continue soppressioni.

La conseguenza terribile fu che l'8 marzo 1943, all'incirca mille persone, tra cui tutti i fascisti e tutti gli italiani non comunisti, furono prima perseguitati, poi torturati e infine trucidati e buttati nelle foibe come fossero immondizia.

I macabri "fatti delle foibe" diedero il via a un lungo e sanguinoso massacro e a una straziante fuga dalle proprie origini.

Le "foibe" delle doline carsiche sono delle cavità, delle fratture  anche dette inghiottitoi, presenti in grandi quantità anche nelle valli carsiche friulane, in particolar modo nella regione Giulia. La stima attuale degli inghiottitoi istriani è di circa 1700. 

All'interno di queste cavità, la milizia jugoslava, dopo atroci torture, gettò una parte dei corpi degli istriani, alcuni ancora in vita, anche se la maggior parte morì durante il trasferimento nei campi di concentramento, nei campi stessi, nelle prigioni o nelle miniere di bauxite.

La seconda ondata di eccidi, quella più cruenta e col maggior numero di vittime, arrivò a maggio del 1945. 

L'obiettivo fu quello di eliminare chiunque provasse a contrastare l'egemonia comunista di Tito, fosse anche solo idealmente, mettendoli a tacere per sempre nelle foibe.

Tragica conseguenza del macabro, enorme eccidio, fu l'esodo al quale gli italiani in Istria furono costretti repentinamente, trascinando con sé anche i dalmati, fiumani e tutti gli italiani residenti nei territori che l'Italia, col trattato di Parigi, cedette alla Jugoslavia. 

Solo il 10 febbraio 1947, col trattato di pace di Parigi, finalmente, finì la straziante ondata persecutoria delle Foibe, stabilendo che i confini tra Italia e Jugoslavia avrebbero seguito i parametri dettati dalla Francia.

Dal 2005, il 10 febbraio è stato istituito il "Giorno del Ricordo" per commemorare gli eccidi delle Foibe e il grande esodo degli italiani istriani e dalmati.

Questo, a grandi linee, è l'orrore al quale l'autrice ha dovuto assistere durante la sua infanzia.

Tramandare i ricordi più intimi, le paure, ma anche le piccole gioie fatte di colori, profumi e sapori, è un modo per non dimenticare quel periodo buio della storia italiana e mondiale, ma è anche un modo per cercare di non ripetere gli stessi errori. 

Purtroppo sembra che l'essere umano sia restio a trarre insegnamento dai propri errori, ma le nuove generazioni hanno diritto e soprattutto bisogno di conoscere la storia.


<< "Forse hai ragione. Sono passati tanti anni... Forse questa è gente estranea, che nulla sa di quello che avvenne qui. E poi nulla dura in eterno, nemmeno l'odio, spero! Ma aspetta a suonare, saliamo per il viottolo. Vorrei vedere la casa da vicino." Risalimmo il viottolo che, da bimba, percorrevo, saltando e cantando, tante volte al giorno. >>


Il romanzo inizia con la voce narrante di Maddalena, la protagonista ormai adulta, moglie e madre, che insieme alla sua famiglia, dopo venti lunghissimi anni dall'esodo al quale fu costretta, torna nella sua terra natia per far conoscere la storia del suo villaggio ai figli e mostrar loro la sua casa in cima alla collina.

Le emozioni, ancora fortemente contrastanti, provate dalla donna mentre ripercorre i luoghi della sua infanzia, sono un caleidoscopio di componenti che, tramite flashback temporali, la inducono a rivivere momenti atroci e particolari dell'infanzia vissuta nelle doline istriane prima, e nella laguna veneta poi, nel cuore pulsante della guerra.


<< "Arriva il dottore! Chi ha paura dell'Uomo nero?" Rispondevamo: "Nessuno". >>


Figlia del medico del villaggio, Maddalena cresce circondata dall'affetto di una famiglia benestante, dai saldi principi e libera di correre nei prati e nei boschi dietro la sua casa che sovrasta il mare delle coste istriane. 

Ha due fratelli, Nicolò, il maggiore che, seguendo le orme paterne, studia medicina a Padova e Saulo, fratellino minore, al quale vuole un bene immenso.

A Maddalena piace rotolarsi nell'erba fresca e verde, raccogliere frutti succosi dagli alberi del suo giardino e giocare a piedi nudi col piccolo Saulo e con gli amici del villaggio, senza pensieri e senza nubi cupe in quel cielo così blu che sembra tuffarsi nel mare laggiù, oltre la collina e la ferrovia.

Il mantra preferito dei ragazzini è quello di ripetere una cantilena per sconfiggere con coraggio la paura dell'Uomo nero, simbolo della paura stessa, che li vedeva rincorrersi felici e ansiosi di dimostrare il proprio valore e coraggio. 


<< Quando entro nelle case di certi slavi non sono accolto cordialmente  come in passato. Sta bollendo qualcosa in pentola... Ma se ce l'hanno coi tedeschi invasori, perché mai dovrebbero prendersela con gli italiani? Noi qui esistiamo da sempre... Però le minoranze slave si stanno facendo turbolente! Cosa vogliono? >>


Il destino infame sembra però avere altri progetti per il popolo Istriano.

Sulla scia degli orrori seminati in Italia e in Europa, l'ombra nera della guerra comincia a soffiare il suo gelido fiato anche sul collo dell'Istria, creando scompiglio e facendo crollare tutte le certezze di una vita.

Il panico, l'insicurezza, la carestia e la morte, travestiti da tedeschi nazisti e partigiani di Tito, prendono prepotentemente il sopravvento sulla placida quotidianità di Canfanaro d'Istria, lasciando dietro di sé una scia di dolore inconcepibile e straziante per chiunque.

Si comincia a vociferare che i tedeschi facessero sparire, molti dei quali ancora vivi, i ribelli, i partigiani di Tito sconfitti, gli abitanti indesiderati dei villaggi e i prigionieri catturati durante le guerriglie,  nelle foibe, profonde e buie voragini nascoste nelle rocce dei colli. 

Per gli italiani d'Istria, perseguitati in patria, si sta mettendo male. Cominciano gli avvertimenti sibillini, seguiti da minacce e persecuzioni crudeli. 

Gli slavi non li vedono più di buon occhio e l'Italia, Ponzio Pilato della situazione, se ne lava beatamente le mani, non  riconoscendoli più come italiani in patria,  cercando in tutti i modi di cacciarli dalla loro terra. 

I nazisti, sempre contrastati dai sanguinari partigiani di Tito, stanno facendo pulizia etnica, seguendo gli ordini dettati dall'infame pensiero di un despota tiranno e folle, forte dell'alleanza con Mussolini, che aveva  venduto i propri conterranei, le proprie radici, per 30 denari.

La famiglia di Maddalena cerca di fare il possibile per aiutare amici e vicini, spesso mettendo in pericolo la propria incolumità e spesso è costretta a piegarsi al volere dei nazisti per qualche momento di "pace". 

Tutto, per cercare di salvare la pelle e le loro radici.

Un medico e la moglie che sanno parlare tedesco sono un bene prezioso per i nazisti, nessuno oserà torcere un capello alla famiglia. 

Questa è la convinzione di Maddalena e dei genitori.

Ma la guerra non guarda in faccia nessuno, è opportunista e, in guerra, tutto è permesso per vincere o salvare la pelle, anche quando sembrano giungere voci di un sicuro cessate il fuoco.


<< "Hanno annunciato che è stato firmato l'armistizio."

" Che cosa vuol dire armistizio? "

" Armistizio vuol dire che..."

Bang! Uno sparo secco, vicinissimo.  >>


Le sicurezze cominciano a crollare coi primi proiettili scagliati a tradimento contro la sua casa, contro la sua famiglia, nella quiete di un caldo pomeriggio autunnale.

È giunta l'ora di pensare a mettersi al sicuro, lo scantinato ricavato sotto il pavimento di casa non basta per tutti e non è più sicuro. 

Bisogna partire, con la speranza di poter tornare, un giorno.

Lacrime, lo stomaco stretto in una morsa mortale, il terrore negli occhi e nei pensieri. 

Fame, sete, stanchezza fisica, stanchezza morale mescolata al terrore negli occhi e nel cuore, non solo dei protagonisti ma anche in quelli del lettore. 

Non si può restare impassibili verso una così immensa atrocità.

Impotenza, rabbia, rassegnazione.

Lacrime salate e amare che svuotano di ogni emozione che non sia dolore.

Sono i sentimenti e le sensazioni che, pagina dopo pagina, accompagnano Maddalena e chi legge, in un crescendo di ansia plasmata dai quei brividi freddi sottopelle che la paura innesca quando sei impotente davanti alla bestia umana. Quello di paragonare l'essere umano all'istinto  primordiale delle bestie è un pensiero e una presa di coscienza col quale Maddalena si trova a riflettere sin da bambina.


<< Io mi guardo intorno e non so più  chi ci vuole bene e chi ci odia... Come si fa a riconoscere chi è cattivo e chi è buono? >>


I perché girano e rigirano nella mente, proprio come in quella della piccola Maddalena che, cercando di superare i propri limiti, prova a dare una spiegazione plausibile a tutto quell'odio gratuito che sta gravando pesantemente sul capo degli istriani. Loro non hanno fatto nulla di male, hanno sempre lavorato duramente quella terra fatta di rocce e radici, così aspra e spesso ostile, ricavando quel che bastava per vivere dignitosamente. 

Perché ora volevano cacciarli? Perché non si poteva trovare un accordo per continuare a vivere nel proprio nido, senza dar fastidio a nessuno?

Perché destinati a infrangersi sotto le bombe, sotto al fuoco di tutti contro tutti, in un macabro gioco al potere dove non si sa più chi è vittima o carnefice.


<< Volevo andarmene ora. Volevo trovare un posto nel mondo dove gli uomini non si odiassero... Ma dove? >>


Raccolti sogni e speranze di una vita, misti al minimo indispensabile per poter un giorno ricominciare in una terra libera, la famiglia di Maddalena, accompagnata da una reticente e rassegnata nonna, partono furtivamente col treno per cercare rifugio a Chioggia, dallo zio.

Non ho potuto fare a meno di pensare che, all'epoca dei fatti, tra i tanti vagoni che percorrevano i binari senza ritorno, la famiglia di Maddalena era riuscita miracolosamente a imbarcarsi su quello della speranza. 

Uno squallido vagone che, nonostante tutto, li avrebbe condotti verso la libertà. Ma a quale prezzo?

Certo, la salvezza, la certezza di poter ricominciare una nuova vita ma senza più quel sentimento forte e radicato di appartenenza a una terra che non li ha mai voluti e non li vuole.

Più i capitoli mi scorrevano sotto gli occhi, più il dolore si faceva strada nella mia anima. 

Come è possibile che la propria terra rinneghi i suoi figli?

Da quale fonte attinge linfa vitale l'odio razziale?

Domande che non avevano una risposta all'epoca e continuano a non avere una risposta oggi se non, forse, riconducibili alla follia umana. 


<< Iniziò allora per me un periodo strano, confuso, un altalenare di apatia e desiderio di conoscere il nuovo paese in cui fortunosamente ero capitata. >>


La convivenza con gli zii di Chioggia non è facile, bisogna scendere a compromessi con la quotidianità, la fame e con l'avanzata dei nazisti.

Maddalena però non perde mai il coraggio, ogni volta che si sente persa, ripudiata, sa di non aver paura dell'uomo nero, di avere la forza per andare avanti ogni giorno, nell'attesa di tempi migliori e, col sostegno del cugino Matteo, in mezzo a raid aerei, incursioni nazifasciste e pericolose avventure, nascosti in anfratti marini durante i bombardamenti, riesce a superare tutte le prove che la vita le mette sul percorso. 

Anche quella più dura, il distacco dal compagno di avventure, il ragazzo che l'ha sempre protetta, il cugino Matteo.


<< Mi sentivo infelice e sola. Il mio orgoglio mi impediva di darlo a vedere, ma dentro di me soffrivo. A differenza di quanto avveniva nel mio paese, avevo la convinzione di essere disprezzata, derisa, trascurata. >>


La resilienza di Maddalena e della sua famiglia è il motore trainante di tutta la storia.

Messi costantemente in ginocchio di fronte alle disgrazie, la voglia di rialzarsi li sprona a reagire, a mantenersi profondamente radicati alla vita, alle proprie origini.

Mille difficoltà, prima della tranquillità economica, li attendono in quella nuova terra che sì è italiana, ma non è la loro.

Maddalena è stanca, ha quasi perso la fiducia nei genitori e arriva a credere di aver perso la loro protezione, sentendosi perennemente troppo esposta alle mercé di un popolo che non gradiva la loro presenza. 

Supplicandoli chiede soltanto di essere lasciata tranquilla, tra quelle quattro mura estranee che la sua famiglia chiama casa. Si ribella, si dispera ma capisce che se veramente vuole un futuro di pace e serenità, ancora una volta, deve piegarsi al volere della famiglia. 

Non è sola, non lo sarà mai.


<< Piccola Maddalena, credevi di essere immune dal male? Conosci forse qualcuno che lo sia? >>


<< Chi ha paura dell'Uomo nero?" Rispondevamo: "Nessuno". >>


A grandi linee questa è la storia di Maddalena/Graziella e di tutte quelle famiglie che, grazie all'amore, alla pietà e a un po' di fortuna, sono riuscite a sopravvivere all'odio di massa che voleva annientarle.

Da questa storia è stato (molto, molto, molto liberamente) tratto il commovente film "La rosa d'Istria". 

Per chi, ovviamente dopo aver letto il libro, volesse vederlo, lo può trovare in chiaro e gratuitamente su Raiplay.

No!

So a cosa state pensando: "Se c'è il film, perché perdere tempo a leggere 300 pagine?". 

Sono proprio quelle 300 pagine che fanno la differenza, che vi permettono di entrare nel cuore dei fatti. Di percepire la puzza della paura durante le sirene antiaeree, di avvertire il brivido gelido lungo la schiena nel bel mezzo di un'incursione dei tedeschi o dei partigiani di Tito, di muovere i vostri passi con cautela, cercando di evitare le mine anti uomo o le mine trappola che, se andava bene, in certi casi, potevano uccidere invece di condannare a rivivere ogni istante, fino alla fine dei propri giorni, l'orrore di farsi scoppiare in mano o sotto ai piedi un ordigno.

Il film, se pur molto toccante e veramente ben fatto, racconta una storia un po' diversa, a mio parere un po' troppo diversa, ma non sono qui per recensirlo.

Se invece doveste già aver visto il film, tra le pagine di "Chi ha paura dell'uomo nero?", può trovare approfondimenti, vivere nuove emozioni e conoscere la storia, fatta di sentimenti e memorie, che i testi scolastici purtroppo non raccontano.

Lo scopo dell'autrice è quello di non permettere che la storia venga dimenticata, che la memoria e il sacrificio dei nostri conterranei venga "infoibato" una seconda volta.

Abbiamo il diritto di sapere, di conoscere e, soprattutto, abbiamo il dovere di non dimenticare e, con questo romanzo biografico, Graziella Fiorentin è riuscita a dare voce anche a chi è stata tolta per sempre nel profondo della terra.

Per come la vedo io, il sacrificio di tutti i caduti delle foibe non è stato invano, andando a consacrare quel territorio come loro terra, senza che nessuno possa più dire o fare nulla per cacciarli. Non apparterranno più fisicamente e politicamente a quei luoghi, ma il sangue che ha impregnato prati, case, foibe, li rende parte del territorio. Lì sono nati e in quelle terre affondano le loro radici. Per sempre.

Adesso sta a noi non dimenticare e divulgare.

Cari lettori, cari insegnanti, il mio consiglio è quello di regalarvi questo libro e immergervi nella lettura e portarla nelle vostre classi. 

L'autrice ha curato ogni capitolo con dovizia di particolari, fatti storici e usando un linguaggio ricco, a volte desueto, che arricchisce il racconto incuriosendo il lettore più pignolo.

Sono sicura che ne rimarrete soddisfatti, anche se consumerete tanti fazzolettini.

Alla fine di questa mia recensione vi chiedo in anticipo scusa se, durante la lettura, doveste aver riscontrato errori storici. Non sono una storica, mi documento su testi e siti storici ufficiali ma sono un essere umano e, come tale, faccio errori, ho delle sviste e dimenticanze. Non vogliatemene e segnalatemi l'errore in modo da poterlo correggere.

Scrivere questa recensione mi è costata tanta fatica, fisica, ma soprattutto morale, sentendomi impotente e disorientata dalle atrocità apprese. 

Ho impiegato un po' di giorni, spesso rileggendo alcuni capitoli di Chi ha paura dell'uomo nero?, a documentarmi, a cercare di sintetizzare al meglio, a trovare le parole giuste, per cercare di essere in grado di raccontarvi ciò che il testo mi ha lasciato. 

Non è stato facile, scrivere comporta sacrifici, notti di sonno perse, giornate di sole davanti a un monitor per evitare di dimenticare un pensiero, un aneddoto o una data storica particolare.

Sintetizzare la storia non si può. È un'immensa matrioska della quale non vedremo mai la fine, e da scoprire c'è ancora tanto, troppo.

Qualche anno fa, nel Campo di smistamento e concentramento,  di Fossoli, ho potuto vedere le abitazioni che, nel 1954, furono  concesse a 250 famiglie istriane e dalmate che vi soggiornarono per circa 16 anni.

All'epoca il campo, forse per dimenticare l'orrore dei campi di sterminio, fu convertito in Villaggio San Marco, le casette usate per stipare gli ebrei furono restaurate e trasformate in  abitazioni per accogliere i profughi d'Istria e Dalmazia. 

Queste casette, ormai fatiscenti e rovinate su sé stesse,  ancora oggi, strato su strato, raccontano, ancora una volta, una storia fatta di odio e sangue nel nome della follia umana. 

È stata un'esperienza molto forte ma costruttiva, che mi sento di consigliarvi per integrare maggiormente questa lettura. 

Buona lettura,

Tania C.























sabato 9 marzo 2024

Recensione LA PORTALETTERE DI PARIGI di MEG WAITE CLAYTON - Ed. HARPERCOLLINS ITALIA -

 




LA PORTA LETTERE DI PARIGI

Autore: Meg Waite Clayton

Traduttore: Claudia Marseguerra

Editore: HarperCollins Italia

Pubblicato: 16 gennaio 2024

Formato: Rilegato

Pag. 464

€ 18,90

Formato ebook presente in tutti gli store digitali


CONOSCIAMO L'AUTRICE

Meg Waite Clayton conseguì la laure in giurisprudenza nel Michigan, divenendo autrice di romanzi di successo che vinsero diversi premi letterari. 

Negli anni inizia a collaborare con prestigiose testate come ?New York Times", "Forbes", "Washington Post", dedicandosi spesso al mondo femminile nella società e a tutto ciò che le donne devono affrontare ogni giorno.  


TRAMA

Naneé è una bella ragazza, ricca e con uno spiccato spirito d'avventura. 

Per lei libertà significa imparare a pilotare un aereo.

Quando i carri armati tedeschi invadono la Francia ed entrano a Parigi, il cuore di Naneé è pronto a unirsi alla Resistenza.

Col soprannome "la portalettere", Naneé comincia a consegnare informazioni ai clandestini, usando la sua scaltrezza e il suo fascino per salvare i fuggiaschi e metterli in salvo in ripari sicuri. Edouard Moss, fotografo, fugge dalla Germania con la figlia ancora piccola e viene internato in un campo di lavoro francese. Ben presto incontra Nanée, intrecciando la sua vita con quella della donna, dando vita a un amore romantico ma pericoloso, vissuto nel bel mezzo del fuoco della guerra... 

La storia di Nanée e Edouard è ispirata alla vita reale della ricca ereditiera di Chicago Mary Jane Gold, la quale lavorò assiduamente fianco a fianco col giornalista americano Varian Fry, per riuscire a far espatriare clandestinamente dal territorio francese artisti e intellettuali. La portalettere di Parigi è la storia di una donna coraggiosa, la cui forza è simbolo di speranza in quell'epoca dominata dal terrore. Dopo il successo di L'ultimo treno per la libertà, Meg Waite Clayton rielabora i giorni cupi dell'occupazione tedesca in Francia, dando vita a un romanzo d'amore, pericolo ed eroismo ineguagliabile. 


IMPRESSIONI


Amici della Valigia ben ritrovati. 

Il romanzo che vi presento oggi mi è stato gentilmente offerto da Jennifer Carretta di HarperCollins Italia, alla quale vanno i miei ringraziamenti, per l'opportunità concessami. 

È passata da poco la Giornata della Memoria, certi orrori non vanno mai dimenticati e nemmeno soffocati.

Parlarne, farli conoscere, è oggi l'unica maniera per cercare di non ripeterli, anche se i fatti di cronaca sembrano riscrivere ogni giorno l'identica storia di quegli anni bui.

La portalettere di Parigi è molto di più di un romanzo storico, è la testimonianza della memoria di chi ha combattuto, mettendosi in gioco fino fine alla fine, per poter vivere in un mondo libero, per difendere il valore e il diritto alla vita.

Si tratta di una storia "diversa" da quella raccontata sui libri di scuola. Non riporta la "Memoria" di chi, fortunatamente è riuscito a sopravvivere ai campi di sterminio. 

Questa è una storia forte, che osa, sfidando i canoni e le ideologie di un'epoca nera e dittatoriale. 

Una storia al femminile, di emancipazione, di forza e speranza. 

Prendendo spunto dalla vita reale di Mary Jane Gold, un'ereditiera americana che, durante il periodo buio della Seconda Guerra Mondiale, invece di pensare alla propria salvezza, scelse di collaborare col giornalista Varian Fry e l'amica Miriam Davenport, impegnandosi nel nobile fine di aiutare quanti più ebrei possibili a salvarsi, l'autrice crea il personaggio di Nanée, dando vita a una donna dagli occhi profondi e una mente brillante, coraggiosa e con uno spiccato spirito di avventura. 

<< Era arrivato il momento. La Germania aveva invaso la Polonia, spingendo Francia e Gran Bretagna a dichiarare guerra. Il miracolo che Nanée e tutti in Francia pensavano li avrebbe salvati non era avvenuto. Invece erano ricomparsi i manifesti di appel immédiate che incitavano i francesi ad arruolarsi, manifesti che erano stati tolti dopo la crisi di Monaco, un anno prima. Questa volta la chiamata alle armi era reale. >>

Nanée sfida ogni giorno la paura: come la sua alter ego umana, pilota il super leggero monoplano a motore Vega Gull, un velivolo usato  per turismo negli anni '30 dalla flotta aerea britannica. 

Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, i monoplani, familiarmente chiamati "i gabbiani", vennero requisiti dal governo, diventando parte integrante della flottiglia aerea militare britannica, impegnata a combattere il fuoco nemico. Alcuni vennero abbattuti, altri vennero costretti a cambiare bandiera.

La narrazione del romanzo si divide in due parti.

La prima parte, più lenta e descrittiva, mette in luce i personaggi che si incontreranno durante la storia, l'evolversi dell'avanzata delle truppe tedesche, il terrore e la paura di sentirsi il fiato sul collo da parte dei nazisti, mentre nella seconda, più frizzante e romantica, conosceremo più a fondo il lato più umano e sociale dei personaggi, la nascita di un profondo legame tra Nanée e uno dei protagonisti, la lotta per la libertà, il coraggio e la forza di rialzarsi sempre, nonostante le avversità. 

Protagonista principale è l'affascinante Nanée che rappresenta la "sfacciataggine" e la classe senza freni di una donna che, nonostante il periodo storico, non ha paura di essere sé stessa, mostrando la spropria femminilità, celata dietro a dei pantaloni cargo, un paio di occhialetti da aviatore e col  sensuale drappo di seta bianca fluttuante intorno al collo.

<< ... ora la Francia era in guerra con la Germania, ma lui era ebreo, un profugo dalla brutalità di Hitler, santo cielo. Come si poteva pensare che fosse una spia del Reich? >>

Lei non ha paura di lottare, è pronta a usare tutte le sue armi per la difesa dei diritti umani, per la libertà, così come non ha paura di lasciare che il suo cuore culli dolci ma pericolosi sentimenti per il fotografo tedesco Edouard Moss e la tenera figlioletta Luki, sempre abbracciata al suo unico e piccolo amico, un  canguro di peluche. 

Moss, dopo la perdita della moglie, per fuggire alla cattura da parte della Gestapo che stava alle calcagna di ogni artista ispirato alle correnti artistiche considerate oltraggiose verso la razza ariana e la Germania, fugge in Francia, precisamente in Provenza, cercando un rifugio sicuro soprattutto per la figlioletta, ancora troppo piccola e ingenua per comprendere il male che si sta abbattendo sulla terra ai danni dell'umanità.

La tranquillità è effimera e, dopo una brevissima tregua, anche la Francia viene invasa di nazisti, pronti a fare tabula rasa pur di catturare ogni sorta di "indesiderati". 

Fin troppo presto, per Moss, si aprono i cancelli dei campi lavoro francesi, spazzando via come un tornado quel fievole barlume di normalità e speranza di una vita libera per lui e la figlia.

In quel periodo Nanée, invece di usufruire del suo passaporto americano e mettersi al sicuro in Patria natia, decide di allearsi con la resistenza francese, diventando "la portalettere", una sorta di postina che consegna importanti messaggi agli alleati e si adopera per trovare alloggi sicuri per quanti più fuggiaschi possibili. Tutto, per evitare che finissero sotto le torture dei nazisti aguzzini.

<< Nanée non si era mai considerata una senzatetto, ma sentendo queste poche parole si rese conto di essere stata una specie di rifugiata per almeno dieci anni. Era sporca. Moriva di fame, eppure non era disposta a mangiare ciò che avrebbe potuto dare a Peterkin. A quanto pare suo padre si sbagliava: i soldi non possono comprare tutto. >>

Grazie alla propria forza e alla collaborazione di chi ha saputo fidarsi della sua umanità e darle aiuto, Nanée riuscirà a salvare centinaia di vite innocenti.

Dosando sapientemente finzione e realtà, la Clayton ha saputo dare vita a una storia che scorre sciolta e libera sotto l'attenzione del lettore più scrupoloso.

Certo, la prima parte è un po' lenta, ma superate le prime cento pagine si verrà catapultati insieme a Nanée nel vorticoso rombo dei cieli francesi, al comando di un Vega Gull, pronti a sfidare il fuoco nemico, incuranti della sottile linea di confine tra la vita e la morte.

Gli avvenimenti storici ai quali l'autrice fa riferimento sono accurati, frutto di un'eccellente preparazione e un'accurata ricerca.

I personaggi sono ben strutturati, descritti con dovizia di particolari nell'aspetto fisico. 

Capelli, profondità degli occhi, abiti, pelle... tutto risalta alla perfezione, come se l'autrice avesse avuto i personaggi in posa di fronte a lei, per farne un dipinto in 3D.

<< Va tutto bene, Pemmy. Papà ha detto che veniva qui oggi, ma oggi non è ancora finito. >>

L'aspetto psicologico è il punto di forza della narrazione, i personaggi entrano subito in empatia col lettore, tanto da percepirne le emozioni, il terrore, la gioia per ogni piccola cosa, insignificante ai giorni nostri, ma preziosissima per l'epoca, come i momenti di tenerezza, di tranquillità, di pura innocenza sgorgante dagli occhi e dai pensieri di Luki.

<< La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai a essere buone o cattive. >>

Hannah Arendt, La vita della mente

Non potrete non amare questo racconto e, soprattutto, non potrete fare a meno di approfondire cercando altri particolari e aneddoti sulla vita di May Jane Gold, la donna che grazie al suo animo nobile e spregiudicato riuscì a mettere al sicuro circa 2.000 persone, salvando anche Marc Chagall e l'autrice Hannah Arendt.

Invito alla lettura tutti quei lettori  come Nanée, che nonostante le mille difficoltà presenti sul proprio percorso di vita, non perdono mai la fiducia e la speranza di un domani migliore, di una vita libera e in pace, senza rinunciare ai sentimenti, facendo proprio leva sull'amore che ci unisce a chi percorre il cammino con noi.

Quasi 500 pagine, sono tante, richiedono un po' di impegno, ma sono sicura che non vi pentirete di aver speso qualche ora in compagnia di una donna che ha speso la sua gioventù agiata per inseguire l'ideale di libertà e di emancipazione.

Ieri il calendario ricordava la "festa della donna". Data fittizia per ricordare non una festa, ma per  commemorare un gruppo di operaie che, l'8 marzo 1908, a New York, persero la vita nel rogo della fabbrica Cottons, diventando il simbolo della parità e uguaglianza dei diritti tra uomini e donne.

Ideali per i quali Nanée-Mary Jane Gold ha lottato con tutte le sue forze.

Credo che le premesse per una piacevole lettura ci siano tutte, quindi fate un saltino in libreria e godetevi il volo radente sulla rotta di Nanée.

Buona lettura, 

Tania C.











sabato 2 marzo 2024

I BINARI DEL NON RITORNO: IL GHETTO DI RIGA - Il mio viaggio in Lettonia lungo i binari del non ritorno -






I BINARI DEL NON RITORNO:
IL GHETTO DI RIGA
- Il mio viaggio in Lettonia lungo i binari del non ritorno -

Amici della Valigia ben ritrovati. 
Come di consueto, anche quest'anno, la Valigia ha preso il volo per seguire i "Binari del non ritorno", atterrando in Lettonia, precisamente sul Mar Baltico, a Riga.
Ho scelto una delle date più possibile vicine alla Giornata della Memoria, ma anche un periodo durante il quale il freddo polare non fosse troppo impietoso. 
Di fatto, il 24 febbraio, armata di buone scarpe termiche anti ghiaccio e mantella per la pioggia, ho varcato, col cuore gonfio di emozioni indefinibili, il cancello del Museo del Ghetto di Riga.
Il museo del Ghetto di Riga si trova sulle sponde del placido e gelato fiume Daugava, poco distante dall'antico Ghetto ebraico, sito nel quartiere moscovita. 
Gli edifici di austera architettura sovietica, rimandano al 1 luglio 1941, quando Riga venne occupata dai nazisti.
Intorno al Ghetto, edifici di pietre rosse e nere, severi, stagliati sotto il cielo gravido di pioggia e vento, testimoni immemori di uno dei più atroci stermini di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. 

Quartiere moscovita - foto personale -

Tutto lascia presagire che all'epoca, probabilmente, quegli edifici fungessero da campi lavoro o comunque da edifici di nazisti, ma non ho trovato approfondimenti.
Riga è la capitale della Lettonia, sulla costa del Mar Baltico. 
La  Lettonia, insieme alle confinanti Estonia e Lituania, formano le tre Repubbliche Baltiche e, nel 1940, l'Unione Sovietica le inglobò sotto il suo dominio.
Pochi giorni prima dell'Olocausto, a Riga viveva una comunità ebraica di all'incirca 43.000 ebrei. 
Il 1 luglio 1941, la città di Riga subì l'occupazione da parte delle truppe naziste, infervorata dall'insorgere di feroci gruppi lettoni simpatizzanti delle truppe naziste. 
Questi gruppi crearono scompiglio e terrore arrestando, massacrando e trucidando brutalmente, tra le conifere e betulle del vicino bosco di Bikernieki, una parte degli ebrei residenti a Riga, circa 27.000.
Tre giorni più tardi un gruppo di mercenari lettoni appiccò il fuoco alla Sinagoga Chor, nella quale persero la vita circa 300 rifugiati ebrei. Quella fu la prima di altre Sinagoghe date al rogo. 
Fu grazie al provvidenziale intervento dei cittadini lettoni e di Riga che si poté arginare un massacro immane. 
Žanis Lipke, un portuale lettone che prestava servizio a Riga, dopo aver assistito alla brutalità dell'accanimento contro gli ebrei da parte delle truppe naziste e dei loro scagnozzi, contando sulle sue sole forze, riuscì a mettere in salvo 50 ebrei. 
270 furono gli uomini, eroi coraggiosi, che si adoperarono a salvare esseri umani finiti sotto le grinfie cancerogene dei nazisti. 
I loro nomi sono riportati su una targa alla memoria.
Nei tre mesi successivi la comunità ebraica residente a Riga visse nel terrore. In pochi minuti, quelle povere persone, si videro costrette a lasciare le loro case, a vedere tutti i loro risparmi e le loro proprietà confiscate. 
Persero il lavoro durante retate coatte, subendo violenze e aggressioni senza precisi motivi, solo per il fatto di essere ebrei, esseri imperfetti, indesiderati. 
In particolar modo venne loro imposta la pubblica umiliazione del divieto di utilizzo dei mezzi di trasporto, di camminare lungo i marciapiedi e quella di indossare obbligatoriamente, cucita su ogni indumento, la Stella Gialla, la Stella di David.  

La Stella di David su abiti originali - foto personale -


Dopo atroci barbarie, susseguite da violenti stermini e aggressioni, il 25 ottobre 1941, nel quartiere moscovita, la parte più cruda, austera e fatiscente di Riga, venne costituito il "Ghetto di Riga", una minuscola città dentro la città, dove poter confinare gli "indesiderati", i "rifiuti" da debellare.
Una volta costituito il Ghetto, i tedeschi cominciarono a ridurne, con uno sconvolgente crescendo esponenziale e per mezzo di azioni barbare, il numero degli abitanti. 
I luoghi dei massacri di massa ritenuti più idonei alle esigenze dei boia furono la foresta di Rumbula, dove vennero massacrati, in totale, 38.000 ebrei e il bosco di Bikernieki che raggiunse la stima di 48.000 omicidi, in prevalenza di ebrei. 
Gli anziani, vista la situazione di estremo e degradante disagio, formarono un consiglio, in modo da cercare di rendere più dignitosa possibile la permanenza nel Ghetto. 
Con l'aiuto di tutti, presero vita un centro anziani, una farmacia e un piccolo ospedale. 
Intanto tutti gli ebrei del Ghetto, uomini, donne e bambini, furono condannati a lavori forzati, mentre gli aguzzini nazisti depredavano le loro case da qualsiasi loro oggetti di finissimo artigianato: abiti ricamati a mano, dipinti artistici, antichi strumenti musicali, preziosa biancheria.

Museo del Ghetto di Riga, La Casetta del Ghetto nella piazzetta con le opere dedicare all'Olocausto - foto personale -


Nella notte tra il 29 e 30 novembre 1941, l'alto ufficiale delle SS Friedrich Jeckeln, eseguì l'ordine del Generale Heinrich Himmler: "far fuori il Ghetto trucidando tutti gli ebrei lettoni". Quella notte il Ghetto venne circondato e a tutti gli ebrei venne ordinato di riunirsi in gruppi di circa 1000 persone. 
Avrebbero potuto portare con sé una valigia di circa 20 kg perché sarebbero stati trasferiti in un campo nei pressi di Riga.
Furono molte le persone che non credettero all'umiliante bugia raccontata dai carcerieri e, quelle stesse persone, durante il trasferimento, si suicidarono.
La mattina del 30 novembre, alcuni gruppi vennero portati nella foresta di Rumbula e fucilati senza pietà.
I restanti vennero uccisi per le strade del Ghetto e nelle loro case, fino allo sterminio totale di più di 27.000 persone, conclusosi tra l'8 e il 9 dicembre del 1941.
Molti furono i personaggi di spicco uccisi: il Rabbino Capo, lo storico Simon Dubnov e alcuni membri del Consiglio degli anziani.
In città rimasero 4.000 ebrei uomini  e poche centinaia di donne, quasi tutte sarte. 
Non contenti delle atrocità messe in opera, i nazisti ricrearono il ghetto quasi vuoto deportatando da Germania, Austria e Cecoslovacchia 16.000 ebrei.
Il nuovo ghetto fu diviso in "Ghetto Maschile Lettone", dove vennero confinati solo uomini e "Ghetto delle donne Lettone", dove furono imprigionate solo donne e bambini. Questo nuovo ghetto prese il macabro nome di "ghetto tedesco". 
Gli abitanti, cercando di sopravvivere, radunarono le loro poche forze per allestire, clandestinamente, un negozio di alimentari e un panificio. Venne allestita anche una scuola con una cucina per gli ultimi bambini ancora in vita.  
Nel 1942, come un avido segugio che fiuta e stana la preda, i tedeschi riuscirono a scoprire le piccole attività segrete degli ebrei e, dopo una inutile e vana rappresaglia, vennero sterminati un centinaio di ebrei malati e disabili, gli anziani e tutti gli uomini facenti parte della polizia  ebrea.  
Nel gennaio 1943, i due Ghetti furono rafforzati. 
Nell'estate del 1943, i tedeschi inviarono molti esseri umani reclusi nel Ghetto il campo di lavoro di Kaiserwald e ad altri limitrofi.  
A dicembre, nel Ghetto di Riga non ci furono più ebrei.
Con l'avanzata delle forze sovietiche, nel 1944, le truppe tedesche inviarono alcuni gruppi di uomini ebrei alle fosse comuni col compito di aprirle e bruciarne i cadaveri sepolti. A lavoro terminato, non ancora contenti, i tedeschi,  fucilarono ogni uomo che aveva preso parte all'apertura delle fosse. 
Luglio, 1944. 
L'Armata Rossa riuscì a varcare i confini lettoni. I nazisti ne approfittarono per sterminare i prigionieri ebrei del campo di concentramento di Kaiserwald, a Riga. I pochi sopravvissuti furono smistati nei lager fuori dalla Lettonia, soprattutto a Danzica, nel campo di  Stutthof.
Finalmente, il 13 ottobre 1944, l'Armata Sovietica liberò Riga dalla dittatura nazista e circa 150 ebrei, tra i quali alcuni bambini, poterono uscire da quei nascondigli "sicuri" che gli permisero di salvarsi.






Interno e oggetti originali della Casa del Ghetto - foto personale -


A grandi linee, questa è la Storia dell'Olocausto di Riga.
Varcare la soglia di quel museo a cielo aperto non ha fatto altro che rafforzare ciò che libri, viaggi e vita mi hanno insegnato col tempo, ovvero quanto sia piccolo il mondo. 
Quanto il terrore, l'intolleranza e l'odio possano annullare le distanze, le ideologie, le nostre certezze e il diritto alla libertà.
Mi aspettavo il dolore e le lacrime, ma più di tutto mi ha fatto male sentirmi piccola e troppo fortunata per essere nata in un periodo di pace e con tratti somatici e discendenza sanguinea  che per quei tempi erano ritenuti "normali". 
Ma cosa è giusto? Chi e cosa può definire il concetto di normalità, di "purezza del sangue"?
Ogni volta che cerco di darmi una risposta, finisco sempre per incappare in altre migliaia di domande che una risposta non l'avranno mai.
Il percorso del museo del Ghetto inizia con la visita ai Ponti di cultura, un'esposizione sulla storia degli ebrei lettoni
Una grande stanza allestita con una ventina di poster che ripercorrono circa 450 anni di storia ebraica in lettone,  in inglese e, in alcuni casi, anche in francese, dalla nascita delle comunità del Ducato di Curlandia, fino a oggi.
Racconti dettagliati sulla Prima Repubblica, a cavallo tra il 1918 e il 1940, sull'importanza delle comunità ebraiche per lo sviluppo del nuovo Stato, della cultura, dello sport e dell'evoluzione scientifica.
Proseguendo si trova Un muro commemorativo dedicato agli ebrei vittime degli stermini, deportati a Riga dall'Europa Occidentale. Lungo i pannelli si possono leggere i nomi di tutti gli ebrei che dall'Austria e Germania furono deportati nel Ghetto e ivi deceduti tra il 1941 e il 1944.
Devastante è stato vedere e salire sul vagone che da Berlino arrivava a Riga. Viaggio di sola andata.
Nella piazzetta del museo, oltre a opere artigianali in memoria dell'Olocausto, si trova anche una casetta di legno originale dell'epoca. 
La casa del Ghetto di Riga
Casetta di legno su due piani, fu costruita a metà del 1800 nel quartiere moscovita (Maskava Forstate) nel punto in cui si sarebbe trovato il Ghetto durante la Seconda Guerra Mondiale. La casa ha una superficie di 120 mt quadri e all'epoca ospitò fino a 30 persone contemporaneamente.
Nel 2011 la casetta venne collocata poco distante, nell'attuale museo del Ghetto di Riga e dell'Olocausto,
A piano terra si possono oggi ammirare le riproduzioni di alcune sinagoghe lettoni. 
Al primo piano è stato riprodotto l'appartamento/cella composto da due stanzine, completamente arredate con mobili e oggetti personali e di uso quotidiano risalenti all'epoca.






Stanza 3.000 destini e opere della Beltsova - foto personale -



Se salire sul vagone mi ha stracciato l'anima, entrare nella stanza nominata 3.000 destini, mi ha completamente atterrata. Nella stanza è installata una ricchissima esposizione delle opere della pittrice Alexandra Beltsova, ritraenti momenti di vita nel Ghetto e di foto e documenti originali inediti, provenienti da collezioni  e archivi privati, tutta dedicato agli ebrei deportati dal Ghetto di Theresienstadt (oggi conosciuta come Terenzin, in Repubblica Ceca) e sterminati nel 1941.
La visita al museo è gratuita, lungo il percorso ci sono delle cassettine per offerte libere che permettono la manutenzione dei locali e del sito. 
Un ragazzo simpaticissimo è pronto a dare tutte le delucidazioni possibili in un inglese quasi madrelingua.
Sono presenti opuscoli in italiano e altre lingue, che riportano la spiegazione delle varie stanze.
Ci sarebbe da dire molto altro ancora, perché la storia è una enorme Matrioska: ogni volta che si pensa di aver conosciuto tutto, c'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, nuovi capitoli da studiare, nuovi vissuti da conoscere.
Come dicevo prima, nessuno mi darà mai una risposta esaustiva e veritiera sul perché l'odio ha portato a uno sterminio di massa internazionale, sul perché nessuno abbia mai provato a scusarsi veramente per quegli orrori gratuiti.
Allora come oggi.














Berlino-Riga solo andata, il binario del non ritorno - foto personale -



So soltanto che viaggiare significa anche conoscere il nostro passato, la nostra storia, e gettare le basi per un futuro libero. Per nostra storia intendo La Storia dell'Umanità, unica e unita, senza distinzione di razza e sesso. 
Questo mio viaggio nella storia è stato uno dei tanti passi che prima o poi mi porteranno ad Auschwitz ma, per il momento, ho ancora tanto da imparare e da vedere, prima di essere in grado di affrontare il mio personale viaggio della Memoria.
Chiedo scusa se doveste riscontrare errori durante il racconto, non sono una storica e mi sono basata su nozioni lette in loco, prese dall'opuscolo rilasciato dal museo e da siti storici lettoni attendibili. Ovviamente il traduttore Google fa quello che può, per imparare il lettone non sono ancora pronta e soprattutto non credo di essere in grado. 
Qualcosa, sicuramente mi sarà sfuggito e gradirei se me lo faceste notare in modo da correggermi e correggere l'articolo.
Per chi volesse approfondire, posso consigliare The Journey into Terror: The Story of the Riga Ghetto, di Gertrude Schneider, la storia di una bambina in età scolastica, miracolosamente sopravvissuta all'Olocausto di Riga. Potete trovare il libro su Amazon, un po' caro e in inglese, ma credo nel valga la pena se riuscite a leggere in inglese.

Buona lettura e, perché no, buon viaggio.
Tania C.





Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

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