mercoledì 30 agosto 2023

Recensione LA CENTENARIA CON LA PISTOLA di Benoît Philippon - Ed. Ponte Alle Grazie -

 




LA CENTENARIA CON LA PISTOLA 

Benoît Philippon

Ed. Ponte Alle Grazie

GENERE: Narrativa straniera

COLLANA: SCRITTORI

ANNO DI USCITA: 2023

PAGINE: 384

TRADUZIONE:  Rossella Monaco, Letizia Fusini

PREZZO: € 18.90 

Formato digitale presenti in tutti gli store on line


CONOSCIAMO L'AUTORE


Benoît Philippon (1976), cresciuto tra Costa d’Avorio, Antille, Canada e Francia, è scrittore, sceneggiatore e regista. 

La centenaria con la pistola, suo secondo romanzo, l’ha imposto

come uno dei migliori autori di polar francesi.




TRAMA


Centodue anni, ribelle, serial killer.

Massiccio Centrale francese, in un piccolo e sperduto villaggio. È l’alba e la calma del villaggio è lacerata da alcuni spari. Un’anziana nonnina ha imbracciato la doppietta facendo fuoco sul il vicino di casa e contro i poliziotti sopraggiunti. 

È con aria allibita e perplessa che l’ispettore André Ventura incontra la centoduenne Berthe Gavignol, ancora arzilla, mira impeccabile e cinque volte vedova.

Durante l’interrogatorio che ne  consegue, l’ispettore e il lettore avranno modo di conoscere la vivace vecchietta dalla lingua tagliente e dal grilletto facile, spronata  a riesumare gli episodi più importanti della sua lunga vita e della sua carriera da criminale di prima qualità. 

La domanda che ricorre più spesso durante la lettura è chi è stata davvero Berthe: una serial killer spietata, una sorta di Barbablù al femminile o una donna libera, una femminista ante litteram, capace di conquistarsi l’emancipazione impugnando una calibro 22 di fattura tedesca? 

La certezza è che Philippon ha dato vita e voce a un personaggio memorabile,  riuscendo a creare un giallo unico, che avvince il lettore dalla prima all’ultima pagina, fa molto ridere, commuove a volte e dà anche parecchio da riflettere.


IMPRESSIONI


Amici della Valigia buongiorno e ben ritrovati dopo una lunga pausa estiva. 

Prima di ricevere la proposta di recensione de La Centenaria con la pistola dai Ragazzi di Ponte Alle Grazie, mi ero lasciata ispirare da quello che viene definito "consiglio non richiesto" da uno dei miei autori preferiti, italo-francese e consumato consigliere di noir.

Una trama seducente, ammiccante e irriverente: solo questo basta a convincere il lettore più reticente.

Poi è arrivata la proposta di Matteo e Alice: come tirarsi indietro? Già pregustavo la lettura comodamente spiaggiata sotto l'ombrellone e accarezzata dalla brezza marina.

Accettata al volo la proposta dei ragazzi, che ringrazio per la copia cartacea che mi hanno celermente inviato, non vedevo l'ora di conoscere la simpatica nonnina centenaria che se ne andava in giro ad impallinare gente come fosse una sorta di tiro al bersaglio del Luna Park.

Fin da subito l'ironia pungente e dissacrante di Philippon catturò la mia completa attenzione e fiducia, mista a qualche sguardo stranito dei vicini di ombrellone che, vedendomi ridere con le lacrime agli occhi e le convulsioni da attacco di risata ingestibile, non sapevano se tirarmi una secchiata di acqua gelata o chiamare direttamente i soccorsi per farmi riprendere fiato.

Il primo incontro con Berthe fu folgorante: capii subito che sarebbe nato un lungo e grande "amore al primo capitolo" con Philippon. 

Sopravvissuta a due guerre, la vita di Berthe Gavignol comincia nel 1914 con un lungo racconto che ci porta alla tragicomicità della sua ultima bravata, nel 2012.

Geniale, irriverente, beffarda e spesso irritante, con buona padronanza di parola e maneggio delle armi, la simpatica centoduenne entrò subito nel mio cuore presentandosi come colei che aveva appena impallinato,  aprendo una voragine a suon di colpi di doppietta, le sacre terga del vicino di casa.


"Bam! Bam! 

Berthe ricarica il fucile. 

Le tremano le mani. Quante emozioni per una vecchia di centodue anni."


Berthe è una risoluta vedova (con esperienza) di centodue anni, costretta a lottare sin da piccola contro le avversità della vita. 

Cinque mariti, alcuni cani e gatti, una collezione di omicidi alle spalle e svariati scheletri, non nell'armadio ma sepolti in cantina. 

Un curriculum da serial killer che avrebbe fatto impallidire Leonarda Cianciulli proprio per la disinvolta naturalezza di Berthe nel compierli e occultarli.

Cresciuta tra le aride colline del Massiccio centrale francese, Berthe passava le sue giornate osservando la nonna alcolizzata produrre, di contrabbando, acquavite "bruciabudella"  nella cantina di casa. 

La nonna aveva tutto ciò che serviva al caso: alambicco, botticelle e una grande cantina polverosa dal pavimento di terra battuta, dove poter nascondere quell'attività poco etica.

La sua famiglia era sempre stata ai margini della società per le maniere poco ortodosse praticate nell'approccio con i vicini di casa.

Berthe perse la madre in tenera età e fu costretta a crescere con la nonna, in fretta, quasi in solitudine, emarginata dagli altri bambini e dagli adulti che non vedevano di buon occhio quella nonna dalle maniere spicce e poco socievoli.

Non ancora adolescente, ma già molto procace nelle forme, la piccola  scoprì la sensualità del proprio corpo e capì subito che nella vita, quelle forme generose, avrebbero potuto tornarle molto utili.

Si approcciò al mondo della sessualità senza tabù, con curiosità e voglia di capire come ottenere ciò che desiderava dagli uomini, senza tanti giri di parole.

Ogni medaglia ha il suo rovescio e, nonostante la sua procacità attirasse sguardi e favori di ogni uomo, la giovane si ritrovò, suo malgrado, a conoscere il lato nascosto della propria sensualità. Un lato fatto di abusi, violenze e sfruttamento.

Il primo marito, padrone dell'emporio del paese, cadde nella sua seducente rete  durante una calda giornata estiva, mentre la ragazza stava riparando il tetto di casa, senza lasciare troppo all'immaginazione ciò che si celava sotto i suoi miseri e logori abiti.

All'uomo non sembrò vero che tanta grazia si fosse così generosamente offerta ai suoi occhi e, dopo un capitombolo che gli costò qualche costola, la chiese in moglie, col benestare della donna.

La giovane reagì positivamente alla richiesta dell'uomo per l'impellente bisogno di procurare le cure necessarie alla nonna ormai anziana e malata e poter finalmente riparare quella vecchia dimora che stava andando in rovina. 

Il matrimonio con Lucien non poté capitare in un momento migliore e di sicuro avrebbe portato medicine, buon cibo e calore durante i lunghi e freddi inverni.

Ben presto però, la vita coniugale lasciò cadere la maschera dorata dei primi giorni rivelando il lato oscuro  di Lucien. Smessi i panni dell'uomo innamorato, col passare del tempo  diventò ogni giorno sempre più prepotente e intollerante verso nonna Nana, ormai in fin di vita. 

Non passava giorno che non le augurasse di morire, attizzando il livore e l'odio di Berthe, che per il benessere della nonna era disposta a tutto, anche a subire abusi ma soprattutto a sporcarsi le mani.

Le mani se le sporcò, senza pensarci troppo su. 

Stanca di dover sopportare le violenze di Lucien e i suoi continui rimbrotti contro la nonna morente, la donna si ritrovò, una notte, a scavare una buca in cantina, tra le botti di acquavite, dove poter nascondere il cadavere di quel despota buono a nulla, ormai utile solo grazie al rigor mortis.


" E dunque ha accolto le forze di polizia dicendo: - 'Potevate pulirvi le scarpe prima di entrare!' -

Embè? Già è poco cortese arrestare una vecchina alle prime luci dell'alba, ma entrare in casa con gli scarponi sudici... i vostri soldati mancano davvero di buone maniere."


Berthe  è una donna che ha fatto delle difficoltà che la vita le ha posto lungo il cammino i suoi punti di forza. 

Scaltra e sopraffina è stata capace di rivoltate situazioni perse a suo favore, da brava manipolatrice.

Carattere aspro come le more selvatiche ancora acerbe, forte come le canne che si piegano al vento senza spezzarsi, l'ultima parola è sempre la sua, diretta, dissacrante, mordace, ma con un lato nascosto, sensibile e delicato come le rose di rovo. 

Sarà proprio quella sensibilità che le farà provare sentimenti forti e veri verso un uomo, l'unico che aveva saputo leggere le sue fragilità celate nei suoi occhi. 

L'unico che non si era mai approfittato della sua disponibilità e del suo corpo. 

Luther, l'unico che abbia mai amato veramente ricambiando i suoi sentimenti sinceri e profondi. 

Come ogni amore leggendario che si rispetti, anche la storia di Berthe e Luther, finì troppo presto tra le insidiose spire vendicative del destino, sepolta da qualche badilata di terra.

Un dolore immenso, implacabile, fece da innesco e miccia al rancore di Berthe. 

Stanca di essere continuamente umiliata, sbeffeggiata, stanca di dover combattere contro i pregiudizi di una società maschilista e chiusa, che vedeva la donna procace ed emancipata come un oggetto sessuale, la vita di Berthe diventò un continuo evolversi di omicidi per legittima difesa, per istinto di sopravvivenza. 


" ... immaginarsi questa vecchietta chiusa in una cella, dopo tutto quello che ha passato, sembra disumano. ' Questa donna ha sofferto abbastanza, no? La legge non potrebbe chiudere un occhio? Per una volta? E... comprendere?' "


La sua cantina si trasformò in un'improvvisata ecatombe di uomini malvagi e violenti, fino ad arrivare al 2012 quando, alla tenera età di 102 anni,  verrà arrestata per tentato omicidio, scoprendo il Vaso di Pandora del suo travagliato passato da serial killer provetta.

Ma chi è in realtà Berthe Gavignol, anni 102, ipovedente, all'occorrenza ipoudente e abile cecchina? 

Come si può non amare questa dolce e tenera nonnina che tutti vorremmo avere come paladina delle ingiustizie subite?

Mai come in questo periodo, questa lettura ci porta a riflettere, purtroppo, su un tema di grande attualità: il femminicidio dilagante, lo stupro, l'omicidio e la legittima difesa.

Berthe è un personaggio di fantasia che però rispecchia la realtà di molte donne sole vissute dalle due guerre ai giorni nostri. 

Donne di tutto il mondo, senza diritti, solo doveri da compiere, da sempre considerate macchine da lavoro, incubatrici e oggetti sessuali per compiacere l'ego maschile, che hanno dovuto crearsi il loro posto nel mondo con le unghie e coi denti, anche sporcandosi le mani. 

Oggi, nonostante l'emancipazione raggiunta, i tempi sembrano essersi fermati a quegli anni. Troppa violenza, troppi abusi senza possibilità di difesa.

Solo perché si è donne e si indossa un reggiseno, secondo la logica malata del branco famelico, bisogna sottomettersi alle sevizie maschili, alla violenza gratuita, alla mancanza di rispetto e all'umiliazione del dopo. 

Cosa non ha funzionato nel tempo, cosa non ha capito la "bestia umana"?

Leggendo questo romanzo sicuramente approfondimenti e risposte verranno a galla.


"Lei si dimentica di aver sparato più volte al suo vicino, de Gore. Tra gli altri, due colpi alla schiena."

"Mi è scivolato il dito."

"Non sono sicuro che questa scusa terrà davanti al giudice..."

"Miravo al culo".

"È sicura di aver preso bene la mira?"


L'ironia incalzante aiuta a rendere la lettura scorrevole e piacevole,  la soddisfazione più grande arriverà sempre dai gesti e dalle risposte taglienti della Centenaria con la pistola, la dolce vecchietta che avrà sempre l'ultima parola...

Consiglio col cuore questo romanzo, vi aiuterà a passare qualche ora in piacevole compagnia, senza risentire troppo della fine dell'estate e della bella stagione: sarà la carica giusta per affrontare le nuove giornate lavorative.

Una sferzata di aria fresca e frizzantina vi accompagnerà fino alla fine facendovi quasi rimpiangere di esservi giunti troppo presto, visto che il romanzo è autoconclusivo. 

Mi piace però pensare, vista l'imprevedibilità di Berthe, che abbia ancora qualche pallottola in canna. 

Chissà che Philippon non voglia stupirci prima o poi...

Ringrazio i ragazzi di Ponte alle Grazie per la copia inviatami e vi auguro buona lettura.

Tania C.




  • Centodue anni, ribelle, serial killer.

    Un piccolo villaggio nel Massiccio Centrale francese. L’alba. Risuonano degli spari. Un’anziana signora ha imbracciato la doppietta e si è messa a far fuoco contro il vicino di casa, poi contro i poliziotti sopraggiunti. È così che l’ispettore André Ventura incontra la centoduenne Berthe Gavignol, cinque volte vedova, ancora piuttosto arzilla e ancora dotata di buona mira. Nell’interrogatorio che segue, l’ispettore e il lettore impareranno a conoscere la vivace vecchietta dalla lingua affilata e dal grilletto facile, indotta a ripercorrere gli episodi principali della sua lunga vita e della sua carriera criminale. Chi è stata davvero Berthe: una serial killer, una sorta di Barbablù al femminile o una donna libera, una femminista ante litteram, capace di conquistarsi l’emancipazione a colpi di pistola? Di certo è un personaggio memorabile; e Benoît Philippon, dandole voce, è riuscito a creare un giallo unico, che avvince il lettore dalla prima all’ultima pagina, fa molto ridere, commuove a volte e dà anche parecchio da riflettere.fGENERE
    : Narrativa straniera
  • COLLANA: SCRITTORI
  • PAGINE: 384
  • PREZZO: 18.90 €


  • GENERE: Narrativa straniera
  • COLLANA: SCRITTORI
  • PAGINE: 384
  • PREZZO: 18.90 €
  • GENERE: Narrativa straniera
  • COLLANA: SCRITTORI
  • PAGINE: 384
  • PREZZO: 18.90 €
  • GENERE: Narrativa straniera
  • COLLANA: SCRITTORI
  • PAGINE: 384
  • PREZZO: 18.90 €

martedì 9 maggio 2023

Recensione AGENTE COBRA La mia vita di cacciatore di criminali di Attilio Alessandri - Ed. Chiarelettere -

 






AGENTE COBRA

La mia vita come cacciatore di criminali


Attilio Alessandri

Ed. Chiarelettere

GENERE: GRANDI INCHIESTE

COLLANA: REVERSE

PAGINE: 208

FORMATO: Brossura fresata con alette

PREZZO: € 17.00 

Formato ebook presente in tutti gli store digitali




CONOSICIAMO L'AUTORE


 

Attilio Alessandri, nasce nell’hinterland romano nel 1962. 

Quasi per dovere finisce il liceo e, subito dopo, si arruola in polizia, facendo gavetta nel reparto celere alla squadra volante per passare, nel 1982, a soli vent’anni, alla mobile.

Alla mobile percorre tutte le tappe della carriera fino al grado di sostituto commissario coordinatore, il grado più al quale può aspirare un poliziotto non laureato.

Dopo aver fondato e capitanato la squadra Cobra, riceve quattro promozioni per meriti sul campo, frutto del duro lavoro sulle strade di Roma, affrontando una dopo l’altra le pericolose bande armate che miravano a banche e portavalori.

Criminali di ogni genere: rapinatori, narcotrafficanti, pedofili, assassini, mafiosi sono stati ammanettati durante le sue operazioni, portate a termine con successo.

Pur essendo in pensione dal 2022, continua a collaborare con le forze dell’ordine.


TRAMA


AGENTE COBRA

La mia vita da cacciatore di criminali

 

LA STORIA VERA DELLO SBIRRO PIÙ TEMUTO E PIÙ

DECORATO DELLA CAPITALE

 

Attilio Alessandri (conosciuto come Agente Cobra) è il poliziotto più decorato della squadra mobile romana. Ha prestato servizio per oltre quarant’anni, indiscusso protagonista di operazioni memorabili: l’arresto del cassiere della mafia Pippo Calò e quello del narcotrafficante Massimiliano Avesani, detto “il Principe di Malaga”; le operazioni speciali per combattere lo strapotere della banda della Magliana; la cattura di Massimo Carminati, “il Cecato”, per decenni il criminale più temuto di Roma; i sequestri di persona; l’esperienza nell’antirapina; la caccia ai terroristi dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) e molto altro, che per la prima volta in questo libro ha deciso di raccontare in prima persona.

Come e perché è nata la squadra speciale Cobra. Come si costruisce un’operazione di polizia che porta all’arresto di pericolosi criminali o latitanti.

Come si sventa una rapina a mano armata.

Le sue operazioni raccontano la sua vita condotta sempre al limite, all’interno del corpo della polizia di Stato, a cui ha dedicato tutta la vita, arrivando a sacrificare gli affetti più cari e rischiando ogni giorno, in prima persona, di essere ucciso.

Un corpo che, come lo stesso agente Cobra rimarca, è luci e

ombre.

Perché “se il mondo è malato, lo è anche il Corpo di polizia”.

 

«Non sono un profeta. Ho fatto tutto quello che ho potuto. 

Fra poco nessuno si ricorderà più di me.»

«Almeno scrivi un libro. Racconta la tua storia. La storia

dell’uomo che ha fondato la mitica squadra Cobra.»



IMPRESSIONI


Amici della Valigia buon pomeriggio, spero passato in compagnia di tante belle letture. La recensione di oggi è tratta da un'inchiesta biografica veramente molto interessante, trattando temi di cronaca nera italiana sempre attualissimi. Il testo che sto per recensire si intitola "AGENTE COBRA La mia vita come cacciatore di criminali", porta la firma di Attilio Alessandri, (aka agente Cobra), e mi è stato gentilmente offerto in copia cartacea da Tommaso Alice di Chiarelettere che sanno quanto io ami queste letture, per questo li ringrazio.

Ho sempre recensito inchieste e biografie che riguardavano la mia passione per l'Arma dei Carabinieri ma, nei giorni scorsi, ho sentito bussare la curiosità di chiarirmi un po' le idee al riguardo. Ho così deciso di allargare le mie letture e i punti di vista verso un mondo a me sconosciuto, quello della Polizia di Stato, rimanendone piacevolmente affascinata.

<< Mi era nata dentro una sete di giustizia. Fu in quel momento che in me cominciò a farsi chiaro il mio avvenire: sarei diventato un poliziotto. >>

Ero ancora molto piccola il 19 marzo 1978, ma ricordo l'orrore e lo scalpore che fece in casa mia, quel giorno, apprendere la notizia dell'omicidio della scorta di Aldo Moro e il suo sequestro, sfociato poi in omicidio circa due mesi dopo, il 9 maggio 1978  (proprio oggi ricorre l'anniversario), per mano di un commando delle Brigate Rosse. 

All'epoca era ancora piccolo anche Attilio Alessandri.

Aveva soltanto sedici anni, poco più di un ragazzino nel pieno dell'adolescenza, ma abbastanza grande da rimanere sconvolto ed essere  in grado di capire le conseguenze politiche che sarebbero sarebbero scaturite da quella tragedia. 

Il giorno del sequestro  fu la molla che fece scattare in lui l'idea chiara e precisa della strada che avrebbe preso la sua vita: quella della giustizia, entrando  in Polizia.

<< Ma io non volevo studiare, ormai avevo fatto un patto con me stesso. Difenderò il mio paese, sarò il migliore dei poliziotti, andrò per le strade a scacciare i criminali. E lo farò non dopo, non domani, non quando avrò finito gli studi. Lo farò subito. >>

I genitori non presero bene quella notizia e furono perentori, prima avrebbe finito il liceo, poi avrebbe pensato al da farsi. Spinto dalla sua caparbietà, il giorno dopo il sequestro Moro,  Attilio si recò al commissariato più vicino.

Apponendo le firme dei genitori sui moduli e mentendo sull'età,  consegnò tutti i documenti che servivano per arruolarsi, restando comunque consapevole che prima dei diciotto anni non avrebbe potuto seguire il suo sogno.

Fin dalle prime pagine del racconto si evincono la forza di volontà e i valori  di quel ragazzino destinato a diventare uno dei cacciatori di criminali più esperti nel settore.

Mi è subito piaciuto quest'uomo dallo spirito fermo e il cuore grande. Una persona con una spiccata empatia, ma capace di non cedere alla pressione che ogni indagine avrebbe comportato.

Come tutti gli esseri umani è formato da carne, ossa, cuore e soprattutto sangue freddo. Ce ne vuole tanto per fare il suo lavoro. Intere giornate di appostamenti, in luoghi e situazioni improbabili, con la consapevolezza che quello potrebbe essere l'ultimo respiro. 

Solo chi ama e crede profondamente nel proprio lavoro è disposto ad accettare certi ritmi, e Attilio ha sempre portato a termine ogni incarico per amore.

L'amore per la giustizia,  l'amore per quella divisa che avrebbe garantito alla sua famiglia e agli italiani di vivere in sicurezza ogni giorno. 

Ma per portare avanti i propri ideali bisogna anche essere ben consci, ed accettare, che a  qualcosa bisogna rinunciare. Alessandri lo  accettò, non senza sofferenze e pagando un prezzo alto, ma lo fece da padre e marito che sa quello che è giusto per aiutare la propria famiglia e svolgere bene il proprio lavoro. 

Posso solo immaginare la sofferenza provata nell'ammettere senza paura i propri errori e prendere  decisioni che segneranno per sempre la tua vita.

Durante un'operazione i rischi superano di netto le sicurezze, se la testa è occupata da pensieri e problemi personali, nella squadra si viene a creare uno stato di ansia generale che potrebbe compromettere non solo la buona riuscita del caso, ma la vita stessa di più persone, anche innocenti.

Mente lucida e corpo saldo sono stati il punto di forza che fin da subito lo hanno portato a svolgere il suo lavoro egregiamente, emergendo nella carriera ancora giovanissimo, fino a fondare, dopo un periodo produttivo nella squadra anti sequestri, la Squadra Cobra, un gruppo di agenti scelti, specializzati in anti rapine.

<<... Lì, forse per la prima volta, ho piena coscienza di quel tumulto interiore che attraversava un uomo in situazioni di pericolo estremo e immediato. Paura, ma anche determinazione. E capisco che la paura rallenta il tempo... >>

I primi anni '80, passati nella squadra anti sequestri, lo coinvolsero nelle operazioni di liberazione di ostaggi sequestrati dal Mas (Movimento armato sardo).

I sequestri mi hanno sempre colpito molto, chi non ricorda gli anni di agonia di Cesare Casella o l'atrocità dell'orecchio mozzato del piccolo Farouk Kassam?  Ho sempre sentito parlare dell'Anonima sequestri sarda o calabrese, ma mai del Mas. 

Dal momento che tutto mi affascina, ho voluto  approfondire, sapere di più su quella associazione  criminale indipendente sarda, e la mia sete di conoscenza mi ha portato a parlarne a lungo con chi, in Sardegna, ha combattuto  la criminalità ogni giorno per  trent'anni, vestendo un'altra divisa.

Il Mas, organizzazione criminale indipendente nacque negli anni '80 nelle zone più ostili e impervie dell'isola, crescendo sotto la protezione della popolazione locale, molto spesso consenziente, e dei pastori mercenari che si misero ben presto al soldo di criminali latitanti, grazie al loro stile di vita molto primitivo, ubicato in montagne impenetrabili e isolate. 

Considerato alla pari delle Brigate Rosse e dei Nar (Nuclei anti rivoluzionari), a differenza della più longeva Anonima Sarda che affondò le sue radici e agì, oltre che in Sardegna anche tra le campagne di Lazio, Toscana, Umbria e parte dell'Abruzzo, il Mas non operò mai fuori dall'isola, eccezione fatta per il sequestro Comper, la cui operazione di dissequestro coinvolse Alessandri.

A farne parte erano un gruppo di malviventi e latitanti locali, uomini disumani senza scrupoli, senza nulla da perdere e dediti, oltre che alle rapine, a brutali rapimenti a scopo estorsione. 

Il Mas, seguendo quasi fedelmente i paradigmi dell'Anonima Sarda, era strutturato su una gerarchia a base piramidale, fondata sul potere matriarcale e rispettosa di un preciso codice d'onore che non li avrebbe mai visti  collaborare con le mafie e non li avrebbe mai visti coinvolti in sequestri di donne e bambini. L'organigramma esecutivo dei rapimenti partiva dalla base della piramide, gestita da un latitante, vari carcerieri, un  "cameriere" addetto al rifocillamento, che doveva fare la spola tra le cucine, abbastanza distanti dalla "tana", dove venivano preparati i pasti per l'ostaggio e carcerieri, e il nascondiglio. C'era poi un favoreggiatore, destinato a raccogliere informazioni finanziarie dell'ostaggio e alcuni uomini che fungevano da portavoce con gli intermediari della contrattazione del riscatto. 

Dal basso verso l'alto, il gradino inferiore riceveva ordini dal gradino superiore. Nessuno scavalcava nessuno e nessuno dei gradini bassi poteva interagire col vertice. 

La cosa che più mi ha sconcertato è stato apprendere che al vertice della piramide, a dettare regole, fossero proprio le donne. 

Quelle stesse donne che hanno sempre dato l'immagine di chi vive tra casa e agricoltura.

Un altro fatto che mi ha sconvolto è stato venire a conoscenza del fatto che gli ostaggi venissero legati con pesanti catene, al collo o ai piedi, lunghe giusto quel poco per poter cambiare posizione durante la notte, costretti a vivere nei loro stessi escrementi.

Più di tutto, però, mi ha scombussolato l'anima sapere che se i riscatti non venivano pagati, gli ostaggi più fortunati sarebbero stati sotterrati dal cemento, altri dati in pasto ai maiali. 

Ai maiali... come rifiuti! Quella notte quasi non ci dormii.

Il sequestro Comper segnò anche l'inizio della fine dei sequestri in generale, grazie all'introduzione, da parte della magistratura, della procedura al congelamento dei beni degli ostaggi, atto ad evitare il pagamento dei riscatti, tramutata poi in legge numero 82 nel 1991.  

Alla fine di marzo del 1985, dopo lo smantellamento della squadra anti sequestri  ci fu la svolta che  fece capire ad Attilio di appartenere "alla squadra", di essere un membro effettivo e collaborante. 

Il clima che si respirava nella sezione quel 30 maggio, era quello di quando sta per accadere qualcosa di grosso, di serio.  C'era in corso un'importante operazione che aveva teso gli animi fino allo spasmo. Anche se non vi aveva preso parte attivamente, grazie all'ordine di un superiore, venne coinvolto nella scorta di un uomo che avevano appena arrestato insieme a un gruppo di malavitosi siciliani. 

Insieme ad un collega gli venne affidato il compito di scortare nei laboratori della scientifica, per le procedure di riconoscimento, un signore dall'aria molto distinta. Attilio, curioso di sapere chi fosse, durante il breve tragitto in ascensore, cercò di soddisfare la sua curiosità domandando direttamente all'uomo le sue generalità, tanto più che di li a poco la scientifica lo avrebbe identificato.

Con un luccichio indimenticabile che scaturì dai suoi occhi, l'uomo si rivolse ad Alessandri rispondendogli:

<< Picciotto, facisti tredici. >>

Quell'uomo, scortato dall'ignaro Attilio, era uno dei più potenti boss della mafia siciliana, Pippo Calò.

Da quel giorno il giovane agente continuò egregiamente il suo lavoro nell'anti rapina, diventando sempre più scaltro e preciso durante le operazioni coordinate con la collaborazione di una squadra affiatata e valida, avanzando velocemente nella carriera.

<< ... E allora Attilio scatta dal nulla e gli salta al collo. Un gatto! Anzi, no, un cobra!. >>

<< Cobra. Da quel momento sarà il mio nome e in seguito anche quello della mia squadra. >>

Nei primi anni '90, a trent'anni, già ricopriva il grado di sovrintendente e nel '95 quello di viceispettore, conosciuto e in certi casi anche rispettato a dalla malavita per il suo modo di agire sempre schietto e diretto. Durante gli arresti non era difficile che molti si arrendessero subito alle sue manette, riconoscendone la bravura.

Quell'anno durante una movimentata operazione sul traffico di merce rubata, che lo coinvolse in un rocambolesco quanto esilarante inseguimento finito tra i rovi dei giardini di Villa Pamphili a Monteverde, venne ufficialmente costituita la squadra dell'agente Cobra.

Agente Cobra, il temuto e stimato cacciatore dei più feroci rapinatori della capitale ma non solo, perché grazie alle sue doti partecipò anche a importanti operazioni sotto copertura oltre oceano...

Ma questa è un'altra storia che vi lascio scoprire leggendo questa avvincente inchiesta.

Questa lettura mi ha aperto mondi sconosciuti, portandomi a conoscenza di interessanti  aneddoti sulla storia criminale italiana, che desidero approfondire al più presto.

Il bello di certe letture è che non si fermano alla trama stessa, ma infondono il piacere, la voglia e la curiosità di saperne di più, di scavare a fondo e conoscere.

L'Agente Cobra ha portato a termine, onorevolmente, anche questa "operazione" e per questo, in particolar modo se amate il genere giallo/noir, vi consiglio vivamente questa lettura.

Scorrevole, incalzante, accurata (per quanto, ovviamente, sia lecito raccontare) e soprattutto leggera, pur affrontando temi impegnativi.

Ringrazio ancora Tommaso e Alice per questa nuova opportunità e ringrazio il mio "informatore" per aver condiviso con me parte della suo vissuto, spesso molto simile a quello raccontato nel testo, durante gli anni di servizio sull'isola. 

Augurandovi buona lettura vi invito a correre in libreria o a spolliciare negli store, sicura che non ve ne pentirete.

Tania C.


 


giovedì 4 maggio 2023

Recensione L'ULTIMO BAR di Massimo Bigi - Ed. Ass. Terre Sommerse -

 






L'ULTIMO BAR

Autore Massimo Bigi

Ed. Ass. Terre Sommerse

Formato Brossura

Pag. 104

€ 19,90 con cd allegato

Ebook presente in tutti gli store digitali, anche con cd allegato



CONOSCIAMO L'AUTORE


Massimo Bigi, foto su sua gentile concessione 


Massimo Bigi nasce nel 1958 a Castiglione del Lago (Perugia),

suggestiva cittadina sulle rive del Trasimeno.

Cresce con uno spiccato amore per la musica e la lettura ma

non si considera né musicista né scrittore.

Da chitarrista anarchico a divenire tecnico del suono, il passo è 

breve e la sua passione per la musica lo farà approdare poi 

nell’ambito della produzione musicale.

Per alcuni anni si fa le ossa in qualità di tour manager presso la 

famosa agenzia romana “Teatro e Musica” di Fausto Paddeu.

Grazie a questa esperienza ha l’opportunità di lavorare con 

importanti artisti italiani, tra i quali Enrico Ruggeri. Proprio col 

Rouge scatta un grande feeling che si trasforma ben presto in 

una forte e indissolubile amicizia che farà emergere Massimo 

come autore di brani musicali, prodotti dallo stesso Ruggeri.

Nel 2020, prodotto da Enrico, pubblica l’album “Bestemmio e 

Prego” che già dal primo ascolto accoglie i favori del pubblico e 

della critica musicale.

Bigi, pur provandoci, non si ferma e continua a collaborare 

sempre con Ruggeri all’album “LA RIVOLUZIONE”, firmando 

alcuni brani e partecipando come ospite al tour omonimo.

In questi giorni è uscito nelle librerie e in tutti gli store digitali il 

suo nuovo lavoro intitolato “L’ULTIMO BAR”, un libro di racconti 

corredato da un “concept album”.



IMPRESSIONI DI UN'ANIMA PERSA

ALL'ULTIMO BAR



<<... L'ultimo dei bar alla fine è solo un bar ... >>


Buonasera lettori della Valigia.

Quella che state per leggere è una recensione un po' diversa dalle mie solite, che raccontano le mie letture o i miei viaggi di  approfondimento. Quella di oggi è si la recensione di un libro, ma anche di un album musicale e il racconto di una mia elettrizzante esperienza all'interno di quel mondo. 

Quando, per la prima volta, vidi Massimo, il Bigi (per gli amici), ero poco più di un'adolescente, innamorata follemente delle poesie musicali di Ruggeri.  

Un amico in comune, proprio durante un concerto di Rouge, del quale Massimo era tour manager, me lo fece conoscere e, da allora, non ho mai perso i contatti. 

È impossibile non volergli bene e non essere amici del "Bigi", la sua carica travolgente è contagiosa, ti cattura, il suo spirito sognatore  ha la capacità di trascinarti nel cuore delle sue idee e diventarne parte attiva, proprio quello che mi è successo lo scorso anno.

Con l'umiltà e il grande cuore che lo identificano, l'estate scorsa, il Bigi mi chiese di aiutarlo nel suo nuovo progetto che riguardava la prossima uscita di un libro di racconti allegato ad un album di canzoni, nati dalla sua penna e dai suoi accordi.

Come dirgli di no, come rifiutare, quando un amico ha bisogno di te?

Iniziai così, onorata di tanta fiducia riposta in me, la mia nuova e personalissima avventura nell'affascinate mondo degli editor, ascoltando i brani,  leggendo in anteprima i racconti e sistemando qua e la qualche congiuntivo ribelle.

Un racconto al giorno, emozioni intense, nuovi luoghi da esplorare, nuove menti con le quali interagire ed  entrare in sintonia.

I racconti di Massimo sono contenuti nel libro "L'Ultimo Bar", allegato ad un album progressive di canzoni che ho personalmente  definito rock "da meditazione".

Ogni racconto è dedicato ai protagonisti delle canzoni e alle loro esperienze di vita. Sono tutti personaggi che potrebbero far parte della quotidianità di ognuno di noi,  col loro bagaglio emozionale, trascinato fino a L'Ultimo Bar.

Ubicato in una qualsiasi provincia americana, L'Ultimo Bar, è il protagonista principale di ogni racconto. 

Locale dal sapore legnoso, vintage. L'aria densa di volute di fumo e vapori di alcol sapientemente dosato dall'abilità di Frank, il suo gestore.

<<... Perso nei miei giorni aspettando treni che non passano nemmeno per pietà... >>

Tra polvere, cielo afoso e laghi, ogni personaggio si ritrova a passare dal bar scandendo il  tempo cullato dall'abbraccio di  una dolce malinconia che trasporta chi legge e ascolta in un'atmosfera così familiare e accogliente, che quasi dispiace dover tornare alla realtà una volta letto il racconto e ascoltato il brano.

Nulla vieta, però, di continuare a scambiare due chiacchiere con Frank, di raccontargli i nostri problemi o, semplicemente, le nostre giornate. 

Lui, anche se non ha la soluzione concreta, sa sempre di cosa abbiamo bisogno per superare il momento critico. Birra, vodka, gin, una buona parola e una pacca amichevole sulla spalla, sono gli ingredienti che rifiniscono il suo carattere talmente taciturno da essere prolisso e  rendono il suo locale il refugium peccatorum perfetto per chi  si perde dentro le buche seminate lungo le strade della vita.

<<... Ho visto gente perdersi in un bicchiere altre non perdersi mai... >>

I clienti fissi dell'Ultimo Bar sono persone al margine, che dalla vita non hanno avuto sconti ma che hanno ben chiaro ciò che vogliono: un po' di comprensione e amore. 

Anime nate o finite nelle tempeste che la vita ti fa trovare lungo il percorso. 

Lottano, sperano, ci credono fino in fondo per poi sbattere contro il muro della realtà ma, dietro a quel muro, c'è Frank col suo fantastico margarita appena versato, pronto ad elargire i suoi saggi e muti consigli. 

Dietro il bancone c'è anche Cheryl, la ragazza del bar, nuova arrivata, pronta a servirti e a scambiare qualche parola di conforto, cercando di placare i suoi tormenti di apprensiva madre single. 

In un angolo, immersa nel fumo denso delle sue sigarette, puoi trovare  Rachel, davanti ad un bicchiere di lacrime e gin tonic, persa nelle sue domande e nelle cattiverie che altre donne le incollano addosso senza pietà. Nessuno sa quando, come e perché sia arrivata a L'Ultimo Bar e nessuno glielo chiederà mai. C'è, fa parte di quel luogo e questo basta a farla salire di diritto nella giostra delle anime perse.

<<... Quattro anime perse nella penombra del fumo tra un liquore e un profumo sorridendo a nessuno si lasciano andare in braccio al tempo ...>>

Altri personaggi si avvicendano durante le giornate liquide e fumose del bar. 

Storie, ricordi, attimi di altre anime che hanno incrociato e segnato le loro vite. 

Entri, ti siedi e tutto accade con effetto domino: i pensieri si sciolgono liberi nell'aria diventando un pot-pourri di confidenze comuni. Nessuno chiede di più e, anche se a volte si parla troppo, l'ascolto prevale sulla curiosità perché non serve sapere altro di più del qui e ora. 

È proprio in quel momento, quando capisci di essere ascoltato senza giudizi universali appesi sopra la testa come una Spada di Damocle, che diventi parte di quel microcosmo nebuloso, di una famiglia un po' al limite, ma pronta ad accogliere e dare una nuova possibilità di riscatto.

Ho definito L'Ultimo Bar "Un viaggio nel cuore dell'umanità al margine di sé stessa" perché ogni brano e ogni racconto invitano a riflettere, a scavare nel margine della nostra anima per capire quanto essere sé stessi e riuscire a stare a galla nella società, a volte, possa essere difficile nonostante i nostri sforzi per essere compresi e accettati. 

Massimo, con una delicatezza pacata e sottile è riuscito a trasmettere il disagio di certe situazioni sull'orlo del precipizio e a farne il punto di forza del carattere di ogni personaggio.

Tra un giro di do e i tre puntini di sospensione, emerge dalle proprie ceneri la voglia di nuova vita che cerca di farsi strada  nello strato coriaceo del terreno nel quale era iniziata. 

Per quanta strada possiamo aver fatto, se vogliamo andare avanti, dobbiamo tornare al punto esatto dal quale eravamo partiti, come Massimo che, a due anni dalla pubblicazione del suo album "Bestemmio e prego", si è rimesso in gioco, tornando esattamente al punto dal quale era partito: con la sua chitarra  all'Ultimo Bar. 


La grande e preziosa amicizia tra Bigi e Rouge - foto su gentile concessione di Massimo -


Per chi ancora non conoscesse questo, come lui stesso si definisce "Chitarrista anarchico e distratto, inciampa su note e pause come fossero scalini non adatti al suo passo irregolare" , mi sento in dovere di consigliare, oltre all'ascolto dei brani, la lettura dei racconti.

Come già scrissi all'uscita del cofanetto, i motivi per acquistarlo sono tanti:

1. È un album di canzoni d'autore allegato ad un libro di racconti che svelano il dietro le quinte dei personaggi delle canzoni. Quindi prenderete 2 piccioni con una fava, e non c'è cosa più bella che leggere con un coinvolgente sottofondo musicale.

2. Se dico che sono canzoni d'autore, significa che in questo album, oltre al Bigi, sensibile paroliere e chitarrista graffiante, ci hanno messo l'anima, voce e chitarre grandi nomi del panorama musicale italiano: il chitarrista magico Riccardo Cherubini, la soave Andrea Mirò e il poeta chansonnier Enrico Ruggeri.

3. Il percorso di questo progetto è stato lungo, intenso, divertente e merita di essere conosciuto.

4. Sarà un'avventura che vi porterà in luoghi nascosti della vostra anima e non mancheranno spunti sui quali riflettere.

5. I racconti sono brevi, scorrevoli e scritti con un linguaggio semplice, poiché la sottoscritta "bacchettona" ha "volutamente" lasciato correre qualche licenza poetica molto personale... (volutamente...)


6. La prefazione del libro è stata scritta da Enrico Ruggeri ed è già quella una poesia. Subito dopo la sua prefazione, e di questo mi sento onorata e orgogliosa, c'è la mia esperienza a L'Ultimo Bar quindi, se mi volete bene, sentirete il bisogno di leggerla.

Ultimo, ma non per importanza, il libro ha una cover pazzesca che racchiude l'essenza di tutto il lavoro fatto. Un piccolo capolavoro di arte grafica senza tempo ma che buca lo schermo e brucia l'asfalto.

Sperando di avervi convinti, vi auguro buona lettura e buon ascolto, ricordandovi che l'alcol, se ne abusiamo, può far male ma musica e libri sono terapeutici.

A presto, con nuove recensioni,

Tania C.






 

 


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