mercoledì 26 febbraio 2025

IL LIBRO A FUMETTI DELLA STORIA DI LUNI La città romana di Luna dalle origini alla decadenza Palandrani - Guerra - ED. CIRCOLO LEONARDO EDITORE

 



IL LIBRO A FUMETTI DELLA STORIA DI LUNI

La città romana di Luna dalle origini alla decadenza


Autori: Palandrani 

Illustrazioni: Guerra

Ed. CIRCOLO LEONARDO EDITORE

Anno di pubblicazione: Massa 2002

Genere: Storico


CONOSCIAMO GLI AUTORI

CLAUDIO PALANDRANI

Palandrani nasce a Pontremoli (MS) il 30 settembre 1954. 

Dopo il percorso di studi superiori all'Istituto Statale d'Arte "Felice Palma", si diploma nel 1973.

Segue una laurea in Architettura presso l'Università degli Studi di Firenze.

Opera per anni in ambito di marketing creativo e design industriale, alle dipendenze di un'azienda di Parma.

Attualmente impegnato nella libera professione di architetto, è anche titolare della cattedra di Progettazione e Geometria Descrittiva presso l'Istituto Statale d'Arte di Massa, dove vive e lavora.


NICOLA GUERRA

Nato a Massa il 25 novembre 1969, frequenta l'Istituto Statale d'Arte "Felice Palma" di Massa. Dopo aver conseguito il diploma di maturità artistica, presso il Liceo Artistico di Carrara, frequenta, sempre a Carrara, il corso di Pittura presso l'Accademia di Belle Arti.

Vive e lavora a Massa svolgendo l'attività di illustratore pubblicitario e disegnatore  di fumetti.


UN PO' DI STORIA E IMPRESSIONI



Anfiteatro romano Città di Luni, foto personale


Cari lettori della Valigia buon pomeriggio. 

Oggi vi lascio una recensione un po' insolita. 

Il genere storico non è il mio cavallo di battaglia, anzi, non mi vergogno a confessarvi che spesso e volentieri, evito come la peste romanzi, saggi, e testi puramente storici, a meno che non sia interessata a un periodo storico in particolare o ad accadimenti specifici.

L'eccezione che conferma la regola è il testo a fumetti che vi presento oggi, intitolato: IL LIBRO A FUMETTI DELLA STORIA DI LUNI. La città romana di Luna dalle origini alla decadenza.

Questo testo illustrato magistralmente, racconta la storia, la gloria e la caduta del mio paese, Luni, il primo comune ligure per chi proviene da Roma, insignito del titolo di Città di Luni da Sergio Mattarella, proprio per il valore e prestigio storico della cittadina romana di Luna.

Io sono di La Spezia, ma vivo a Luni da sempre e ho sempre ritenuto importante conoscere le proprie origini e quelle del luogo in cui si vive, perciò, quando ho notato questo testo nella biblioteca comunale, non ho potuto fare a meno dal noleggiarlo.

A grandi linee la storia la conoscevo già, grazie alla mia maestra delle elementari che ci portava spesso al sito archeologico e ci raccontava le gesta dell'antica e grandiosa Luni, splendida Civitas.

La città di Luni nacque in una landa pianeggiante chiamata piana del Magra, il fiume che ne bagna le sponde, nella riviera di Levante, ai piedi delle Alpi Apuane della vicina Toscana.

Le antiche tribù  vivevano lungo il territorio che va dal mare e si inerpica sulle aspre montagne dell'entroterra.

Leggenda narra che nel '700 a.C. gli Etruschi fossero abitudinari a spingere le loro incursioni tra Arno e valle del Magra, scontrandosi con la popolazione indigena. Ma di poca rilevanza e riscontro è la documentazione archeologica.

Per i romani, invece, dal 280 al 177 a.C. fu impresa non facile resistere ai Liguri-Apuani che cercarono di difendere il loro territorio dal dominio degli "invasori".

A causa di ferine azioni da parte dei romani, i Liguri - Apuani si videro sconfitti e la popolazione ribelle costretta alla deportazione di massa nel Sannio.

Nel 177 a.C., il vuoto demografico venutosi a creare, fu colmato pochi anni dopo con l'invio di 2000 coloni romani per ripopolare quelle terre. Era l'anno 177 a.C. anno della fondazione di Portus Lunae, ma alcuni gruppi di Liguri-Apuani, sfuggiti alla deportazione, continuarono a contrastare i romani, cercando di difendere la propria terra.

Proprio in quell'anno venne fondato Portus Lunae.

Nel 155 a.C. il Console Claudio Marcello , riuscì a sconfiggere definitivamente i ribelli resistenti sulle alture di Monte Marcello, un colle a picco sulla rocciosa costa marina, vicino alla cittadina.

Dopo aver preso dominio di tutto il territorio, i Romani proseguirono le loro opere di colonizzazione, bonificando tutto il territorio paludoso e collinare circostante, ripristinandolo a terreno agricolo.

Portus Lunae si stava avviando verso lo sfavillio opulento dell'età imperiale, sostenuta dalla produttiva esportazione del pregiato marmo di Carrara che, dopo essere stato sapientemente e ingegnosamente portato a valle con tecniche di ingegneria umana, veniva imbarcato alla volta di Roma.

I preziosi rinvenimenti del sito archeologico di Luni hanno messo in luce la bellezza e lo splendore di Portos Lunae, tanto da pensare che venisse essere messa in competizione con la bellezza immensa di Roma.

Mentre l'Impero romano iniziava il suo declino, nel '410 d.C. i Goti, comandati da Alarico, invasero Roma devastandola ma Luni, grazie alla sua posizione geografica strategica, riuscì a resistere ancora per qualche tempo alle invasioni, finché i Goti non ci misero le grinfie sopra in tutto il territorio circostante.

Dal 489 al 553, il dominio gotico allargò la sua estensione anche nella piana di Luni e, nel 553, i Bizantini di Narsete, sconfissero i Goti occupando la cittadina, ben conscio dell'importanza economica e strategica del territorio. 

I Bizantini, per difendersi dall'avanzata Longobarda, realizzarono una cospicua rete di castelli e fortini che si estesero fino a Ravenna.

Nel 643 d.C. i Longobardi ebbero la meglio e governarono circa 130 anni sulla Lunigiana e Luni fino a Garfagnana e Lucchesia.

Gli anni a seguire furono duri per tutta l'Italia e anche per Luni, furono anni di dominio barbaro.

Con la vittoria di Carlo Magno sui Longobardi, il dominio Franco portò a un regime feudale che sconvolse profondamente Luni

Il VII e l’VIII secolo furono anni di imbarbarimento per la Lunigiana e per l'Italia intera. Dopo la vittoria di Carlo Magno sul re longobardo Desiderio a Pavia (774 d.C.), la dominazione
Franca introdusse ovunque il regime feudale. In quegli anni Luni subì un vero sconvolgimento.

Leggenda narra che Luni subì invasioni e distruzioni per ben otto volte.

La prima, in data 856 d.C., avvenne per mano dei normanni, i quali, credendo di essere giunti a Roma, vennero ''ingannati'' dallo splendore del porto e della bianca città di marmo che decisero di depredarla delle sue opere d'arte e ricchezze per poi distruggerla, uccidendo il Vescovo e tantissimi cittadini.

A causa delle continue incursioni degli invasori, la popolazione rimasta fu vittima di pestilenze e venne costretta ad abbandonare il lavoro agricolo, retrocedendo alla più facile pastorizia, a nuova avanzata delle paludi e al diffondersi della malaria.

La retrocessione portò Luni all'indebolimento e vulnerabilità, diventando facile preda dei pirati Saraceni e di Mughaid che invasero la città profanandola e islamizzandola, trasformando in Moschee le Chiese del territorio.

La disfatta di Luni è incerta, a causa della mancanza di documentazioni storiche. 

Sarà a partire dal X secolo che grazie al Codice Pelavicino, il "LIBERIRIUM"  della Curia Lunense, che si potranno avere documenti, atti vescovili e notizie certe sulla storia di Luni e Lunigiana Medioevale.

A grandi linee questa è la storia gloriosa di Luni, splendida Civitas. 

Ho raccolto e riportato queste notizie dalle pubblicazioni del professor Elio Gentili, custode storico di Città di Luni. 

Ovviamente nel racconto a fumetti è tutto molto più articolato e impreziosito di dialoghi e aneddoti, oltre che ad accenni storici approfonditi. 

Lo stile dell'autore è molto semplice, rendendo la lettura adatta sia a bambini che adulti, anche ai più ostici e diffidenti verso le letture storiche.

I fumetti sono sapientemente illustrati, le figure caratterizzano appieno emozioni, sentimenti, fisicità delle persone dell'epoca e la ricostruzione storica è fedele a ciò che si può ammirare nel sito archeologico.

Questo prezioso testo storico è un gioiellino da non lasciarsi scappare se siete amanti del genere.

Come vi ho accennato, in questo periodo ho avuto il piacere di riscoprire l'importanza delle biblioteche. Non solo il risparmio economico, etico e ecologico a livello globale è inestimabile, ma ancora più preziosa è la memoria storica che custodiscono, insieme a qualche rarità come questo testo.

Ho fatto ricerca in rete ma non ho trovato siti dove poter acquistare il cartaceo, a parte qualche venditore privato, ma con prezzi esorbitanti per un usato. 

Il mio consiglio, per chi fosse interessato, è di farne ricerca in biblioteca.

Mi scuso con gli storici per eventuali errori e "castronerie" scritte, non sono storica e sicuramente mi sono sfuggite molti aneddoti e fatti. 

Sperando di avervi incuriosito, vi auguro buona lettura, lasciandovi alcune immagini scattate personalmente, nel sito archeologico di Città di Luni.

Tania C.


LUNI SPLENDIDA CIVITAS

SITO ARCHEOLOGICO














venerdì 14 febbraio 2025

Conferenza: RICOMINCIAMO A PARLARE DI DROGHE VECCHIE E NUOVE a cura di ROBERTO SBRANA E DEL COMUNE CITTÀ DI LUNI

 




Cari lettori della Valigia buongiorno e ben ritrovati.

Oggi non ci sarà la solita recensione, anche se alla fine, vi lascerò qualche consiglio sulle letture a tema di questo articolo.


Dottor Roberto Sbrana e Dottoressa De Masi Patrizia 


Ieri pomeriggio, nella sala Consiliare del mio Comune, Città di Luni (La Spezia), ho avuto il piacere di presenziare a un'interessante conferenza dal titolo RICOMINCIAMO A PARLARE DI DROGHE VECCHIE E NUOVE. 

Relatore Roberto Sbrana, psicologo, psicoterapeuta già Docente Università di Genova. 

Il curriculum del Dottor Sbrana è lungo e vario e, per chi è della zona e lo conosce, sa quanti ragazzi caduti nelle dipendenze da droga abbia aiutato in oltre 30 anni di carriera, proprio al S.E.R.T.


Maggiore Luca Panfilo e Maresciallo Giorgio Romanelli


La conferenza è stata moderata dal Sindaco Alessandro Silvestri insieme all'ideatrice della conferenza, l'assessora alle Politiche Sociali – Cultura - Pubblica istruzione e coadiuvata dal prezioso contributo dell'Arma dei Carabinieri, grazie alla disponibilità del Maggiore della Compagnia di Sarzana, Luca Panfilo e del Maresciallo della Caserma di Luni, Giorgio Romanelli che hanno magistralmente descritto la realtà quotidiana della loro  lotta alla droga nella nostra comunità, raccontando fatti di cronaca strazianti.


Il Sindaco Dott. Alessandro Silvestri

Ha aperto la conferenza il Sindaco Silvestri, rendendoci partecipi di quanto sia grave, oggigiorno, la situazione in ambito minorile. 

Come avvocato si trova sempre più coinvolto in casi dilaganti di tossicodipendenza e di tutti i guai che ne conseguono. Tra i tanti, oltre la detenzione di sostanze stupefacenti e furti, anche la violenza.

Alla base, sempre  più spesso, le famiglie all'oscuro della situazione ma che si ritrovano a chiedergli aiuto per i loro figli,  minori o poco più che adolescenti. 

Alessandro ha anche ricordato che un aiuto lo si può dare, ma bisogna che i ragazzi lo vogliano realmente e che ci sia una collaborazione a 360° tra i ragazzi, le Comunità che li accolgono, la famiglia e lo Stato che dovrebbe sostenere il tutto. Ha sottolineato anche che uscire completamente dalla dipendenza non è facile e non ci si riesce mai del tutto, la percentuale di chi riesce è, purtroppo, ancora molto bassa. 

La parola è passata subito al Dottor Sbrana, che ha descritto un quadro della situazione molto preciso, informando il pubblico in sala che, ad oggi, la droga che emette più vittime, è legale, venduta e consumata liberamente.

Questa droga ha un nome, si chiama alcol e ogni anno miete circa 18.000 mila morti contro gli 860 circa di overdose.

Quando si parla di droga e tossicodipendenza, viene facile pensare agli anni '70, alla siringa di eroina, ancora infilata nel braccio di un qualche ragazzo buttato in un angolo o al parco . Da quel periodo il corso degli eventi ha avuto una svolta esorbitante, è cambiata la società, la tecnologia si è evoluta e sono arrivate anche le nuove droghe, tra le quali, molto in voga negli ultimi anni, la ketamina, una sostanza sintetica utilizzata anche in veterinaria come tranquillante per i cavalli. 

Non entro in merito perché non è mia competenza, non essendo un medico, ma trovo perverso che i ragazzi debbano ricorrere all'uso di sostanze tossiche per "trovare un posto nel mondo".

L'età minima di ragazzi che fanno uso di sostanze, dall'alcol alle cosiddette "droghe pesanti", negli ultimissimi anni è scesa vertiginosamente alla soglia preoccupante dei 12 anni.

Il Dottor. Sbrana ricorda di aver chiesto a uno di questi ragazzi ragazzi come passa il propri0 tempo libero e la risposta è stata una pugnalata: "Non ne ho idea, non so cosa fare!"

Possibile che un ragazzino, soprattutto ai nostri giorni, non abbia idea di come passare il tempo libero, senza dover ricorrere a sostanze stupefacenti per avere un attimo di ebbrezza? 

Come si è arrivati a ciò?

Questa è stata la domanda fulcro della conferenza.

Senza demonizzare e incolpare nessuno, il Dottor Sbrana ha spiegato quanto sia importante, oggi, prendersi la responsabilità di ri-cominciare a parlare delle droghe e degli effetti devastanti che ne provoca l'assunzione: effetti sociali, economici, ma soprattutto fisici, portando spesso la vittima alla morte.

Una responsabilità che deve partire dalla famiglia, allargarsi alla scuola e alla comunità. 

Una rete fitta e collaborativa, che riesca a coinvolgere tutta la comunità, Forze dell'Ordine comprese, senza timore, ma con lo scopo di divulgare e educare non solo i ragazzi ma anche le famiglie.

Alla base di tutto, un collante potentissimo: il dialogo, che molto spesso viene meno per mancanza di tempo, per tabù o per scarsa documentazione sull'argomento.

È proprio il dialogo mancante a far sentire a disagio i ragazzi. La frenesia odierna ci spinge sempre di più alla solitudine, all'asocialità, a una socialità digitale o, peggio ancora artificiale.

L'uso smodato della tecnologia e dei media, delle compagnie frequentate, se non cautelati da una formazione di base e dalla sorveglianza della famiglia, per un ragazzino può diventare un veicolo trainante verso i pericoli delle dipendenze. 

Prendersi il tempo necessario per annoverare i valori, la fiducia nelle Forze dell'Ordine, negli insegnanti e nei genitori stessi, deve essere all'ordine del giorno in un contesto familiare e sociale sano. Certi tabù, sorpassati da tempo, devono sgretolarsi e lasciare spazio alla conoscenza.

C'è bisogno di cooperare insieme, di fare dei passi indietro, disconnettersi per qualche pomeriggio o giornata dalla realtà virtuale e vivere la propria vita, tornando a giocare a pallone nel campetto col compagno di banco, a corteggiare le ragazzine che ridono felici con le amiche, sedute sulla panchina della piazzetta, sfogliando un libro o osservando, nascoste dietro una rivista, il ragazzo che fa sognare tutta la scuola.

C'è bisogno di calore umano e di quella semplicità che la famiglia tornare a donare ai propri figli.

Ovvio che non è tutto così facile. 

Ogni persona, ogni ragazzo, è un caso a sé, con la propria personalità e capacità di reagire alle difficoltà, ma se si tornasse a parlare tutti insieme, pubblicamente, del campo che sta riprendendo la droga, si rimarrebbe sorpresi dallo scoprire quanto i ragazzini siano realmente interessati, ricettivi all'argomento e propositivi verso una soluzione.

Questo è ciò che è stato riscontrato dopo questa conferenza, tenuta sempre dal Dottor Sbrana, alla Scuola Media di Luni qualche giorno fa. 

Una sola goccia in mezzo a un oceano ha già creato una piccola onda nel Comune di Città di Luni e la speranza è che la divulgazione e nuove conferenze, attività di sensibilizzazione, possano far crescere questa ondina fino a farla diventare lo "tsunami" che spazza via tabù, paure e disinformazione. 

Il Dottor Sbrana, nel 2019, ha scritto un libro dall'omonimo titolo della conferenza, Ricominciamo a parlare di droghe, vi lascio qui sotto il link se desiderate acquistarlo o leggerne un estratto, scritto in maniera veramente semplice ed empatica, tipica dell'umanità dell'autore.

Cliccando sul link potrete trovare anche altre sue interessanti pubblicazioni.


https://www.google.com/search?sa=X&sca_esv=16afa8dc77c0fa71&rlz=1C1CHBD_itIT902IT905&sxsrf=AHTn8zpBDQPlQbw0J_Hqjl4fEZTI948L3w:1739483196015&q=Ricominciamo+a+parlare+di+droghe+Roberto+SBRANA&stick=H4sIAAAAAAAAAONgFuLVT9c3NEzPTsrKM7RMVoJwM0yL8owK0ou0pLKTrfST8vOz9RNLSzLyi6xA7GKF_LycykWs-kGZyfm5mXnJmYm5-QqJCgWJRTmJRakKKZkKKUX56RmpCkH5SalFJfkKwU5Bjn6OE9gYAUwNlipxAAAA&ved=2ahUKEwji4vbvz8GLAxXtxwIHHSHIHtMQ-BZ6BAgoECc&tbs=kac:1,kac_so:1&biw=1366&bih=607&dpr=1


Per chi invece volesse cimentarsi in letture a tema ma più crude, posso menzionare un "diario" controverso che lessi alle medie, a 12 anni: Alice i giorni della droga

Autore sconosciuto, il diario è una raccolta di esperienze di un'adolescente dal nome presumibilmente fittizio, Alice, che annota le sue giornate a base di droga e sballi da LSD su foglietti rimediati in giro.

Non si sa se Alice sia realmente esistita o sia opera di fantasia di un autore pure lui dipendente o, se la ragazzina abbia avuto un altro nome, opportunamente cambiato.

Il diario, edito da Feltrinelli, lo potrete trovare anche in rete, vi lascio sotto il link. È crudo, spiazzante, non lascia nulla all'immaginario, nemmeno sul macabro post effetto di alcune "dosi", ma è un documento prezioso che può aiutare a capire il mondo della tossicodipendenza.


https://www.feltrinellieditore.it/opera/alice-i-giorni-della-droga-1-2/


Altro titolo che mi viene in mente, un cult degli anni '80, Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, dal quale è stato tratto l'omonimo film e, molti anni dopo, il libro sequel La mia seconda vita, dove Christiane F. racconta della sua ricaduta nel tunnel, evidenziando quanto sia realmente difficile uscire dalla dipendenza. Entrambi li potete trovare su Amazon e sugli store digitali online.

Ultimo titolo, di più recente pubblicazione, è un romanzo thriller con qualche cameo paranormale, Teddy di Jason Rekulak, dove la tossicodipendenza e la lotta per uscirne della protagonista è uno dei fili conduttori del romanzo, che potrete trovare in tutte le librerie o store digitali.

Chiudendo questo articolo, ci tengo a ricordarvi che in ogni titolo che vi ho segnalato, il dialogo sincero e aperto con la famiglia, il medico, lo psicologo o l'educatore, è alla base per capire e superare le difficoltà in cui si incappa. 

Sempre.

Sperando di avervi sensibilizzato alla causa, vi invito a leggere anche altre pubblicazioni del Dottor Sbrana e a partecipare numerosi alle prossime conferenze organizzate dal Comune Città di Luni.

A presto e buone letture,
Tania C.




domenica 26 gennaio 2025

EUGENIO E LUISELLA di Isa Sivori Carabelli - Ed. MEF L'Autore Libri Firenze -

 




EUGENIO E LUISELLA

Autore Isa Sivori Carabelli
Ed. MEF L'Autore Libri Firenze
Pag. 94
Anno di pubblicazione 2012
Formato Copertina flessibile
In copertina Charles Angrand Coppia nella strada Mef Studio
Genere Storico-Biografico



CONOSCIAMO L'AUTRICE

Isa Sivori Carabelli, è nata a Rocchetta di Vara, in provincia di La Spezia.
Laureata in Pedagogia presso l'Università degli Studi di Parma, è stata insegnante  e autrice. 
Ha pubblicato le Opere Racconti di Guerra di "Gente comune", Testimoni del tempo e della storia, Leggende.



PREFAZIONE

"Eugenio e Luisella è un omaggio vero e sentito ad una generazione di italiani (e di europei) che hanno subito le ingiustizie e le atrocità di una guerra assurda: tanto assurda da aver dovuto passare attraverso l'orrore dell'Olocausto e dei campi di sterminio e di aver avuto bisogno, per concludersi, dell'esplosione di due bombe atomiche su altrettante città giapponesi. È, insieme, anche un omaggio alle nostre montagne, quelle dell'Appennino ligure, emiliano e toscano e alle tante borgate che sorgono sulle loro pendici e che vissero le vicende di quella guerra, forse senza riuscire a comprenderle...". 

(Dalla prefazione di Egidio Banti)


TRAMA E IMPRESSIONI

Cari lettori della Valigia, ben ritrovati.

Domani è la Giornata della Memoria e mi fa piacere segnalarvi una lettura breve ma ricca di sentimenti forti, che ci racconta, quasi fosse un grande dipinto, una parte di storia locale, vissuta tra le aspre montagne del comprensorio di La Spezia, fino ai campi di sterminio di  Auschwitz-Birkenau, passando per il campo di Fossoli e il Carcere Militare di Peschiera.

<< "Papà, mi racconti di quando eri partigiano e di come sei stato catturato dai tedeschi?" >>

Eugenio e Luisella è un lungo racconto biografico in versione romanzata, nato dalla penna di Isa Sivori Carabelli, cugina acquisita di mio padre e custode dei preziosi ricordi sul fascismo e sulla resistenza spezzina, vissuti in prima persona dai suoi genitori.
Ricordi potenti, tramandati dalla madre Isolina e dal padre Gino, un giovane partigiano ligure, forte e valoroso che è riuscito a sopravvivere agli orrori della Seconda Guerra Mondiale, alla fame, alla folle prigionia di Auschwitz e dei russi.
Fin da piccola Isa, spinta dalla curiosità di conoscere il vissuto dei genitori, inizia a raccogliere aneddoti e ricordi per poi tradurli in un racconto poetico, dal sapore di zuppa calda e fuoco scoppiettante.

<< ... Era il suo primo giorno di lavoro in quella zona lontana da casa e,  un pochino, si sentiva sperduto. 
Era il tre gennaio 1943. >>

Luisella è una bella ragazza dai lunghi ricci scuri, semplice e devota, che si innamora di Eugenio, affettuosamente chiamato Giò, un giovane buono, bigliettaio dell'autolinea locale dell'epoca, la Sita.
Eugenio, non ancora diciannovenne, decide di arruolarsi nei partigiani insieme ad altri ragazzi e uomini del paese che, come lui, si rifiutarono di far parte dell'esercito della neonata Repubblica di Salò, opponendo resistenza al regime nazifascista. 
Nascosti nel folto della selva dell'entroterra ligure, in provincia di La Spezia, ma anche lungo i labili confini dei crinali emiliani e toscani, molti giovani come il padre di Isa, danno il loro contributo fisico e morale affinché l'Italia potesse tornare un paese libero da ogni dittatura.
Anche Luisella, insieme all'aiuto dei suoi compaesani, attraversando boschi bui e sferzati dal vento gelido, apporta il suo contributo alla salvaguardia e sostentamento di quei giovani ragazzi, temporaneamente rifugiati tra le mura di famiglie benevolenti.
Purtroppo, i nazifascisti e le loro spie, avevano collaudato una rete ben fitta volta a scovare i "traditori" per poi imprigionarli e deportarli nei campi di concentramento: chi come ebreo indesiderato, chi come deportato politico o altre barbarie simili. 
Nonostante l'aiuto di Luisella, della cognata e di molti  amici, Eugenio, insieme al cognato e agli altri partigiani della zona, viene presto catturato e deportato dapprima nel Campo di Concentramento e Smistamento di Fossoli, che i più credevano, erroneamente, in smantellamento, poi nel Carcere di Peschiera del Garda e, infine, oltre i cancelli del campo più terribile della storia: Auschwitz II-Birkenau.
Malgrado i ragazzi abbiano cercato con tutte le loro forze di mettersi in salvo, scappando in piena notte e mezzi nudi nei boschi del paese, i tedeschi riescono a catturarli deportandoli subito a Fossoli, con tanto di documento beffardo e umiliante attestante che:
"Tal dei tali è stato ingaggiato  provvisoriamente per lavoro ".
Dopo una breve permanenza nel campo di Fossoli, il povero ragazzo, viene deportato per qualche giorno nel Carcere Militare di Peschiera del Garda, condannato a eseguire dei lavori forzati. 
Proprio da Peschiera, durante una svista delle guardie, il giovane Giò, già molto provato dalla prigionia, riesce ad assentarsi qualche attimo per acquistare una cartolina da inviare all'amata Luisella. 
Una cartolina raffigurante una bella bambina riccia che stringe a sé una bambolina. 
Bella come la sua amata!
Chissà quanto le avrebbe fatto piacere riceverla!
Questo pensa Giò, mentre in fretta e furia si reca nel negozio, rendendosi poi conto di non avere denaro per pagare cartolina e spedizione.


<< Allora, senza perdersi d'animo, rivelò alla giovane chi egli fosse e lei, mossa a pietà, gli fece cenno di uscire alla svelta, bisbigliandogli i suoi auguri. >>



Cartolina originale che Gino Sivori scrisse alla fidanzata Isolina durante la prigionia nel Carcere Militare di Peschiera del Garda



Posso solo immaginare l'umiliazione, il dolore e la "sconfitta" che ha provato in quel momento il povero Eugenio.
Ma le anime buone esistono e, durante la lunga prigionia, Giò ne ha trovate tante, tra le quali la signora della piccola bottega che, impietosita dalle condizioni fisiche e dalla sua umiltà di prigioniero, gli dona quel cartoncino illustrato col cuore.

Eugenio riesce così a mandare notizie alla fidanzata; pur non avendo denaro per la spedizione, la bontà divina guida quella piccola immaginetta, datata 4 ottobre 1944, fino in Liguria, a casa di Luisella, in preda all'angoscia ma pronta a lottare con tutte le sue forze contro il regime nazifascista.
Da Peschiera ad Auschwitz il passo è fin troppo breve, stipati come rifiuti in un vagone che percorre i binari del non ritorno. Dentro a quel vagone solo disperata rassegnazione, nessuna speranza e troppa morte coi suoi effluvi opprimenti.
Marchiati a fuoco come prigionieri politici, Giò e i suoi compagni vengono rinchiusi nel campo lavori forzati, non senza aver prima preso visione di ciò che sta macabramente accadendo a migliaia di ebrei.
La permanenza ad Auschwitz è dura, anche se per il momento c'è solo la condanna ai lavori forzati e, forse, una piccolissima speranza. 
La sopravvivenza, giorno dopo giorno, diventa sempre più difficile: i morsi della fame sono attanaglianti, il cibo scarseggia e quel poco è ripetitivo: circa 100 gr. al giorno di pane nero, duro, a testa, poca acqua e, quando va di lusso, qualche briciola di patata, spesso raccolta scavando la terra a mani nude.
Il deperimento fisico e cognitivo avanza quasi di pari passo e molti periscono sotto il peso dei lavori o per inezia.
Eugenio non si scoraggia, nonostante sia ridotto pelle e ossa, i suoi lineamenti delicati e buoni, la sua dignità, l'amore per la fidanzata, riescono a sopraffare il dolore. 
È proprio l'amore verso la ragazza, la quale aveva sì perso la voglia di lavorare, ma non l'ardore, che riesce a mantenerlo in vita in quei quattro lunghi mesi di prigionia senza mai perdere del tutto la speranza di poterla riabbracciare.
Finalmente la mattina del 27  gennaio 1945 quelle povere anime disperate, si svegliano senza la solita raffica di spari, senza i bombardamenti e le grida feroci dei tedeschi: i russi, dopo aver sfondato il fronte polacco, sono entrati nella Nazione mettendo in fuga i nemici! 
A mezzogiorno, con lo sguardo incredulo e allibito, i ragazzi avvistano il primo carro armato russo che sfonda il cancello del campo abbattendo, finalmente, l'ipocrita insegna  "ABREIT MACH FREI". 
La disperazione comincia a trasformarsi in gioia e speranza, soprattutto all'arrivo degli altri carri che, in poche mosse, fanno crollare il magazzino viveri! 
Quasi non sembra vero.
Finalmente possono prendere cibo vero, nutrirsi o barattarlo con altre cose utili e poi, non appena le forze lo avessero concesso, avrebbero potuto tornare a casa.
I russi curano  Giò e i compagni, li rifocillano poco per volta, per non creare danni a un corpo già troppo logorato dagli stenti e li rimettono "in forza", per quanto si potesse coi pochi mezzi dell'epoca, in modo che poi i ragazzi stessi potessero aiutare i russi a curare i loro soldati.
Purtroppo, nonostante quella nuova libertà acquisita, l'agonia non è ancora finita. 

<< Caricato su un camion, Eugenio fu trasportato in un campo di smistamento situato poco lontano dalla città di Katowice, una zona non lontana da Auschwitz, mentre Tonio e Dino furono mandati in un altro luogo. >>

I russi caricano Giò, i suoi amici e gli ex prigionieri su un camion diretto a un campo di smistamento nei pressi di Katowice. 
Gli amici verranno però smistati in un altro luogo e Giò si ritrova a vivere sì libero, ma pur sempre sotto il dominio russo, sistemato tra quattro mura mezze diroccate, dividendo giaciglio e cibo con un uomo buono, molto colto e dignitoso che si chiama Primo Levi.
Il signor Levi si presenta a Eugenio come un giovane ebreo, scampato al fuoco dei forni grazie alla sua professione di chimico, che i tedeschi vollero sfruttare per comodo.
Un compagno di vita molto importante per Eugenio e anche per alcuni compaesani di Luisella, appena ritrovati in quel nuovo campo. 
Le giornate, anche se trascorse in quell'apparente libertà, ora sono illuminate dalla compagnia dei paesani ritrovati insperatamente e dal sapere della cultura che Primo Levi decide di condividere con loro.

Leggere questo ricordo mi ha aperto l'anima, portandomi a riflettere su quanto la speranza e la gioia per ogni piccola conquista, possa aiutare a mantenere viva la dignità e l'umanità, anche in mezzo alla follia, alla disperazione più nera.

Il tempo passa e la vita nel campo dei russi comincia a irrigidirsi sempre di più: il cibo, nonostante i pasti siano leggermente più regolari, scarseggia ed è ripetitivo, 100 gr. al giorno di pane nero duro come le pietre, un triangolino di formaggio nero e acqua nera.
L'acqua nera, ricavata da radici e erbe amare e spacciata per caffè, viene spesso usata per lavarsi e per dare un po' di calore alla pelle ma le forze continuano a mancare e i russi sono "strani".
Non ci si può fidare delle loro promesse di rimpatrio che, giorno dopo giorno, fino a diventare mesi, si ripetono  evasivamente senza mai arrivare ai fatti.
Giò sa che se lui e gli amici vogliono tornare a casa devono giocarsi tutto e scappare prima che possono.
Dalla Polonia la strada è lunga ma, il 15 giugno 1945, i ragazzi, grazie a uno stratagemma, riescono a fuggire alla guardia che li stava conducendo verso una nuova prigionia. 
Una volta arrivati a Katowice, trovano aiuto grazie a dei buoni contadini che mossi a pietà, vedendo quel gruppetto di italiani scheletrici e disperati, condivide con loro il poco cibo e un riparo per la notte. 
Il mattino presto, dopo quella notte, inizia un lungo peregrinare fino in Austria, aiutati dalla carità degli abitanti e in preda alla alla paura di essere riportati nel campo russo. 
Ma così non è stato, fortunatamente.
Attraverso arrampicate sulle montagne, lunghe scarpinate nei boschi e con il freddo a mordere il collo, ecco pararsi innanzi a loro il fiume Mur, in Stiria, a significare la tanto attesa salvezza: gli americani.
Sono proprio gli americani, al mattino, a trovare il gruppetto di italiani, infreddoliti, bagnati e duramente provati.
Li vestono con vestiti nuovi, li rifocillano con cibo nutriente e buono, bevande calde e sigarette e poi, finalmente, dopo cinque giorni di cure e riposo, li fanno salire su camion che li avrebbe condotti al confine italiano.
Giunti a Tarvisio, finalmente nella cara Patria Italia, Giò da libero sfogo alle proprie emozioni e, raccolta una pietra dal suolo della sua Terra, riprende il lungo cammino verso la Liguria, dalla sua  Luisella...

Da qui in poi passeranno ancora alcuni giorni, ma il lieto fine è vicino.
Non lo spoilero perché è facile dedurlo e non servono altre parole se non un sentito e infinito grazie a chi ha sempre protetto e aiutato quelle povere anime.
Questo racconto, dal sapore di romanzo, è un documento prezioso per la Memoria storica ligure, nazionale e mondiale. 
Una storia che meriterebbe di essere letta nelle scuole, in memoria di ciò che è stato e della speranza che ha tenuto saldi i cuori e menti di migliaia di persone fino alla libertà.
Un aneddoto, narrato nel libro, che mi ha fortemente commosso, è stato il gesto che Eugenio e i compagni hanno compiuto prima di lasciare il campo di Auschwitz: hanno raccolto alcune manciate di cenere fuoriuscite dai forni in modo da rendere degnamente onore a tutte le vittime innocenti della macabra follia di un pazzo assassino.
Come si può restare insensibili di fronte a tanta umiltà e generosità?
Lo stile narrativo dell'autrice è limpido e scorrevole, semplicità e modernità si fondono a creare una poesia romanzata che scorre come un fresco torrentello di montagna pronto a gettarsi in un lago come fosse la nostra anima.
L'amore forte e incondizionato di una bambina verso i propri genitori traspare in ogni capitolo, soprattutto nell'avidità di conoscere sempre di più di quel buio periodo storico.
Un doveroso ringraziamento mi sento di porlo al compianto Gino Sivori, padre dell'autrice, per l'immenso contributo lasciato alla Memoria. 
Non tutti i sopravvissuti ad Auschwitz sono riusciti, almeno nei primi anni, a raccontare in maniera così dettagliata gli orrori subiti e costretti a vedere.
Di orrori ne vengono descritti tanti anche nei racconti di Giò, non ve li trascrivo ma lascio a voi la decisione di saperne di più leggendo il romanzo, che si legge veramente in un'ora.
Ma fa riflettere su quanto l'essere umano abbia ben poco capito dal passato e penso che sia questa la storia che dovrebbero insegnare i libri di scuola, affinché gli orrori del passato non si ripetano. 
Ancora oggi si compiono Olocausti terribili per mano di pazzi che manovrano inutili guerre e  nuovi dittatori che manipolano il popolo, rendendolo una massa di scheletri automi, servitori di un  regime totalitario ma talmente "democratico" ed evoluto da farli morire di fame, ignoranza e violenze.
E nessuno riesce a fare qualcosa per riportare questi popoli alla vita dignitosa che meritano.
Ringrazio Isa Sivori Carabelli per avermi dato la possibilità di leggere e conoscere questa storia familiare straziante ma, fortunatamente, a lieto fine, se pur con tutte le difficoltà passate.

Purtroppo, ad oggi, il romanzo si può reperire solo su Amazon e, a quanto ho potuto constatare, è presente una sola copia. 
Il mio consiglio è quello di cercarlo in qualche biblioteca o, se siete della zona di Sarzana (La Spezia), di cercarlo tramite passaparola. 
Chissà che non ci sia la possibilità di qualche ristampa...
Fortunatamente, anche se non riuscirete a leggere il libro, potrete guardare l'intervista a Gino Sivori nei link che vi lascio qui sotto:





Durante questa bella intervista, Sivori racconta i suoi ricordi tramandati alla figlia e riportati nel romanzo.
Sperando che questa recensione vi sia piaciuta, vi auguro tante belle nuove letture.


Tania C.

Carrellata di foto personali scattate durante una visita al Campo di concentramento e smistamento di Fossoli, nel quale furono internati Gino Sivori e tantissimi compaesani insieme a Primo Levi.










mercoledì 22 gennaio 2025

Recensione IL BARBIERE ZOPPO 1969 - Una ragazza e la scoperta della resistenza di Gino Marchitelli- Ed. RedDuck - Nuova edizione

 


IL BARBIERE ZOPPO
1969 - Una ragazza e la scoperta della resistenza

Autore: Gino Marchitelli
Ed. RedDuck
Anno di pubblicazione: nuova edizione 2022
Formato: Cartaceo. Brossura con alette
Pag. 288
Ebook presente negli store digitali



CONOSCIAMO L'AUTORE

Gino Marchitelli - foto su gentile concessione dell'autore -



Gino  Marchitelli ha passato molti dei suoi anni lavorando come tecnico elettronico sulle piattaforme petrolifere.  

Attivista della CGIL e Democrazia Proletaria, è membro del direttivo A.N.P.I. di San Giuliano Milanese e presidente dell'associazione culturale '' Il Picchio ''.

Autore di romanzi noir e progetti sociali molto apprezzati, nel 2020 ha pubblicato Panico a Milano, la terza indagine del professor Palermo.

Con Jaca Book ha pubblicato:

Campi fascisti;

Una vergogna italiana,  saggio vincitore del Premio Mario Luzi.


TRAMA

Marche 1969.

Lidia ha appena intrapreso un viaggio misterioso dalla Puglia fino al cuore delle Marche, alla ricerca delle proprie origini.

Arrivata a Braccano, piccola frazione in provincia di Macerata, viene in possesso di un diario del 1937, scritto da un'adolescente dell'epoca. Nel diario viene raccontata la grande storia d'amore tra la ragazzina e un giovane, ferito e rimasto invalido in Abissinia, appena rientrato dalla guerra in Africa.

Il ragazzo apre una barberia, mettendosi contro i fascisti locali che cominceranno a infastidirlo pesantemente perché in paese non vuole comportarsi da reduce eroe.

A Braccano Lidia incontra il vecchio Aurelio e un gruppetto di giovani bit che hanno occupato la scuola.

Il gruppo di ragazzi ama trascorrere il proprio tempo ascoltando musica, discutendo dei valori della libertà e ribellione, di Woodstock e i movimenti pacifisti e dei movimenti politici e sociali del 1968-69.

Leggendo il diario, Lidia scopre la Resistenza e la lotta contro in nazifascismo portata avanti da un gruppo multietnico di partigiani impegnati sulle montagne tra Braccano e Matelica.

Aurelio fa scoprire a Lidia l'orrore dei campi di sterminio nazisti e dei focolai di un fascismo con l'Italia non ha mai voluto fare i conti.

L'anziano Aurelio traghetterà Lidia verso la consapevolezza di una nuova maturità che la spingerà a prendere decisioni importanti che cambieranno per sempre e profondamente la sua vita.

Questo romanzo è nato dall'incrocio di più memorie. Storie vere che raccontano due generazioni impegnate a lottare per i propri diritti: i partigiani del 1943-45 e i giovani dei movimenti operai del 1968.



IMPRESSIONI


La scorsa estate nella cassetta della posta trovai un piego libri, gentilmente inviato da un autore conosciuto da poco, tramite amici in comune.

La busta conteneva la nuova edizione de Il barbiere zoppo 1969 - una ragazza e la scoperta della Resistenza, un romanzo storico ambientato tra le montagne marchigiane, a Braccano, frazione di Matelica, dove la Resistenza si è scontrata con la dittatura infida e infame dei nazifascisti.

Marchitelli ha ripercorso la storia dell'eccidio di Braccano, macabramente avvenuto durante il massacro delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944.

Durante l'eccidio persero la vita il parroco partigiano di cui si parla nel romanzo e altri partigiani che fecero la storia della Resistenza italiana.

Desiderio dell'autore è quello di far conoscere e divulgare la nostra storia, ciò che oggi siamo grazie al sacrificio dei nostri cari.

Pur essendo un romanzo, le vicende narrate sono il frutto di accurate  ricerche storiche condotte da Gino: racconti e memorie di chi ha vissuto quell'epoca buia e difficile, riuscendo a sopravvivere agli orrori che imperversavano, all'epoca, in tutto il mondo.

Si sta avvicinando la Giornata della Memoria e quest'anno, con questo romanzo, ho deciso di contribuire parlandovi di questo ferino spaccato di storia nazionale che riconduce agli orrori della Shoah.

Protagonista è Lidia, una giovane donna di fine anni '60, orfana di padre, che dalla Puglia, spinta dalla madre e dalle zie, si ritroverà a compiere un viaggio nelle Marche, con lo scopo di conoscere e comprendere le proprie origini.


<< Lidia non riusciva a staccare gli occhi dal finestrino. La littorina procedeva molto lentamente e per percorrere quei sessanta chilometri avrebbe impiegato almeno due ore. >>


Lidia, bella, giovane e di buona cultura, fin troppo emancipata per il periodo, se pur con qualche dubbio a riguardo del misterioso viaggio, decide di partire. 

Treno, autobus, gambe e la curiosità negli occhi, la conducono a Braccano, nel piccolo borgo incastonato tra le smeraldine montagne marchigiane.

Ad attenderla trova il vecchio Aurelio, sopravvissuto a un passato doloroso dei campi di concentramento e diventato un enigmatico contadino dall'aspetto burbero ma che la metterà subito a proprio agio, aprendole le porte di casa.

Al limitare di un borgo che sembra si stia risvegliando dopo un lungo inverno, la casa di Aurelio è una cascina che conserva, tra le proprie mura, i profumi e il calore di tempi ormai lontani. 

Un po' come le case dei nostri nonni, dove il tempo sembra essersi fermato, nella staticità degli anni, ma la ragazza si ambienta subito, come fosse se quelle mura facessero parte di lei. 

Aurelio, costretto ad assentarsi per alcuni giorni, lascia a Lidia una scatola molto vecchia. Il suo compito sarà quello di aprirla e fare luce sul proprio passato.

Cosa nasconde quella misteriosa scatola?

Alcune fotografie, risalenti alla fine degli anni '30, che ritraggono una giovane coppia sorridente e un quadernetto logoro, dalle pagine consunte: un diario, appartenenti alla donna della foto, Lidia.

Lidia. Lidia.

Strana coincidenza che quella donna si chiami proprio come lei.


<< Titubante, sciolse lentamente il piccolo involucro dallo spago e aprì il quaderno; un forte odore di antico le penetrò nelle narici giù fin nella parte più nascosta dei polmoni, un qualcosa di vecchio e allo stesso tempo familiare invase la piccola cucina scaldata dal focherello del camino. >>


Per Lidia la curiosità di saperne di più sulla giovane omonima la spinge a immergersi subito in quelle pagine dalla calligrafia fitta e le si apre una sorta di portale che la conduce indietro di trent'anni, tra le mura di quella casa, a fare la conoscenza di una coppia, Lidia e Primo. 

Lidia, moglie innamorata e combattiva, Primo giovane soldato che, servendo la patria in Africa, era rimasto offeso a una gamba e costretto a claudicare pesantemente. Non per questo disposto a piegarsi alla dittatura fascista.

Spinta dalla curiosità e dai racconti della sua omonima, la ragazza sente il bisogno di uscire, di integrarsi con gli abitanti del borgo, in modo da riuscire a saperne di più su quella donna che porta il suo nome e del legame con Aurelio.

Coi bambini e i giovani del paese è stato facile fare amicizia e ottenere fiducia fin da subito, coi paesani ci vuole più tempo. Don Franco sembra esserle amico, ma molto evasivo sull'improvvisa partenza e assenza di Aurelio.

È bello camminare per i vicoli di Braccano, catturare volti e sorrisi degli abitanti con la sua macchina fotografica, giocare coi bambini, ma soprattutto è bello conoscere ragazzi della sua età.

Giovani dai capelli lunghi che, dopo aver occupato la scuola, si stanno aprendo agli usi e costumi della beat generation. Tra quei ragazzi c'è Angelo, che sembra far breccia nel cuore di Lidia sin dal primo sguardo.


<< Si sedettero sugli scalini della vecchia casa. Lidia entrò e ritornò fuori poco dopo stringendo il diario. Lo passò ai suoi amici, che lo esaminarono con curiosità. >>


La ragazza integratasi col gruppo fin da subito,  mette gli amici a conoscenza  del diario trovato nella scatola in casa di Aurelio e verrà aiutata a scavare a fondo nella storia, riuscendo a confrontarsi coi paesani.

Una chicca che si cela tra le pagine di questa storia, sono le fotografie raccolte dall'autore. Scatti che ritraggono volti, luoghi e oggetti che hanno dato vita ai vari personaggi presenti lungo il racconto, quasi fossero gli scatti fatti dalla protagonista.

Foto che esprimono il tepore delle case, strumenti da lavoro degli artigiani, momenti di svago collettivo, il piacere di un ballo durante le feste, la voglia di emancipazione e di ricominciare dopo gli anni più bui e duri della storia, durante i quali la vita era stata brutalmente predata di futuro e dignità.

Nel suo "peregrinare" per il villaggio e tra le anime che lo abitano, Lidia, viene a conoscenza della resistenza vissuta da Primo e Lidia, della paura dei bombardamenti, del razionamento del cibo e, soprattutto dei rastrellamenti compiuti dai nazifascisti che avevano occupato il paese. 

Primo, dopo essere rientrato dalla guerra, a causa delle ferite riportate, diventa barbiere del paese, costretto a "offrire" i suoi servizi anche ai nazisti e venendo presto a conoscenza di atti atroci compiuti verso gli abitanti del paese.

Primo e la sua Lidia non ci stanno, si ribellano, lottano con tutte le loro forze per dare un futuro migliore alla figlia piccolissima, ma per loro si apriranno i cancelli dei campi di sterminio. 

Lidia è sempre più sconvolta dagli accadimenti avvenuti in paese e alla coppia durante quel quarto di secolo da poco trascorso, raccontati in quelle pagine.

Prende nuova consapevolezza di un periodo storico che ha segnato profondamente l'umanità e decide di lottare lei stessa per evitare che certi errori possano ripetersi in futuro a scapito della democrazia e libertà umana.

Si apre così, alla luce di importanti scoperte, il nuovo cammino di Lidia che la porterà a Milano, in Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969.

I fatti di cronaca nera dell'epoca sono fonte ispiratrice del sequel de Il barbiere zoppo. 1969 - Una ragazza e la scoperta della Resistenza, intitolato Milano tra utopia & rivoluzione edito da RedDuck.

Di questo romanzo ho amato ogni pagina, la scrittura semplice e fluida, la ricchezza accurata di nozioni storiche e geografiche, l'evoluzione del personaggio di Lidia.

È un romanzo che mi sento di consigliare a chi ama la nostra storia e desidera conoscerne i fatti in altri luoghi italiani.

Mai come in questo periodo storico che stiamo vivendo, è importante conoscere e riflettere sulla nostra storia.

Sicura che non ve ne pentirete, vi invito alla lettura. Potete trovare la copia cartacea on line.

Ringraziando ancora Gino Marchitelli per questo dono, vi auguro buona lettura,

Tania C.














IL LIBRO A FUMETTI DELLA STORIA DI LUNI La città romana di Luna dalle origini alla decadenza Palandrani - Guerra - ED. CIRCOLO LEONARDO EDITORE

  IL LIBRO A FUMETTI DELLA STORIA DI LUNI La città romana di Luna dalle origini alla decadenza Autori: Palandrani  Illustrazioni: Guerra Ed....