domenica 26 gennaio 2020

Recensione di CHERNOBYL 01:23:40 di Andrew Leatherbarrow - Ed. SALANI




CHERNOBYL 01:23:40
LA STORIA VERA DEL DISASTRO NUCLEARE CHE HA SCONVOLTO IL MONDO

Andrew Leatherbarrow
Ed. SALANI 2019
Pag. 263
Copertina flessibile
Traduzione Annoni, Salerno, Turrini
€ 15,90


CONOSCIAMO L'AUTORE

Andrew Leatherbarrow - foto dal web -

Per molti di noi Chernobyl è una città vera e proprio, un non luogo che improvvisamente, un giorno è rimasto deserto. Per Andrew Leatherbarrow è proprio questo che da un fascino esagerato al luogo. Per molto tempo si è domandato come sarebbe stato camminare in quei luoghi fantasma immaginando quale fosse la quotidianità prima che il disastro la colpisse. Un giorno si ritrova tra le mani l'annuncio di un tour a Pripyat, nella zona di esclusione. Partecipando avrebbe avuto accesso libero all'area. Da quel viaggio è nata l'indagine sul mistero che aleggia intorno al giorno della tragedia. Questo libro racchiude il risultato di cinque anni di ricerca, descrivendo un dettagliato ed accessibile resoconto di quello che realmente è accaduto quel 26 aprile 1986 nella centrale nucleare di Cernobyl.
Ad oggi Andrew vive con la compagna e i loro due figli in Inghilterra. Nel tempo libero dal lavoro scrive libri. Andrew e questo dettagliato docu-libro sono stato il punto di riferimento per le riprese della serie tv Chernobyl.

TRAMA

All'alba del 26 aprile 1986, all'01:23:40, Alexandr Akimov preme l'interruttore per l'arresto di emergenza del quarto reattore nucleare di Chernobyl.

Un gesto che costrinse permanentemente l'evacuazione di una città e decretò l'inizio di un disastro nucleare che ha segnato la storia mondiale e il destino dell'Unione Sovietica. Decenni di storie contraddittorie, inesatte  ed esagerate seguiranno faranno parlare del disastro. 
Con questo libro, frutto di cinque anni di ricerca, l'autore mette in luce un dettagliato e completo resoconto su ciò che accadde realmente quella notte. Grazie alle sue ricerche ci racconta con minuziosa descrizione la disperata lotta per evitare che la tragedia colpisse l'Europa, l'eroico sacrificio degli uomini che raggiunsero il luogo del disastro colpito da un livello di radiazioni talmente elevato che non riuscirono nemmeno a registrarlo, la verità sui leggendari 'liquidatori di Chernobyl', passando dal processo portato a termine dall'URSS con le relative menzogne.
La storia si alterna al racconto di viaggio dell'autore nella città ucraina di Pripyat, oggi ancora abbandonata, e nella vasta Zona di esclusione di Chernobyl. 
Una minuziosa corrispondenza che raccoglie fotografie dell'odierno paesaggio di Pripyat. Da leggere come un romanzo.

IMPRESSIONI

Me lo ricordo io, quel 26 aprile 1986, o meglio mi ricordo dal 27 aprile in poi, quando tutti i tg dell'epoca e le testate giornalistiche non facevano altro che raccontare di un importante disastro nucleare  che aveva colpito l'URSS, precisamente Chernobyl con gravi ripercussioni a livello europeo. La paura che le radiazioni contaminassero l'Italia, che non si potesse più uscire fuori a giocare nei prati, in quegli anni i social di noi ragazzini erano i campi e i prati attorno casa, era forte. 
All'epoca di Chernobyl avevo 12 anni e a malapena potevo comprendere quello che stava succedendo, o meglio la  grandezza e la potenza del danno socio-ambientale.
I miei ricordi mi rimandano a catene di solidarietà per ospitare i "Bambini di Chernobyl", figli di chi aveva perso tutto, spesso senza famiglia, mandati in Italia per "purificarsi" e passare un po'di tempo lontani da un ambiente insano e lugubre.
I danni, purtroppo, non sono stati solo morali, ma anche fisici e gravi. La notte di Chernobyl provocò 65 decessi, ma quelli venuti a  mancare a causa degli effetti a lungo termine furono molti di più. Cancro, trombosi, leucemie e deformazioni devastanti. Non potevo comprendere appieno, ma rimasi sconvolta, immaginando strani esseri deformi e fluorescenti aggirarsi  per la steppa. La mente dei ragazzini è talmente malleabile che basta poco a creare storie fantastiche, frutto anche della scarsa informazione in merito.
Ma di fantastico, nella tragedia di Chernobyl non c'era, non c'è e non ci sarà, per centinaia di anni ancora, nulla.
Il forte potere cancerogeno, sviluppato dalle radiazioni sprigionatesi dal disastro, oltre a morte e malattie, ha distrutto un raggio abitativo di circa 30 km, destinandolo a rimanere abbandonato ancora per centinaia di anni. Ad oggi la natura si sta riprendendo il suo territorio, piante, fiori e animali abitano il "cimitero a cielo aperto" , tra gli scheletri di edifici e strutture abbandonati a se stessi e ingoiati dall'eternità radioattiva. 

All'inizio del Ventesimo secolo la sua scoperta (Marie Curie) che la luminescenza del radio è in grado di distruggere le cellule umane malate più rapidamente di quelle sane generò una nuova industria che pubblicizzava le proprietà magiche (perlopiù immaginarie) di questo nuovo elemento a un pubblico ignaro e facile da sviare.

Solo negli anni trenta/quaranta si riuscì a capire quanto le radiazioni prodotte dal Radio fossero pericolose, circa 2,7 milioni di volte più dell'Uranio. Sino alla fine degli Anni Venti tutti sembravano impazzire per quella miracolosa scoperta che prometteva gran benefici all'umanità, dall'uso nella quotidianità sino a quello farmaceutico. Ma il caso delle "ragazze radio" diede inizio ai primi dubbi: le ragazze radio erano giovani donne impiegate della United States Radio Corporation che dipingevano manualmente i quadranti di orologi, approfittando spesso per laccarsi le unghie con la vernice fluorescente. Per tenere umida la punta dei pennelli usati, le ragazze la umettavano con la punta della lingua, ingerendo giornalmente quantitativi ingenti di particelle radioattive. Dopo qualche tempo si cominciarono ad intravvedere i risultati devastanti del radio: i denti e il cranio cominciarono a sgretolarsi.

La radioattività previene la pazzia, risveglia emozioni nobili, ritarda l'invecchiamento  e garantisce una vita meravigliosa, giovanile e gioiosa.

Un film dell'orrore a pensare agli studi, forse presi troppo alla leggera, di Marie Curie sulle radiazioni prodotte dal radio e alla propaganda un po' troppo propositiva che fecero riviste mediche dell'epoca.
Tutto questo orrore, a partire dagli anni '40, sembrò perdere popolarità a causa della richiesta di innovazione a scopo bellico per la Seconda Guerra Mondiale: tesi dell'epoca sostenevano che 

"la fissione funzionava meglio se nell'ambiente veniva introdotto un 'moderatore' per ridurre la velocità dei neutroni in moto all'interno di un atomo così da moltiplicare le probabilità di collisione e scissione."

Prese così il via la costruzione dei primi reattori nucleari. Il primo mattone del Chicago-Pile 1 fu messo a dimora nell'Università di Chicago, in campo al progetto Manhattan, supervisionato dal fisico Nobel Enrico Fermi. Quello che non era stato preventivato e, all'epoca studiato, furono le ripercussioni dei  molti incidenti nucleari accaduti durante la contaminazione. Si tendeva ad insabbiare tutto. 
La stessa Marie Curie ed altri studiosi, probabilmente, persero la vita a causa di tumori e malattie sviluppatesi  dalla continua e potente contaminazione da radiazioni. Nonostante si continuasse a negare il potere distruttivo delle radiazioni, figlia e genero della Curie, che vinsero il Nobel, morirono a causa della contaminazione per aver portato avanti gli studi della madre.
Nessuna stima nemmeno sulla sindrome da radiazione, in quanto la Russia aveva, negli anni, insabbiato tutta la documentazione sui molti incidenti nucleari capitati sino ad arrivare a quello della notte di Chernobyl. Sicuramente altri Paesi come Corea del Nord, Pakistan ed Iran,  rinomati per la facile corruttibilità governativa, continuano tutt'oggi sulla linea dell'omertà.
Ad oggi, come apprende e riporta Leatherbarrow dalle sue ricerche,  si stima che  gli incidenti nucleari gravi che hanno provocato molte vittime siano circa settanta, con almeno dieci decessi ufficiali e molti altri nascosti.
La maggior parte causati da errori umani in conseguenza anche a furti di apparecchiature mediche di radioterapia.
L'autore non ricorda di preciso quando iniziò la sua passione per Chernobyl. Era piccolo, sentiva parlare della catastrofe e soprattutto del villaggio abbandonato a se stesso frettolosamente, rimasto in balia degli anni e della natura per decenni, costretto a restarci per altre centinaia di anni. Agli occhi di un bambino tutto questo aveva un che di surreale. Chissà come sarebbe stato visitare quel villaggio spoglio, vuoto, che un tempo era abitato da bambini come lui...

Dopo anni di attesa ed innumerevoli ore passate ad analizzare la dinamica dell'incidente, oggi finalmente vedrò Chernobyl coi miei occhi.

Nel 2005, Andrew si iscrisse all'Università e venne a conoscenza di una serie di fotografie scattate da un motociclista che aveva attraversato in solitaria la zona di esclusione ricavandone un affascinante book fotografico. Col tempo venne fuori che la storia della traversata era una montatura, ma ciò non scalfì il fascino che le fotografie ebbero su Andrew.
Lo tsunami del 2011 in Giappone fu la causa del  secondo disastro nucleare per potenza e per l'autore fu oggetto di interesse talmente forte che lo spinse a documentarsi ancor di più  su ciò che in quegli anni si era diventato un'ossessione: Chernobyl. 
Non conoscendo però il funzionamento di un reattore nucleare, cominciò a documentarsi guardando documentari, leggendo articoli e con tutto quello che riuscì a trovare al riguardo. Man mano che si informava facendo scrupolose ricerche,  vennero alla luce documenti contraffatti, al riguardo di quel che successe la notte di Chernobyl al reattore quattro e le ripercussioni che ne scaturirono. 
Interesse della Russia era quello di nascondere i fatti realmente accaduti modificando ogni tipo di documento e di ricordo.  Mille domande affollavano la mente di Leatherbarrow.
Quanto, di quello che accadde quella notte fu raccontato realmente e quanto insabbiato? 
Chi furono i veri responsabili? 
Quali insegnamenti aveva dato quell'errore? 


Pripyat oggi - foto dal web -

L'interesse di Andrew cresceva sempre di più, per ogni documentazione contraffatta, la voglia di verità si faceva sempre più scalpitante, tanto da spingerlo, nell'ottobre 2011, a partire per un tour nella Zona di esclusione, con accesso illimitato a Pripyat. 
La sua sete di sapere lo portò addirittura a vendere alcuni dei suoi beni più cari pur di racimolare il denaro sufficiente a mantenersi durante il soggiorno.

Brutali strutture di cemento bianche e grigie, quasi prive di qualsiasi abbellimento, spuntano da quella che è diventata una foresta, mentre la sagoma lontana di Chernobyl si staglia minacciosa all'orizzonte, appena visibile attraverso la nebbia.

L'arrivo a Pripyat fu, per Andrew e probabilmente per il gruppetto di persone che viaggiava con lui, come il bacio di un Dissennatore. 
Durante il giro della zona residenziale "Fujiyama", sembrava che tutta la popolazione terrestre si fosse estinta e lui fosse rimasto l'unico sopravvissuto in un mondo grigio e desolato, dove regnano incontrastate solitudine e tristezza. Era solo un suo  pensiero o anche gli altri provavano la stessa sensazione di vuoto e gelo desolante?
Lungo il percorso fu rinvenuta la carcassa mummificata di un cane, ricoperta di piccoli fori. Era morto a causa delle radiazioni, oppure vittima dello squadrone di sterminio che all'epoca si aggirava battendo a tappeto la città? Erano passati venticinque anni, e quei fori avrebbero potuto significare tutto e nulla, anche la straziante sindrome da radiazioni, ma l'augurio, se così lo si può macabramente definire, per la sorte di quella povera bestiolina, è che fosse deceduta per stenti. Il che avrebbe significato, per paradosso, meno sofferenza.
Nonostante i depistaggi dell'austero regime russo, tutti i documenti studiati sino a quel momento da Leatherbarrow vennero smentiti dal suo viaggio nella storia di Chernobyl. 
Quel 26 aprile 1986, alle 01:23:40 un errore umano causò l'esplosione del reattore nucleare di Chernobyl. Così ci hanno voluto far credere, riscontrerà Andrew durante il suo viaggio fatto non solo di visite e foto, ma di cinque anni di approfondite ricerche. In realtà, all'errore umano si aggiunse il materiale di scarsa qualità col quale fu costruito che comportò un mal funzionamento del reattore dettato anche da un'errata costruzione e, non da meno, le importanti regole sulla sicurezza che mai furono rispettate. 
L'errore umano, quella notte, venne in parte ripagato dalla "eroicità" degli operai rimasti in sede per cercare di placare l'incendio ed evitare un disastro ancora più immane, che avrebbe spinto l'enorme onda radioattiva su tutta la terra. Uomini e donne che, contando sulla forza  delle loro braccia e donando, chi consapevolmente, chi ignaro, la propria vita, hanno cercato di contenere il disastro e liquidare la zona.
Esseri umani reali persero la vita da eroi, volutamente oscurati dal Governo Russo, perché tutto doveva restare segreto, riportati "in vita" da Leatherbarrow, come un doveroso omaggio a loro, che di vite ne avevano salvate tante. 


Chernobyl, il sarcofago che ricoprirà il reattore numero quattro - foto dal web -


PER CONCLUDERE

Dal 1986 il toponimo di Chernobyl è inevitabilmente associato all’incubo dell’incidente nucleare. 
Ma, alla fine, cosa sappiamo esattamente su quello che veramente accade la notte del 26 aprile 1986? 
Poco o nulla. 
La fredda disamina delle dinamiche che portarono il reattore numero quattro ad esplodere, quanto hanno contribuito ad approfondire la reale conoscenza di una materia tanto affascinante quanto distruttiva?

Se la potenza dell’atomo non viene guidata e incanalata può portare a danni inimmaginabili. 

Un intero Continente, quella notte, si trovò in bilico sull’orlo dell’Olocausto. Tristi i richiami all’impiego dell’arma atomica sperimentato nelle fasi finali del secondo conflitto mondiale. 

Ancora oggi, la complicità del velo di silenzio imposto dalle autorità sovietiche, contribuisce a rendere ancor più oscuro il dipanarsi della trama di una strage silenziosa di cui nessuno conosce il bilancio: il sacrifico di chi lotto’ contro il tempo per evitare l’annientamento della vita. 
Noi italiani di quei giorni, di quei mesi, abbiamo impresse le immagini del latte versato, dei proclami delle autorità che ci rassicuravano sull'assenza di rischi. Ma non abbiamo mai voluto scavare a fondo. 
Il docu-libro di Leatherbarrow ha il merito di squarciare questo velo, agevolato dal grande successo riscosso dalla fiction che ne è stata tratta, la quale, seppure nell’ottica di una trasposizione televisiva, segue fedelmente l'histoire di  un thriller che tiene tutti con il fiato sospeso, costringendoci ad immergerci in un narrato fatto soprattutto di nozioni, indispensabili per conoscere.
Perché non si deve cancellare la memoria, perché sia monito a chi deve garantire la nostra sicurezza nel formare personale preparato scientificamente, indipendente dai diktat dell’apparato e delle logiche di mercato. 
Perché Chernobyl non fu’ solo un errore umano, ma anche il frutto di un' ottusa visione ancorata ai principi dell’ideologia. 
Dobbiamo ringraziare la passione/ossessione dell’autore, perché il dovere di documentare, informare e tutelare la memoria può diventare una martellante ossessione, così come la nostra è quella di non dimenticare.
Questo libro, quasi un documentario di guerra che si legge come un romanzo, scritto con un linguaggio semplice e viscerale, al contrario di quanto si possa pensare, non è propriamente una lettura leggera. Prendetevi tutto il tempo necessario, elaborate i pensieri, fate ricerche e integratelo con la serie tv. Non ve ne pentirete e potrete finalmente comprendere quello che veramente accadde quella notte. 
Ringrazio il mio fidanzato per avermi aiutata a chiarire dubbi, lacune e per avermi mostrato la via d'uscita dell'intricato labirinto dei reattori nucleari.
Buona lettura,

Tania C.





mercoledì 22 gennaio 2020

Recensione di AADAM ED EEVA di Arto Paasilinna - Ed. IPERBOREA -




AADAM ED EVA
Aarto Paasilinna
Ed. IPERBOREA 29 novembre 2019
Prima pubblicazione 1993 ad Helsinki
Pag. 243
Coperitina semirigida goffrata
Traduzione dal finlandese di Marcello Ganassini
€ 17,00


CONOSCIAMO L'AUTORE

Aarto Pasilinna - foto dal web-

Aarto Paasilinna (20 aprile 1942 - 15 ottobre 2018) è stato un ex guardaboschi, ex giornalista ed ex poeta. In Finlandia è diventato uno scrittore di fama grazie alla capacità di raccontare ogni storia tragica ridendo. Dopo L'anno della lepre, che in Italia ha superato le 120.000, Iperborea ha pubblicato altri suoi diciassette romanzi tra i quali Piccoli suicidi tra amici, Il bosco delle Volpi Impiccate e Il miglior amico dell'orso.

TRAMA

Aadam Rymättylä è un piccolo imprenditore svedese che si giostra tra una fila interminabile di crediti, debiti e pignoramenti e una squadra di figli da mantenere: sette figli con tre diverse madri, a dimostrazione della sua passione inarrestabile per l'amore, che ovviamente, come tutte le cose, ha il suo prezzo.
Costretto a vivere nel magazzino della ditta di Tattarisuo a Helsinki, non si lascia abbattere dagli eventi e, continuando i suoi esperimenti esplosivi, spera di riuscire un giorno, a mettere a punto una nuova batteria ultra leggera in grado di rivoluzionare il sistema energetico mondiale. Ma la malasorte sembra accanirsi contro di lui facendolo finire dietro le sbarre.
Spesso, nei romanzi di Paasilinna, la resilienza dei suoi personaggi viene aiutata dall'arrivo di una donna che salva la situazione. Così accade allo sfortunato Aadam: un'intraprendente avvocatessa, Eeva Kontupohja, crede nella sua innocenza e nella potenzialità del suo genio inventivo. Lassù, finalmente, qualcuno li ama: il prototipo della batteria miracolosa inventata da Rymättylä funziona veramente, dando il via alla rivoluzione energetica, proiettando l'improbabile coppia Aadam-Eeva nella scalata ai vertici della ricchezza mondiale. 
Ma quali sono le conseguenze di un'invenzione che minaccia  gli affari dei potenti della terra e mette a rischio gli equilibri politici ed economici del mondo?
Precursore dei temi scottanti e dei protagonisti  del presente, Paasilinna accompagna insieme al fidato tassista Sorjonen, il suo Adamo novello tra riunioni segrete dei petrolieri, reginette del latte innamorate e sicari professionisti, fino ai confini del mondo con una domanda: può una ricchezza senza limiti convivere con le migliori intenzioni?

IMPRESSIONI

Per questa allegra e colorata copia cartacea di Aadam ed Eeva di Paasilinna ringrazio infinitamente Irina per avermela gentilmente offerta. Non conoscevo Paasilinna, nemmeno di fama, l'ho scoperto grazie all'uscita di questo romanzo e me ne sono innamorata, dispiacendomi di averlo conosciuto solo ad un anno dalla sua morte. Ma voglio leggere tutti i suoi romanzi, è una promessa che faccio a me stessa. Di Aadam ed Eeva mi ha catturatto fin da subito la copertina dai colori accesi, divertenti e dal disegno naif che mi ricorda un baobab con un grosso serpente attorcigliato al tronco, sulla riva di un assolato fiume. Psichedeliche zampette di passerotto fanno da sfondo, fluttuando in una cornice dai toni arancio e azzurro. Insomma, una bellissima copertina che cattura lo sguardo incuriosendo il lettore. La trama poi, esilarante e originale, mi ha richiamato alla memoria le tragicomiche avventure del Marcovaldo di Calvino, pur nella loro diversa unicità.

Aadam Rymättylä capì che aveva fatto la scoperta del secolo. Quando un uomo si mette in gioco anima e corpo, la vittoria finale non è mai impossibile.

Adam Rymättylä (Rumattula) è una persona resiliente, un uomo che nonostante le insidie del destino non si è mai lasciato abbattere. Un po' per  indole, un po' per gran botta di fondo schiena, è sempre caduto in piedi, trovando, ogni volta, il lato buono in ogni cosa, anche la più spiacevole.
Aadam, con una grande passione per l'amore, caduto in disgrazia dopo vari divorzi e sette figli con tre mogli diverse, vive e lavora nel capannone di una ditta di Tattarisuo, in Finlandia,  producendo batterie.
Da qualche tempo sta cercando di mettere a punto una batteria ultrapiatta e leggera, ma con un buon potenziale di durata e resistenza a scarso impatto ambientale. Un prototipo in grado di rivoluzionare il mondo delle batterie e il sistema energetico mondiale, apportando grandi benefici anche al pianeta.
Dopo vari tentativi saltati letteralmente in aria, sembra che il suo prototipo sia finalmente riuscito, potente e leggero, pronto per essere lanciato sul mercato.
Messo alle strette dal marito dell'ex moglie, un professore di educazione fisica, che pretendeva il saldo degli alimenti per i figli affidati alla madre, e dai debiti con il gestore della telefonia che gli aveva tagliato i fili del telefono per bollette insolute, l'inventore decide di provare a mettere sul mercato la sua invenzione in modo da racimolare qualche soldo. Preparò due prototipi, li caricò al massimo della loro potenza e andò a sperimentarli di persona su dei veicoli in una fabbrica della vicina Järvenpää. 
L'invenzione suscitò meraviglia e stupore e l'uomo, soddisfatto, ripresi i suoi prototipi e le sue formule, tornò a Tattarisuo. Ad attenderlo una spiacevole sorpresa. Il capannone della ditta, la sua casa, stava ardendo tra alte fiamme e nessuno ancora aveva chiamato i soccorsi. La spiegazione fu che al centralino dei pompieri era arrivata una chiamata con l'ordine di non spegnere l'incendio, su richiesta di Rymättylä stesso. 
Allibito il povero Aadam restò inerme a guardare il propagarsi delle fiamme. Era quella una ventosa estate e il fuoco si spinse alla foresta, così il Vigili del fuoco dovettero intervenire per forza.

Quando tutto va male ci si consola al pensiero che peggio di così non può andare.

L'incendio fu domato, ma Aadam aveva perso tutto: la ditta, la casa, i pochi risparmi e il lavoro. Ma il peggio era in agguato. Una denuncia anonima alla polizia lo aveva incastrato come responsabile dell'incendio. Il fatto che fosse in grave crisi economica e che la ditta fosse sull'orlo del fallimento era un buon movente per appiccare l'incendio e raggirare le assicurazioni. Qualcuno lo aveva incastrato, chissà forse proprio Lottoperä, il marito dell'ex moglie, approfittando del fatto che lui fosse fuori sede per provare le batterie. Poteva anche provarlo, i meccanici avrebbero testimoniato, ma la polizia sembrava non voler sentir ragione: prima le indagini e intanto in prigione!
Lo sventurato ometto, in realtà omone vista la stazza, si ritrovò dietro le sbarre nella prigione, a Tattarisuo nell'attesa delle indagini. Avrebbe dovuto trovarsi un buon avvocato per venire fuori dalle accuse di incendio doloso premeditato. Ma i soldi dove li avrebbe presi? Il suo portafoglio era bruciato nel rogo del capannone insieme alla sua auto. Poco importa, gli avrebbero dato un avvocato d'ufficio, ma al momento l'importante era che il carcere gli avrebbe offerto un tetto, un letto e del cibo. Arrivato nella sua cella, il buon carattere di Aadam riuscì a trovare il buono della situazione: una piccola cella con letto e coperte, del cibo, un bagno privato e tanto tempo a disposizione per rifinire e migliorare la sua batteria, tutto gratis. Aveva con se i prototipi e le formule, chiese carta e penna e si mise all'opera. Passò alcuni giorni nell'attesa che le indagini facessero il loro corso e lo scagionassero, gli venne anche affidato un avvocato: una strampalata rossa, molto appariscente e dalla parlantina spigliata: Eeva Kontupohja. 
La donna, all'inizio un po' reticente per questa "causa persa" , fece un passo indietro quando Aadam le raccontò della batteria miracolosa: quell'uomo non era uno sprovveduto! Avrebbe fatto i suoi controlli e perorato la sua causa e poi chissà, magari avrebbe potuto mettersi in società con lui per il lancio della batteria miracolosa.
Intanto ne avrebbero potuto parlare davanti ad un bicchiere di vino, di birra, di cognac...
Eeva era un avvocato scaltro, con una spiccata furbizia ma, come Aadam amava l'amore per le donne, lei amava l'alcool. Non era un'etilista, no. O forse si? Non era importante, se la batteria avesse funzionato e fosse riuscita a mettersi in società con Aadam, l'alcool sarebbe stato l'ultimo dei suoi problemi.
Per Aadam la ruota cominciò a girare dalla parte giusta: lasciato l'alloggio provvisorio sul divano dell'ufficiale giudiziario che gli aveva pignorato tutto, si ritrovò a vivere, mantenuto, nello spazioso appartamento di Eeva. Avrebbe voluto tanto farsi aiutare dal suo amico tassista con la passione per la medicina, Sorjonen, ma al momento era in viaggio, quindi la soluzione ideale era accettare l'invito dell'avvocato. Avrebbe avuto una bella camera tutta per lui, un grande bagno con tutto il necessario per la toelette, qualche soldino nel portafoglio e del cibo fresco, oltre a tanto alcool. Ma non solo, la casa, quasi sempre vuota, era il luogo ideale per proseguire nella messa a punto della batteria. Ancora una volta la resilienza del personaggio viene a galla. Delicatamente, in maniera bonaria, tipica del carattere bonaccione di Aadam. 

Era chiaro che se quella batteria fosse entrata in produzione avrebbe inferto un colpo mortale al mercato del petrolio.

Ubriaca di manie di grandezze e di shortini, Eeva, all'insaputa di Aadam, decise di testare sul campo il potere della batteria. Il bosco intorno al capannone bruciato sarebbe stato l'ideale in quella serata piovosa. Eeva fece arrivare una grossa betoniera, attaccò la batteria e, sotto la pioggia torrenziale e il vento si gongolò allo sprigionarsi della potenza. Lasciata la betoniera in funzione per tutta la notte, fece ritorno a casa. Quella notte, Eeva e la piccola batteria scatenarono l'inferno. Con la complicità della tempesta, lo sferragliare della betoniera, richiamò alcuni curiosi. Nessuno osò avvicinarsi a quella strega coi capelli rossi che sembrava stesse giocando coi feroci demoni atmosferici.
Da quel momento in poi si costituì la società di Aadam ed Eeva per la produzione di batterie ultraleggere e super potenti.
Dopo un tragicomico viaggio  con tappa a Nuova Delhi, dove Eeva in preda ai fumi di diversi drink voleva mettersi in società con un ingegnere  che voleva costruire dighe sul fiume sacro, la coppia fece finalmente scalo in Nuova Zelanda. Sceso dall'aereo dopo una notte insonne a causa della sbornia di Eeva, il povero Aadam salì sull'autobus che li avrebbe portati all'hotel dove si sarebbe tenuto il congresso sull'energia, e si addormentò. Disastro!
Arrivato in hotel si accorse di aver perso l'avvocatessa. Dove era finita? L'autobus aveva fatto una sosta e lei era scesa per una sigaretta e poi? Svanita nel nulla e l'autobus ripartì con un assonnato Aadam.
Il giorno dopo la polizia consegnò una recalcitrante avvocatessa in piena sbornia e in uno stato pietoso al perplesso inventore. L'avevano ritrovata che stava cantando a squarciagola  canzoni sulla tosatura delle pecore, bevendo insieme a degli operai che l'avevano aiutata a rialzarsi quando era caduta in una buca fangosa, ad Auckland.
Mentre la donna smaltiva la sbornia al fresco di un pascolo tra placide mucche, Aadam partecipò come conferente al congresso, annunciando la sua invenzione e tutti i benefici che avrebbe apportato all'umanità.
In molti erano interessati alla batteria, Russi, Giapponesi, Europei. Gli arabi no. Per i magnate del petrolio, la messa in commercio della batteria avrebbe rappresentato un'ingente perdita nell'estrazione e vendita petrolifera. 
Questa cosa non s'aveva da fare. Qualcuno avrebbe dovuto fermare Rumattula prima che la batteria finisse sul mercato.
Da quel giorno la vita di Aadam ed Eeva subirà una svolta positiva: la coppia strampalata si fidanzerà, e per festeggiare inizierà per loro un tour alcoolico in giro per il mondo. 
Intanto i Giapponesi, dopo un ennesimo  trgicomico viaggio d'affari con Aadam ed Eeva, firmeranno un miliardario contratto per la produzione delle batterie che sbancheranno il mercato mondiale dell'energia.

Il sicario professionista Luigi Rapaleore aveva i piedi congelati. Non che ci fosse da stupirsi: dovevano esserci quaranta gradi sotto zero.

Ma c'era qualcuno che stava tramando alle spalle di Aadam. Gli arabi, con lo spettro di un'imminente crisi petrolifera, vogliono far fuori Rumattula ed assoldano un infallibile killer italiano, il siciliano Luigi Rapaleore. 
Killer spietato e infaticabile, si mise presto sulle tracce dell'inventore, sapendo che non avrebbe dovuto fallire se avesse voluto guadagnare una cospicua ricompensa.
Eeva però aveva messo in preventivo la loro tutela, ora che erano diventati miliardari, perciò assoldò due anonime guardie del corpo giapponesi. Avrebbero svolto il loro compito sino a che le batterie non avessero sfondato nel mercato.
Durante il viaggio in Lapponia coi Giapponesi Rapaleore si nascose nella foresta innevata aspettando che Rumattula gli capitasse a tiro per sparargli. La morsa del freddo polare si impossessò del suo corpo e quando vide Aadam che sfrecciava su una motoslitta rincorrendo una renna impazzita che trainava i giapponesi, non riuscì nel suo intento. Il freddo lo aveva paralizzato, non sentiva più una gamba e i piedi e si risvegliò in ospedale senza una gamba e tre dita dell'altro piede.
Ma non si sarebbe dato per vinto, avrebbe portato a buon fine il suo incarico, anche se il contratto era stato firmato. Dotato di una protesi, presto si rimise in piedi pronto a far fuoco sul suo bersaglio, adesso era una questione personale...
Rumattula, oltre ad essere un resiliente amante dell'amore, aveva anche l'ingenuità dei buoni di cuore. Suo desiderio, ora che le possibilità finanziarie non gli mancavano era quello di aiutare chi si fosse trovato in difficoltà come lui. In fondo anche lui aveva ricevuto aiuto: l'amico tassista, l'ufficiale giudiziario, Eeva... Decise quindi, dopo aver finanziato gli studi in medicina dell'amico tassista, di aiutare un'anziana bisognosa che si era impossessata di un cimelio appartenente allo Stato. Scovata la donna, partì per portarle il suo aiuto, seguito dalle guardie del corpo e da Rapaleore, pronto a farlo fuori alla prima occasione. Ma l'impresa del killer finì in tragedia: dopo un conflitto a fuoco dove ebbe la peggio finendo le munizioni, fu costretto alla fuga dalle guardie del corpo di Aadam e, nel darsi alla macchia nella foresta perse la protesi che si spezzò, facendolo nuovamente finire in ospedale... Ora più che mai la questione era diventata veramente personale...
Nel frattempo le batterie stavano facendo impazzire il mondo, tutti le volevano, tutti volevano Rimättylä, che diventava ogni giorno più ricco. Mentre la coppia si arricchiva, Eeva, dopo una lite col fidanzato,  passò le sue giornate  alcoliche  da un locale etilico all'altro  comprando appartamenti in ogni parte del mondo. Aadam, molto più oculato e pratico, dopo aver aiutato chi si trovava in difficoltà, aveva solo un desiderio, quello di essere lanciato in orbita e vedere alba e tramonto della sua amata Finlandia dallo spazio. I soldi, si sa, aprono tante porte, e organizzare un lancio spaziale non fu poi così difficile e proibitivo per Aadam. 
Ma prima del lancio bisognava portare a termine una spedizione di lavoro in Russia. La coppia, fatta pace in Portogallo, nel nuovo vigneto di Eeva, insieme  alle fidate guardie del corpo, l'amico tassista diventato medico e un gruppetto di mogli di diplomatici con servitù al seguito ed altre persone, partì su un treno che sfrecciando lungo i binari della Transiberiana li avrebbe portati in Siberia. Durante il viaggio, però, ci fu un incidente. Il vagone sul quale viaggiavano si staccò improvvisamente dal trattore fermandosi in mezzo al nulla, con pochi viveri ed un povero cameriere  fortemente claudicante che prestava servizio per la moglie di un diplomatico.
E adesso come avrebbero fatto ad arrivare in Siberia o a tornare indietro? Erano dispersi, fermi su un binario ed  esposti al pericolo di un incidente ferroviario col prossimo treno che avesse compiuto quella tratta. Ma pensandoci bene una possibilità di salvarsi esisteva, Aadam doveva portare a termine la sua missione e partire per lo spazio...

Il romanzo, diviso in due parti, scorre veloce come il treno sulla Transiberiana trasportandoci al colpo di scena finale, inaspettato e "resiliente". 
Tra una risata in sordina e una a squarciagola, in una notte, sono arrivata alla fine con le lacrime agli occhi. 
Lo stile semplice, coinvolgente e comico trascina il lettore dentro alle pagine senza permettergli di uscirne. I personaggi catturano, diventano membri della famiglia e la loro storia viene presa a cuore dal lettore. Non si può non amare Aadam, un omone buono, fiducioso ed ingenuo, generoso e riconoscente, che ricorda tantissimo il Marcovaldo nell'ingenuo entusiasmo di fare, ma a differenza sua, è proprio l'ingenuità bonaria che lo farà arrivare molto lontano. Eeva è più schiva, avida di potere e denaro, ma non venale, generosa a modo suo e sotto una corazza rigida forgiata dall'alcool si nasconde un cuore grande e sentimentale, capace di vedere al di la delle apparenze.
Il libro, pubblicato per la prima volta ad Helsinki nel 1993, precursore dei tempi per l'argomento trattato, ad oggi è un ottimo spunto di riflessione sui passi fatti dalla tecnologia e sull'impatto ambientale.
Il mio consiglio è quello di passare qualche ora all'insegna del buon umore in compagnia di Aadam ed Eeva, perché come ci ricorda il nostro protagonista, la vita va vissuta con un pizzico di leggerezza e tutto si sistemerà. 
O quasi ...

Buona lettura,

Tania C.




martedì 14 gennaio 2020

Recensione NADIA TOFFA NON FATE I BRAVI La testimonianza che ci ha lasciato - Ed. Chiarelettere -




NADIA TOFFA
NON FATE I BRAVI
La testimonianza che ci ha lasciato

Nadia Toffa
Ed. Chiarelettere 2019
Pag. 177
Rilegato con sovracopertina
€ 16,00
Ebook disponibile

NADIA TOFFA

Nadia Toffa - foto Vaniti dal web - 

Non sono sbagliata, sono solo diversa dagli altri. Ho sempre lasciato il certo per l'incerto senza paura. L'istinto ha ragione e bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro e seguirlo. Si soffre nella separazione ma si inizia a vivere per davvero.

Per questa copia cartacea di NON FATE I BRAVI La testimonianza che ci ha lasciato,   ringrazio infinitamente Tommaso e Valeria di Chiarelettere che me la hanno gentilmente inviata. Ci tenevo particolarmente e, come sempre disponibili, mi hanno accontentata anche questa volta.
Peccato solo che il portalettere, durante la consegna nella  piovosa giornata della Vigilia di Natale, abbia pensato bene di non suonare il campanello né di allungare un braccio sotto la tettoia e di depositare il piego libri sotto la pioggia. Per fortuna me ne sono accorta in tempo e non si è rovinato molto. Che nervoso! Ad ogni modo l'ho fatto asciugare bene  ed ho cominciato la lettura subito dopo Natale. 
Questa mia recensione non è strutturata secondo gli schemi che sono solita usare: presentazione dell'autore, trama, impressioni. Questo libro è una raccolta di pensieri, testimonianze, confidenze che Nadia ha scritto durante gli ultimi mesi di lotta all'attacco mediatico, subito dopo aver rivelato le sue condizioni di salute e la scelta di rimanere in silenzio per smontare ogni polemica. Ho scelto quindi di ricordarla tramite la sua vita e  i suoi pensieri su carta, che la madre Margherita ha voluto pubblicare, esaudendo il desiderio di Nadia di non nascondersi ed essere se stessa fino alla fine.

<<Non fate i bravi>> Se sei sul libro delle partenze  non incide fare o meno i bravi. 
Se non fumi e non bevi hai una settimana in più di vita, ma potrebbe essere che in quella settimana tu abbia l'influenza.

Chi è Nadia Toffa lo sappiamo tutti, anche se non l'abbiamo seguita nelle sue indagini o nei suoi interventi in tv, la cassa di risonanza mediatica che ha avuto la sua lotta contro il cancro - mi piace chiamare le cose col loro nome - non è passata inascoltata. 
Nadia è nata il 10 giugno, come me, anche se a Brescia e  quattro anni dopo, nel 1979. Questa cosa di condividere il giorno di nascita mi ha sempre incuriosita, soprattutto per quanto riguarda il carattere di una persona, l'aspetto psicologico e umano, spingendomi a cercare quel sottile fil-rouge che lega le persone accomunate dalla data di nascita. Chissà se pure lei aveva questa curiosità?

Disimpari a stare al mondo se non leggi libri, arrugginiscono gli ingranaggi del tuo cervello. Interroga i libri e vedrai che risponderanno; accendi le orecchie e fagli una domanda. La tua forza è modellabile come la creta, puoi fare tesoro dei viaggi altrui.

Probabilmente si, visto che mi ritrovo in questa sua riflessione sui libri e sulla lettura. Sull'amore verso la lettura e nel trovare le risposte che cerchiamo chiedendo al libro che stiamo leggendo. Immedesimandoci nei personaggi, viaggiando in loro e con loro nella storia, all'infinito. 

Un libro contiene sempre una parte di te.
L'amore ha preso ispirazione da altri 
ma tu assorbi ciò che ti risponde.
Leggi senza fine;
viaggerai per sempre.


Diventata un'eroina suo malgrado, Nadia Toffa è stata una giornalista che ha condotto numerose inchieste scottanti per la trasmissione televisiva Le Iene, dalle inchieste sulle truffe al S.s.n da parte delle farmacie, alla proliferazione delle slot-machines e gioco d'azzardo, passando per la diffusione incontrollata dell'A.i.d.s. fino ad arrivare alla Camorra e lo smaltimento dei rifiuti tossici. 
Scabrosi i servizi sull'inquinamento prodotto dall'Ilva  sulla Terra dei fuochi. 
Molto forte la sua intervista a Roberto Mancini, agente della Polizia di Stato che con l'aiuto della sua squadra ha dato il via alle indagini sullo smaltimento dei rifiuti tossici nella Terra dei fuochi, ammalatosi così di linfoma 
non-Hodkin e venuto a mancare dopo una lunga lotta nell'aprile 2014. 
Un destino simile, dal 2017, quello di Nadia.
Una ragazza verace sempre sorridente e solare, dalla simpatia spontanea e amata dal pubblico di ogni età.

Un uomo ferito scappa; una donna ferita non la trovi più nemmeno se ti è al fianco. Le storie che finiscono sono amori mai iniziati; lasciamoli andare; le vere storie d'amore non finiranno mai; non si possono cancellare; sono parte di noi.

Questo inno alla vita di Nadia raccoglie anche pensieri sull'amore per un uomo che ha amato tantissimo, verso gli animali e in particolare sull'amore che la legava a mamma Margherita e verso tutte quei genitori che sopravvivono ai figli. L'amore più importante e più forte, quello per il quale Nadia si struggeva al pensiero di staccarsi dalla madre. 

<<Viviamo in una fotografia con contrasto: e più lo scuro è scuro e più la luce sarà luminosa.>>

Nadia era coraggiosa, ma anche fragile e della sua fragilità di giovane donna che vede la sua vita spegnersi dopo aver lottato con tutte le sue forze, non ne fa un mistero: sceglie di condividere con i suoi fans, gli amici e chi le sta intorno, il male che la sta spegnendo. 

Guardo i problemi che ho
specchiandomi negli occhi di chi ho di fronte.
Osservo i loro sguardi che mi riflettono 
e vedo me stessa limpida;
dipinta in un laghetto puro d'alta quota.
Se hai occhi aperti guarda con fiuto sincero.
Il loro riflesso ti dirà la verità.

Sceglie di farlo avvicinandosi soprattutto a chi, come lei, sta vivendo una situazione simile, cercando di portare un sorriso e alleviare quella solitudine dell'anima che si prova nel decorso di una malattia. 
Nadia è mancata il 13 agosto 2019, ma non si è arresa, non ha ceduto fino alla fine, raccontando il suo male e le sue battaglie come "occasione di rinascita", rimanendo  immortale tra noi grazie ai suoi libri e a questa raccolta di pensieri, poesie e riflessioni. 

Compatti e fedeli l'un l'altro vinsero la loro battaglia, conquistando la città quartiere dopo quartiere.
Uniamoci e vinciamo insieme la battaglia.

Per volere di Nadia, il suo funerale è stato celebrato da don Patriciello, parroco di Caivano, conosciuto per l'operato di sensibilizzazione sulla Terra dei fuochi.  Ad un mese circa dalla sua morte, grazie all'esito di una petizione on-line che ha raccolto più di centomila firme, si è arrivati alla decisione che il reparto di oncoematologia pediatrica dell'Ospedale Santissima Annunziata di Taranto verrà intestato a Nadia Toffa.

Ho imparato a non odiare il dolore per imparare ad amare la vita.

Nadia aveva tutto il diritto di sentirsi "arrabbiata", di provare odio verso quel destino che ha deciso per lei, ma ha saputo incanalare tutta la negatività del dolore trasformandola in amore verso la vita in tutte le sue forme. C'è troppo odio gratuito al mondo che tenta di piegarci e farci diventare automi anaffettivi, non serve aggiungerne altro. Questo Nadia lo aveva capito ed ha fortemente voluto, con la pubblicazione di questo libro, farlo capire anche a noi. 
Non dobbiamo avere paura del futuro, sarebbe come togliere ossigeno al presente. Il presente lo stiamo vivendo adesso ed abbiamo il dovere di viverlo ricordandoci che siamo vivi nella "stupenderia" che ci circonda.

"Per l'umanità, la carica vitale e l'esempio che Nadia ci ha lasciato, abbiamo verso di lei un debito di riconoscenza." 

Don Maurizio Patriciello - Brescia 16 agosto 2019 -

Grazie Nadia.

Questo è il messaggio che mi è arrivato tramite le parole di un'amica, una donna che potrebbe essere la nostra compagna di scuola, collega o vicina di casa. Una persona che con la sua umiltà e il suo sorriso rimarrà nei cuori di chi l'ha amata.
Non perdete l'opportunità di conoscerla un po' di più leggendo Non fate i bravi. 
È un regalo che farete a voi stessi, uno di quelli che durerà per sempre!

Buona lettura,

Tania C.





venerdì 10 gennaio 2020

Recensione GHIACCIO E ARGENTO di Stina Jackson - Ed. Longanesi -




GHIACCIO E ARGENTO

Stina Jackson
Ed. Longanesi 2019
Pag. 351
Rilegato
Collana la Gaja Scienza
€ 19,50
Ebook disponibile

CONOSCIAMO L'AUTRICE

Stina Jackson - foto dal web -

Stina Jackson, nel 2019 si è consacrata tra le stelle della letteratura trhiller nordica grazie al suo attesissimo primo romanzo: Ghiaccio e Argento. Ad un anno dall'uscita, solamente con le copie vendute al nord, ha raggiunto una tiratura di 290.000 copie. Nata e cresciuta a Skellefteå, al nord della Svezia, si è trasferita in Colorado, a Denver, dando vita al suo romanzo, pubblicato in Italia ad ottobre 2019 da Longanesi.


TRAMA

Ormai da tre estati Lennart Gustafsson, Lelle, padre di una bella ragazza adolescente, non vive più. Passa ogni notte guidando la sua auto lungo i cinquecento km della Via d'Argento alla ricerca della figlia Lina, scomparsa nel nulla un giorno come tanti proprio lungo la strada che si snoda tra gli alberi secolari dell'antica foresta nel nord della Svezia. Di quella strada, che il sole di mezzanotte non riesce ad illuminare, ma che in estate sembra un nastro d'asfalto sulla luna, Lelle conosce ogni segreto, ogni specchio d'acqua e ogni paese che incontra lungo il percorso. Da tre lunghi anni sua figlia si nasconde lungo quella strada, nelle sue foreste, ma il padre può svolgere le sue ricerche solo in estate: in autunno ricomincia l'anno scolastico e si vede costretto ad interrompere le ricerche. Consapevole di non avere speranze, Lelle fa della speranza l'unica ragione di vita che gli resta.  
Meja un'adolescente che, costretta dalla madre, si ritrova a vivere in una sorta di fattoria sperduta lungo la Via dell'Argento. Lontana dai suoi affetti più cari, con la solitudine nell'anima, Meja incontrerà qualcuno con cui potrà finalmente parlare più di quanto abbia fatto sino ad allora, una nuova famiglia. Con l'arrivo dell'autunno un'altra ragazza scompare nel nulla e il destino di Meja e Lelle si intreccerà in maniera sconcertante e inscindibile.
Scavando nelle ombre più buie dell'animo umano, Stina Jackson ha saputo plasmare il carattere di ogni personaggio incontrato nel romanzo, esordendo in modo geniale come nuova stella della suspense nordica.

IMPRESSIONI

Grazie alla cortesia di Elena di Longanesi che mi ha gentilmente offerto una copia digitale di questo intrigante romanzo, ho avuto la possibilità di conoscere una nuova autrice emergente. Mi sto avvicinando alla letteratura nordica, misteriosa ed affascinante e non potevo non leggere anche questo nuovo gioiello della suspense.
Le aspettative che avevo riposto nel romanzo sono andate ben oltre ogni previsione, facendomi piacevolmente scoprire l'accattivante genialità della Jackson. 
Un romanzo corposo, 350 pagine, scivolate placidamente nella prima parte, velocemente una dopo l'altra come i km percorsi da Lelle, nella seconda parte. 
Insieme a lui mi sono spinta lungo il nastro d'Argento, alla ricerca di Lina, tra mille domande senza risposta e col tormento dell'anima per quella scomparsa inspiegabile. 

<<Accidenti>>, disse Lelle. <<Ma che cosa mi resta per cui valga la pena vivere?>>
Quando lei lo guardò, aveva gli occhi velati dall'ombra di un rimprovero.
<<Devi trovarmi. Sei l'unico che può riuscirci.>>

Lennart Gustafsson ha quarant'anni, è un insegnante di matematica e padre di Lina, una studentessa adolescente che, in una giornata qualsiasi, cosparsa di unguento anti zanzare, sta accompagnando alla fermata dell'autobus. Su quell'autobus Lina non salirà mai e non farà mai più ritorno a casa. Nessuno ha visto e sa nulla di quella ragazzina, sembra che la foresta secolare abbia inghiottito in un buco nero Lina e non permetta a nessuno di trovarla.
Lelle si ritrova a lasciarsi sopravvivere alla perdita della figlia. 

Se gli alberi potessero parlare, avrebbero avuto migliaia di testimoni. 

In balia di giornate vuote e infinite, stanco e trascurato, sa che dopo tre anni non ci sono più speranze di ritrovare Lina, ma sente che non deve mollare laddove le autorità competenti hanno gettato la spugna. Si ritrova così ogni notte, sorretto dalla compagnia del "fantasma" di Lina, a percorrere la lunga Via dell'Argento, la statale del nord della Svezia che percorre l'immensa e cupa foresta. Non può mollare proprio adesso, la sua piccola deve essere ritrovata e l'unico momento buono è adesso, con la luce e il calore estivo, prima che l'inverno stenda la sua coltre gelida a paralizzare anche la sua anima tormentata. 
L'autrice, descrivendo la foresta e le stagioni che si alternano, ha saputo creare una geniale poesia per descrivere l'animo in perenne tormento di Lelle. La lunga strada come l'infinita ricerca, il calore della luce e del sole estivo a rappresentare Lina e la sua adolescenza, il gelo invernale come il tormento che lo attanaglia ogni volta che la speranza sembra venir meno. Delicata e geniale, la Jackson ha dato vita a sentimenti puri e genuini, quelli che nessun genitore dovrebbe mai provare, quelli che si innescano quando si sopravvive ai propri figli. 

Meja annuì. Lo beveva da quando aveva memoria. Caffé o alcol, ma questo non avrebbe potuto confessarlo, non a un estraneo. Il pane era bianco e morbido, si scioglieva sulla lingua; ne mangiò una fetta dopo l'altra, aveva così fame.

Delicatamente, la Jackson interseca la strada di Lelle con quella di Meja, una ragazzina tanto bella quanto sola e bisognosa del calore di una famiglia vera. 
Per seguire la madre dedita all'alcol e antidepressivi, e alla ricerca della tranquillità finanziaria, Meja si ritrova controvoglia, in un punto sperduto, probabilmente inesistente in qualsiasi carta geografica, della Via dell'Argento. 

Non voleva seguire Silje, ma d'altro canto non aveva il coraggio di restare indietro.

La madre Silje, dopo aver conosciuto on line l'ennesimo uomo, molla tutto per andare a vivere nella casa Torbjo, forte bevitore molto più anziano di lei ma che sembra passarsela bene nonostante lo squallore della casa in cui viveva, dispersa nel nulla della foresta. Ma almeno avrebbe avuto una stanza tutta per se e del cibo da mettere sotto i denti. Anche la sua era una fame atavica di sentimenti, di calore e affetto che nessun cibo ma solo una vera famiglia poteva donare. Meja è una ragazzina cresciuta troppo in fretta, che ha imparato a badare a se stessa e alla madre sempre fatta di alcol e medicinali, ma come tutti gli adolescenti ha voglia e bisogno di sentirsi tale, viva e di essere amata.
Meja ancora ignara della svolta che la sua vita sta per intraprendere, si ritroverà a percorrere la stessa strada di Lelle, trovando l'incastro giusto per far venire alla luce la verità insabbiata dagli strati polverosi del tempo. Consapevole che la bella ragazzina non è  Lina, Lelle farà di tutto per starle vicino e  darle l'aiuto di cui ha bisogno. Non l'abbandonerà nuovamente a se stessa, soprattutto ora che anche Hanna Larsson, una diciassettenne così somigliante, non solo nell'aspetto, a Lina, è scomparsa in circostanze misteriose dalla tenda che condivideva con l'amica in un campeggio della Via dell'Argento.

Erano rimaste dieci sigarette dall'estate. Il tabacco era secco e aveva perso l'aroma. Sfrigolò recalcitrando quando gli accostò l'accendino e fece un tiro. Non riusciva a sentire le proteste di Lina, non riusciva nemmeno a vederla. La pelle sempre più flaccida, là dove la barba non era ancora ricresciuta. A volte si chiedeva se lei lo avrebbe riconosciuto, quando fosse tornata a casa. O se entrambi fossero ormai irrimediabilmente cambiati.

La scomparsa di Hanna, diciassette anni, proprio come Lina bionda e con un sorriso dolce, si abbatte come un tornado nella vita di Lelle, spingendo ancora più a fondo la lama nel suo dolore infinito. 
L'aiuto di Meja sarà fondamentale per far luce sul mistero, ma riuscirà a salvare e riportare a casa Lina e Hanna?
Lennart riuscirà a placare le fiamme che ardono la sua anima quasi ridotta alla sterilità?
Dopo una prima parte dall'avvio placido come il lungo nastro  d'argento sulla luna, l'adrenalina inizierà a scorrere dall'inizio della seconda parte del romanzo in un crescendo sempre più emozionante e carico di curiosità.
Non lasciatevi quindi scoraggiare dal numero delle pagine e dallo scandire lento e voluttuoso delle prime pagine, superata la prima serie di curve della Via d'Argento , una giostra di emozioni e sentimenti vi travolgerà sino alla fine, non così scontata come potreste supporre.
Non vi racconto di più, lascio a voi scoprire se l'anima travagliata di Lelle ritroverà il luminoso sorriso sorriso di Lina e se la fragile Meja riceverà, finalmente, l'amore di cui ha da sempre avuto bisogno.
Stina Jackson è un'autrice ricca di sorprese, da non perdere di vista perché ci regalerà ancora tante nuove avventure, che scopriremo solo leggendo.
Buona lettura

Tania C.




domenica 29 dicembre 2019

LE SOTTIGLIEZZE DELLA VITA di Emilio Fenice - Ed. Cinquantuno.it -






LE SOTTIGLIEZZE DELLA VITA
Emilio Fenice
Ed. Cinquantuno.it 
Pubblicato il 23/05/2019
Pag.60
Formato Brossura

€ 10,00



CONOSCIAMO L'AUTORE

Emilio Fenice, classe 1956 dalle umili origini del sud italia, sin da ragazzo è sempre stato attratto dalla saggezza e dalla filosofia antica, moderna, esoterica sino a quella dei giorni nostri.
Le sottigliezze della vita è la sua prima opera letteraria, nella quale incoraggia il lettore ad una sottigliezza unica. "Aprire il palcoscenico in una unicità ai misteri della vita".



TRAMA

Nella vita tutto ha un senso... dipende tutto dal senso che diamo noi alla vita!

IMPRESSIONI

Auguri amici della Valigia, spero abbiate passate un buon Natale e che sotto l'albero abbiate trovato tanti bei libri.
Questo piccolo libricino mi è stato gentilmente inviato da Cinquantuno.it che ringrazio per il pensiero. È la prima opera  di Emilio Fenice, un uomo umile, dai forti valori e forgiato dal sole del sud Italia. La sua passione per la filosofia lo ha spinto a mettere su carta i suoi pensieri sulla vita e il suo senso, dando forma ad un piccolo "saggio filosofico" che, nell'umiltà di un uomo che ha contato solo sulle proprie forze ed ha cercato di scavare nel profondo della propria vita, invita il lettore a riflettere su ciò che noi rappresentiamo per noi stessi e  nel mondo. Non tanto come persone fisiche, quanto come il frutto di ogni nostra azione seguita da una  conseguenza. 

Ora io mi domando e dico perché parlare delle sottigliezze della vita? Forse perché non tutti ci arrivano o ci hanno mai riflettuto su questo argomento, di quanto sia importante e fondamentale.

Le sottigliezze della vita mi è arrivato la settimana scorsa, alla Vigilia di Natale; un gradito regalo! 
L'ho letto in poco meno di mezz'ora, ma ho aspettato volutamente questi giorni per raccontarvi le mie impressioni. 
Siamo alla fine dell'anno, per molti e per me, un altro anno difficile, che spesso ci ha piegati e messi all'angolo, ma contando soprattuto sulla nostra forza siamo riusciti ad andare avanti a testa alta, proprio grazie alle piccole "sottigliezze" che quotidianamente viviamo. 
È usanza, in questo periodo, fare bilanci sull'anno che sta per finire e su quello che sta per iniziare, riflettere sui nostri errori e come rimediare, sulle cose buone e belle che ci sono capitate, che abbiamo fatto e che faremo. Questa opera di Fenice mi è quindi sembrata un ottimo spunto per aiutarci a  riflettere.

Nella vita frenetica di tutti i giorni ci si distoglie da tutte queste riflessioni si fa davvero fatica a "catturare" l'attimo!

Desiderio dell'autore è quello di invitarci a riflettere su quanto piccoli gesti quotidiani, ai quali spesso non diamo importanza, siano l'innesco di una reazione a catena di azioni che scandiranno le nostre giornate e il senso.

Noi solo noi decidiamo di cambiare la direzione non per apparire più buoni ma per diventare più saggi.

Molto spesso compiamo dei gesti e delle azioni che ci possono sembrare banali, di routine, ma che nel tempo ci si ripresentano sotto forma di ricordi spingendoci a pensare al perché di quella determinata situazione, di quel gesto o di quel pensiero in quel determinato momento. Sono queste le sottigliezze della vita: piccoli momenti all'apparenza insignificanti, ma che giorno dopo giorno hanno costruito il nostro Io, "l'essere" che siamo oggi e che scegliamo di "essere" domani. 
Le riflessioni di Fenice fanno pensare ad un testo "lento", quasi flemmatico, ma la lettura si è invece rivelata veloce, scattante. Lo stile dell'autore, strutturato sulla sua personalità, è impetuoso e travolgente. Pensieri su carta, eviscerati direttamente dalla purezza di un'anima in continua evoluzione, forse a scapito della punteggiatura e  con  qualche piccolo lapsus, ma di grande saggezza e di una consapevolezza conquistata giorno dopo giorno. Perché come dice lui stesso "nessuno nasce maestro", ogni cosa ha il suo tempo e fortunati sono quelli che ci arrivano prima.

Consiglio questo libricino, dalla copertina carismatica, a chi è alla ricerca di se stesso, a chi si è perso durante le difficoltà e a chi vuole capire come apprezzare ogni piccolo istante della vita. Non è un manuale da prendere alla lettera, ma uno spunto alla presa di coscienza di se stessi, un invito ad agire con saggezza in ogni cosa che facciamo.

Augurandovi un buon Anno Nuovo, ricco di tante belle nuove letture, vi lascio per qualche giorno, subito dopo l'Epifania. 

A presto e buona lettura
Tania C.


lunedì 2 dicembre 2019

Recensione di LA MALEDIZIONE DI PIAZZA FONTANA Guido Salvini e Andrea Sceresini - Ed. Chiarelettere -



LA MALEDIZIONE DI PIAZZA FONTANA

Guido Salvini, Andrea Sceresini
Ed. Chiarelettere
Pag. 640
Brossura
Collana PRINCIPIO ATTIVO
€ 22,00


CONOSCIAMO GLI AUTORI

Andrea Sceresini . foto dal web su autorizzazione dell'autore-

Andrea Sceresini nato a Sondrio nel 1983, è un giornalista freelance. Attualmente lavora per La7. Autore di numerose inchieste e reportage di Guerra per "La Stampa", "Il foglio", "Il fato quotidiano", e "L'Espresso", ha vinto importanti premi, quali "Igor Man" e "Ivan Bonfanti" grazie alle sue corrispondenze dall'Ucraina. Per Chiarelettere, nel ha curato il libro di Vittorio Dotti "L'avvocato del diavolo"nel 2016 "Mai avere paura", storia del legionario Danilo Pagliaro. Sempre per Chiarelettere ha scritto insieme a Giuseppe Borrello e Lorenzo Giroffi "La seconda vita di Majorana", uscito nel 2016.

Guido Salvini - foto dal web -

Guido Salvini, giudice presso il Tribunale di Milano, è uno dei pochi magistrati che, per ragioni di indipendenza personale, ha deciso di non aderire a nessuna corrente organizzata dalla magistratura. Durante gli anni Novanta, in qualità di giudice istruttore, ha condotto le indagini sui disordini di destra e sulla strage di Piazza Fontana, i cui dati sono incanalati nell'ultimo processo, il terzo, riguardante la vicenda. Durante l'espletamento delle indagini è stato sottoposto a un procedimento aperto dal Csm, con la conseguenza del suo trasferimento a Milano. Curò personalmente sino allo stremo la propria difesa dalle accuse, uscendone indenne e riuscendo a dimostrarne l'infondatezza. Nel 2005, data dell'ultima archiviazione, Slavini ha continuato a procedere le sue indagini sul caso. In questo libro, La maledizione di Piazza Fontana, sono spiegati i risultati di un lavoro decennale, arricchito di rivelazioni inedite. Nel 2013 pubblica la raccolta di scritti sulla giustizia Office at night e nel 2019 il libro di riflessioni personali Domenica mattina presto, edito da Pendragon.


TRAMA

2005, giugno: gli ultimi neofascisti imputati per la strage del 12 dicembre ricevono la conferma della loro assoluzione dalla Corte di cassazione. Nel settembre 2008 il giudice Guido Salvini, autore dell'istruttoria che sfociò nell'ultimo processo sulla strage, riceve la lettera di un ex ordinovista padovano. "La prego contattarmi personalmente per novità su Piazza Fontana". Queste le parole, scritte nella lettera, furono il primo passo di una lunga e scrupolosa inchiesta privata, pubblicata per la prima volta in questo libro scritto con la collaborazione  del giornalista Andrea Sceresini. Un dettagliato atto d'accusa, senza riserve sui nomi dei terroristi neri sfuggiti alla giustizia che farà discutere, contro una parte della magistratura e delle sue responsabilità e inadempienze. In dieci anni di indagini Salvini ha ripercorso i suoi passi ascoltando nuovamente le sue vecchie fonti e trovandone di nuove. Ha smontato bugie e alibi che avevano tentato di ostacolare le accuse, raccogliendo elementi e riscontri a carico di soggetti mai presi in considerazione durante le indagini. Chi era quel giovane neofascista che in quel pomeriggio invernale sarebbe entrato in azione alla Banca nazionale dell'agricoltura? Cosa doveva raccontare la "fonte Turco"  del Sid, che i servizi segreti insabbriarono in gran fretta? Qual è la liaison tra un ex legionario morto suicida nel Sud della Francia e la morte di un ricco imprenditore padovano in Angola?
Ma soprattutto: perché i magistrati non sono stati in grado di compiere sino in fondo il loro dovere?
A più di cinquantanni  dalla strage, la vicenda più drammatica della nostro Repubblica ce la raccontano Salvini e Sceresini,  arricchendola di elementi inediti , come un grande giallo italiano. 


IMPRESSIONI

Nel 2016 ho avuto l'onore e il piacere di conoscere Andrea Sceresini, grazie ad una intervista che Chiarelettere mi aveva concesso per la recensione di un suo testo. Molto disponibile e alla mano mi ha dedicato un po' del suo tempo ascoltandomi e leggendo quello che avevo scritto. Negli anni a venire ho continuato a seguire le sue interessanti pubblicazioni, curate con uno stile semplice ed esaustivo.
Qualche giorno fa ho chiesto a Chiarelettere una copia di La maledizione di Piazza Fontana e, gentilmente, mi hanno omaggiato una copia ebook. Ringrazio quindi la Casa Editrice e Tommaso Gobbi per l'invio.
Non avevo mai avuto occasione di leggere nulla di Guido Salvini, pensando di non avere la pazienza e la capacità di comprendere spaccati di storia italiana da lui raccontati. 
Leggendo sono rimasta piacevolmente sorpresa dall'accuratezza dei particolari, dallo stile non proprio facile da seguire per chi fosse digiuno della storia trattata, ma  con un po' di pazienza, qualche domanda a chi più competente di me  e grazie alla minuziosa descrizione dei fatti accaduti dalla strage ai dieci anni di indagini, sono riuscita ad arrivarne in fondo. 
Leggendo cresceva in me la convinzione che la Storia d'Italia non è solo Impero Romano, Garibaldi, Motti Carbonari e le Grandi Guerre. Oggi dovrebbe essere materia scolastica la storia moderna, quella dagli anni di piombo ai giorni nostri. Abbiamo il diritto di conoscere ciò che è stato così come ciò sta succedendo. Un buon punto di partenza ce lo forniscono Salvini e Sceresini mettendo a nudo i fatti e i retroscena della Strage di Piazza Fontana, uno dei più grandi e gravi atti terroristici messi a segno a Milano il 12 dicembre 1969, nei pressi della Banca Nazionale dell'Agricoltura. Durante l'attentato persero la vita 17 persone e 88 rimasero ferite.

Questo non è un saggio ma una narrazione. Racconto, e solo io potevo farlo, senza rancore ma anche senza censura quello che è accaduto in quegli anni. 

Milano. 12 dicembre 1969, Ore 16.37. La mezzanotte della storia repubblicana. L’ora zero di quella che venne definita “La notte della repubblica”. 
Ombre nere che si allungano nel passato di una nazione uscita da una guerra civile dilaniata da contrasti mai sopiti.
Quella  di Piazza Fontana viene ancora oggi definita come la “Madre di tutte le stragi”, il primo capitolo di una storia insanguinata, scritta con il sangue delle vittime di Brescia, Bologna, Ustica, San Benedetto Val di Sambro.

È una serata livida e gelida, con la nebbia fitta che ingoia i palazzi. L'Italia scivola, dentro questa nebbia, nel periodo più buio dal dopoguerra. Tutti a Milano si addormentano chiedendosi: <<Chi è stato?>>.

Cinquant' anni di indagini, inchieste, misteri, bugie, depistaggi, intrisi di connivenze tra servizi segreti, massoneria e criminalità comune ed organizzata.
Sentenze della Corte di Cassazione ci restituiscono quella che dovrebbe essere la verità definitiva ma senza cancellare quella sensazione di dubbio che si insinua di fronte alle mille sfaccettature di una vicenda ancora oggi al centro dei dibattiti storici, politici e giudiziari.
Un libro, quelle scritto da Guido Salvini e Andrea Sceresini, che affronta una attenta disamina di mille fonti, alcune delle quali inedite anche al pubblico più attento, alcune sensazionali come i memoriali frutto delle audizioni di appartenenti all’entourage dei Servizi Segreti, da sempre al centro dell’orbite delle trame oscure.
Oscure come i personaggi che animano il mondo dell’avanguardismo di destra veneto, un cosmo che ruota attorno alle figure emblematiche dei cattivi maestri di Ordine Nuovo una delle sigle più tristemente note dell’estrema destra.

Di quello che si poteva dire è stato detto, per ora, detto tutto. Rimane la piazza.


Uno spaccato della storia recente ma al tempo stesso così lontana nelle nostre memorie, una delle pagine più dolorose, sullo sfondo della quale si dipanano, buio canovaccio intriso di sangue, tragedie quale la morte dell’anarchico Pinelli, indiziato della strage, che ebbe come teatro la Questura di Milano, evento che portò a quel processo al culmine del quale il Commissario Luigi Calabresi venne assassinato, figura tratteggiata come quella di un capro espiatorio sacrificato su un altare di convenienze e convenzioni.
La sensazione finale che se ne ricava è di un vuoto, di una grande opera incompiuta, di una verità di comodo, di facciata, che non è andata oltre l’ovvio, le evidenze.
L’ennesimo mistero che proietta le sue ombre sul passato e sul futuro di un popolo, di una nazione, avvezzi ai pochi chiari e ai mille oscuri. 

Certamente una storia oscura e forte, probabilmente non di facile comprensione per chi si approcciasse per la prima volta ai fatti, ma di sicuro è un buon punto di partenza per chi volesse conoscere o sapere di più sui fatti del 12 dicembre 1969. Io non ero ancora nata, ne ho sempre sentito parlare in sordina, tra il detto e non detto, come se una cosa accaduta nel passato fosse destinata a restare intrappolata in quel maledetto giorno. Ringrazio il mio fidanzato per avermi aiutata e sostenuta durante la lettura e la stesura della recensione. Quasi digiuna di informazioni che mi aiutassero a comprendere meglio la situazione, il suo aiuto mi è veramente prezioso.
Ringrazio Andrea Sceresini per la disponibilità che mi ha concesso anche stamattina, e ringrazio, anche se non lo conosco, Guido Salvini per aver dato all'Italia la possibilità di conoscere i retroscena della "madre delle stragi" italiane. Spero di aver colto il cuore di questa scrupolosa testimonianza, con la speranza di invogliare alla lettura tutte quelle persone che hanno voglia di sapere. 
Buona lettura, 
Tania C.





       




Recensione TUTTO NASCE PER FIORIRE di DEMETRA COSTA

  TUTTO NASCE PER FIORIRE Autore: Demetra Costa Editore: IoScrittore Formato: Brossura Pag.: 503 Uscita: Giugno 2025 € 18 formato cartaceo F...